« Se qualcuno dice quello che ha nel cuore e altri quel che è più comodo, come possiamo dialogare?»
- Madeleine Thien, Non dite che non abbiamo niente
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E chi dorme più?
Mi ero dimenticata quanto mi piacesse camminare per mano.
Promemoria a me stessa: NON PRENDERE PER ORO COLATO QUELLO CHE GLI ALTRI DICONO SUGLI ESAMI. Almeno il beneficio del dubbio.
Wafer mi faresti un waferegalo di Natale? Volevo che mi spiegassi le tele di Fontana Tanti abbracci ⛄🎄
Più tardi vai a controllare se sotto l'albero trovi un reblog di questo post!
Benvenuti in una nuova puntata de seh vabbe, ma la potevo fa’ pure io ‘sta roba, ma che è arte questa????. Oggi parleremo di Lucio Fontana, e del motivo per il quale prendeva tele nuove di zecca e le bucava con il punteruolo, le incideva con il taglierino. Perché? Che significa? Ma è arte?
Passeggiate in un museo, tra le varie opere pittoriche. Tutto si esaurisce entro la superficie delle tele che osservate, è tutto contenuto al loro interno, vi si crea uno spazio a sé, che può essere un paesaggio, un ritratto, qualsiasi cosa riusciate ad immaginare di dipinto, appeso al muro. Fontana libera l’arte da questa prigione fatta di tela, la apre e crea fisicamente un nuovo spazio, una vera terza dimensione, realizzata semplicemente creando uno o più squarci – non giocando sulle regole della prospettiva del Brunelleschi. Non c’è finzione nel creare la luce, come si dovrebbe fare con un pennello per un’opera d’arte più tradizionale: la vera luce dell’ambiente che ospita l’opera, filtra attraverso lo squarcio, e si genera vera ombra, senza necessità di inventarsi il chiaroscuro. Il taglio piega il materiale, e si crea quella zona scura al centro che è la ferita della tela, oggetto che potremmo definire un feticcio dell’arte, maneggiato da tutti con cura meticolosa: Fontana viola la sua superficie, il contrario di quel maneggiare le opere con i guanti. Ma lo fa con un rispetto ed un’eleganza tali, che sublima quella che in realtà potremmo equiparare ad una violenza – ma più che un atto iracondo, si tratta di un gesto calibrato, fortemente pensato, persino metafisico.
Dove gli altri artisti agiscono per aggiunta di qualcosa sulla tela, dipingendo, disegnando, bagnando gli acquerelli, egli invece si muove per sottrazione: non fa nulla di nuovo, non aggiunge niente alla superficie, anzi sottrae dalla tabula rasa dell’arte visiva che egli ha creato, eppure uno squarcio così minimale, apre ad una dimensione infinita di vuoto e spