
Origami Around
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
KIROKAZE

ellievsbear

JBB: An Artblog!
d e v o n

@theartofmadeline

⁂

shark vs the universe
styofa doing anything

Kiana Khansmith
wallacepolsom

roma★

JVL
No title available
Misplaced Lens Cap
I'd rather be in outer space 🛸

Product Placement

No title available
ojovivo

seen from United States
seen from Colombia
seen from United States

seen from Finland
seen from Tunisia

seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from United States
seen from United States
seen from United States

seen from United States

seen from Türkiye

seen from United States

seen from Germany

seen from Türkiye
seen from United States

seen from Germany
seen from United Arab Emirates

seen from United Kingdom
@laviolenzadelfiore
Chiudi gli occhi.
Respira.
Dove ti porta la tua mente se ti chiedo dove vorresti essere ?
Non dirmelo.
Mi basta il senso.
Quel mezzo sorriso che ti armonizza il volto, malgrado il naso storto.
Adesso ti chiedo cosa cerchi.
E stringi le mani, abbassi gli occhi un istante lunghissimo.
Ti manca qualcosa. Qualcuno.
Lei? Lui?
Tu.
Più di tutti.
E sospiri e mi dici che questa perfezione non esiste, che è tutto un divenire che non sai e che alla fine ti accontenti ma la smania resta e a volte quella voglia di correre via in uno scatto di reflex, col vento sul viso, il mare, la musica a tutto volume, non te la togli proprio di dosso, ce l’hai sotto pelle, nel sangue, fin dentro le ossa.
Non è così?
Sta calmo.
Respira.
Ormai sei in gioco, ci stai dentro, tirarsi indietro non esiste.
Puoi scegliere se restare a galla o affrontare il mare aperto, arrampicarti sugli scogli e guardare le stelle con le mani strette alla ringhiera del faro. E gridare con tutti i polmoni che hai che per meno di questo non vale la pena.
Le esperienze che ti segnano a fuoco sono così semplici alla fine.
Che siano semplici non ne esclude la complessità certo, ma lo scopri passo passo, e mentre i fatti della vita prendono forma, tu rimani lo stesso e cambi
e cresci insieme, sei lì proprio nel mezzo delle cose ma anche altrove, dove tutto è ancora per, è già stato, non sarà.
E ti chiedi com’è possibile sentire che fare un passo sarà la tua fine e la tua svolta insieme.
E sembra tutto fattibile, tutto impossibile, sei l’artefice del tuo destino, il karma ti trova comunque, che devi fare ti chiedi, e sei il centro del mondo, e l’ultima delle comparse.
Respira.
Ancora.
Ci sono fatti che sono risposte a domande che nemmeno sapevi di farti.
Ci sono persone che sono risposte a domande che non avevi il coraggio di farti.
Ci sono cose che succedono e comedoveperché non ha importanza.
Conta solo “ora” e “fino in fondo”.
Respira.
Va tutto bene.
Sei un disastro.
Groviglio indistricabile di tutto e niente.
Sei un’idea
un ricordo
un rimorso
una risata
una battuta storta
un’emozione
un sorso d’acqua andato di traverso all’universo che filava liscio.
un nodo al pettine.
Un gran casino.
e forse è giusto così.
Ora puoi riaprirli.
Via di mezzo
Ho trentotto anni.
Prima di fare colazione sono insopportabile, mi giro una sigaretta in sei secondi, ho letto tutto Dostoevskij e due giorni di after non li reggo.
Faccio sempre il mio dovere.
Conosco i miei difetti, so come reagisco di fronte a gli imprevisti, non mi prende il panico e quando brindo batto il bicchiere al tavolo per chi il suo giro l’ha già finito. Vero Mat?
Non mi piacciono le persone ma sono tollerante, giudicare non ha senso, se c’è una cosa che ho imparato è che nelle situazioni della vita ti ci devi proprio trovare per poter dire poi.
Mi piacciono le donne giovani ma non troppo, almeno non dentro.
Mi piace l’entusiasmo che brilla negl’occhi insieme ad un tocco di tristezza.
Penso tutto ciò che dico.
Detesto lo sciroppo per il mal di gola.
Ho dodici anni.
Mi piace fare merenda, andare in bicicletta con gli amici e fare gli elicotteri col meccano.
Odio fare i compiti e perdere tempo in cose noiose.
Mi piace andare al mare e nuotare e fare le immersioni, costruire i fortini nel bosco e organizzare gli eserciti e le battaglie tra di noi.
Se uno mi sta antipatico non lo faccio giocare o lo metto in squadra con Mattia che è una pippa coi fortini anche se è il mio migliore amico.
Le femmine sono stupide e mi fanno schifo tutte. Tranne la mamma, la nonna e mia sorella, insomma.
Dico tutto quello che penso.
Detesto lo sciroppo per il mal di gola.
La mattina sono nervoso, forse è colpa della sveglia.
Non mi piace fare le cose per forza, mi sembra di buttar via tempo.
Vado a lavoro in bicicletta e i miei nuovi colleghi non sono proprio una forza quindi nelle pause mi leggo qualche classico che va di moda, non ci capisco un cazzo ma alle ragazze sembra che la letteratura ottocentesca piaccia. Devo imparare a dire meno cose anche se le penso perché ho litigato con tutti ma stasera esco lo stesso, esco da solo, anche se ho un po’ di mal di gola.
Ho venticinque anni e dopo un paio di birre sorrido ad una bella ragazza un po’ sulle sue e ripenso a quanto vorrei stare nel bosco a sistemare la scala del fortino, eh Matti...
È importante, l'aspetto
Tante cose sono importanti.
La musica, la poesia, l’arte, la progettazione, la programmazione, la letteratura.
Amo fare in generale, sperimento, vorrei saper fare...tutto.
E suono e scrivo e disegno e ho tremila idee.
Già. Idee.
Diciamo pure che ci vivo, con le idee.
Per questo il senso di cui ho più bisogno è il tatto.
Toccare con le mani, farsi passare le cose tra le dita.
Perché conta ciò che è fatto.
Conta l’idea sì ma quando ha forma.
Quando la puoi stringere come i lacci di una scarpa autoassemblabile in feltro.
Quando ci puoi sbattere contro come capita con lo spigolo fisico di una sedia concettualmente concepita per stare in piedi.
Quando ti ci puoi tagliare come con i fogli di plastica termoresistenti piegati a incastro per quel paralume.
Conta la forma, conta la materia.
Il “come” conta quanto il “cosa”.
Forse anche di più.
Conto io.
Io che sono sì un maledetto cervello ma anche un corpo.
Un corpo fisico.
Un insieme perfetto di ossa bianche e forti. Ricomposte.
Una massa di muscoli che mi sorreggono e che mi dolgono dopo le notti alla scrivania.
Filamenti di tendini che mi legano, che a volte si sciolgono e dannazione se si stirano.
E il fegato del venerdì sera, lo stomaco del pranzo della domenica, i polmoni della prima sigaretta della settimana che cristomadonna è già lunedì.
Io sono tutto ciò che ho.
I miei capelli.
Le mie unghie.
Le mie occhiaie.
La mia musica.
Il mio istinto.
La mia paura.
Le mie passioni.
Le mie fissazioni.
La mia paranoia.
Il mio cattivo gusto.
Io sono tutto il mio universo.
Infinito.
In espansione continua.
Chiuso a forma di me.
E ci vuole e c’è voluto e ci vorrà sempre tempo
Perché l’aspetto di ciò che sono e ciò che voglio e vorrei si somiglino in forma.
Bisogna capire quando qualcosa è importante,
E saper aspettare.
Celo manca
Io sono
diverso
interessante
intelligente
buffo
appassionato
passionale
molto tenero
bello
un musicista
un designer
un idiota
un maker
un cazzone
sfrontato
scontato
sfigato
coraggioso
pro
sbadato
stressato
impegnato
egocentrico
generoso
attentissimo un flipper
ottimista
ganzo
contro
obliquo
un illuso
tranquillo
affamato
arrabbiato
ordinato
strano un kiwi
stanco
indifferente
misantropo
un collezionista
un giocatore
un doppiogiochista
un viaggiatore
un marinaio
un modello uno scrittore
un poeta
un calciatore
sorridente
scazzato
sul pezzo
un elefante
un cantautore
vintage
da curare
moderno
nostalgico
pazzo
pensieroso
triste
responsabile
babbo natale
un rottame un genio
naturale oligominerale
frizzante
batman
d’oro
leggero
distante
drammatico
vivace
snodabile
abile da adorare
da imitare
da evitare
un sognatore
innamorato
lo stesso
Vorrei fare l'astronauta
Da bambino non ci pensavo, non sono americano, volevo stare in campagna.
Crescendo poi ho preso tutte quelle malattie che si prendono con gli anni come prendersisulserio, metterelecamicie, dichiarareilreddito.
Quindi se me lo chiedi oggi, sì vorrei fare l’astronauta.
Mi guardo intorno e vedo tutto troppo.
Troppi fogli sulla scrivania.
Troppe foto appese alla bacheca.
Troppi vestiti ammassati sulla sedia.
Troppe mail nella casella.
Troppi impegni.
Troppe persone.
Troppi libri negli scaffali.
Troppe tazze.
Troppi avanzi.
Troppo sole.
Troppe auto.
Troppo rumore.
Troppo, troppo, troppo.
Troppo.
Lo sopporterei.
Poi l’altra metà del letto.
Il vuoto.
Non respiro.
Ho bisogno di spazio.
Illuminante ambivalente
b a s t a p a r l a r e
Contrasti
In fondo sono differente.
attivo magari emotivo
a volte impulsivo
tengo le mani nel sangue
faccio le cose di pancia
Mi muovo.
Faccio.
Resisto. Esisto.
Sopravvivo? No vivo.
Batto il tempo. Mi batte il cuore
Non è vero. Comune e anonimo. Come un piccione in piazza san marco
Stare per
non ho fatto le due pagine di vocali per compito e la maestra riguarda le riguarderà. l’attimo prima di tuffarmi, non si può tornare indietro, ma quanto è alto. non so come è andata. aspetto una risposta. mi ha detto “dobbiamo parlare”. non so niente. non mi ricordo la parte, che devo dire?. sta già a me?. perché io?. davanti a tutti. e se non ci riesco?. è una vita che non lo vedo, oddio eccolo. salve io mi chiamo. no non l’ho fatto. sì sono stato io. no. sì. non mi va. lo voglio. perché non dice niente?. mi starà bene questa camicia?. le piacerò?. cos’è questo silenzio?. una pausa. domandare. dare delle spiegazioni. dare degli esami. sarò all’altezza?. mentire. dire il vero. buttarsi. credere. ricominciare.sarà una delusione?. non so cosa fare. sarà giusto. aspettare.
Le cose del mondo - io
Velocista immobile
Alla fine sono un uomo. Un uomo, chiaro? Lo vedi lo sguardo assorto, i modi piacenti, la barba? Un uomo. E questo è il mio bar. Vengo qui da anni. Anni che entro, saluto, ordino lo stesso caffè e mi metto qui, fuori, allo stesso tavolino, che nevichi, piova o ci sia un sole che spacca le pietre.
E ora che c’è? Ci sei tu che sei scesa con un vestito che manca poco ci rimango secco col caffè di traverso. Ci sei tu. Coi capelli mossi da questo vento. Tu che sorridi e mi trema la mano tanto vorrei farti un cenno. Ti lancio uno sguardo mentre sei al banco e mi bolle il sangue, che cazzo vuole quel tizio e tu che ridi? Ti volti. Mi guardi. Un impulso fortissimo. Mai ho corso tanto stando immobile.
More
Ricordi ancora quando la pelle era carta bianca?
Poco.
Già da bambino, per cogliere more, tornavo a casa rigato di spine.
Mia nonna sorrideva scuotendo la testa, mi prendeva in braccio e con pazienza disinfettava le mie ferite di guerra. Quanto frizzava.
Facevo gli occhi lucidi ma non piangevo, speravo che quello strazio finisse in fretta ma quel dolore, per quanto fortissimo, non mi ha mai impedito di ributtarmi, ogni volta, negli stessi cespugli.
“Non sentirai mai lo stesso male dove c’è una ferita rimarginata” diceva mia nonna.
E questa frase è un tesoro che porto nel cuore.
Ma non mi ha detto tutto, mia nonna.
È più difficile tagliarsi dove si ha una cicatrice tanto quanto, nello stesso punto, percepire una carezza.
Così ti schianti con la vita, ti spacchi le ossa, ti bruci lo stomaco, ti squarci il cuore e ti ingessi, ti ricuci, torni dal fronte con una stella di bronzo marchiata a fuoco e una stampella un po’ storta.
Metti su il bollitore, ti affossi in poltrona e per un istante, ti fermi.
Sei vivo.
Sopravvissuto.
Ripensi alle more e già sai che ogni cicatrice sarà una storia da raccontare, un difetto da spiegare, un punto di forza, una scorza più dura, la prova di pazienza di qualcun altro.
Il bollitore fischia.
Te l’ho mai detto che gli occhi di mio padre sono verdi e marroni, come i cespugli?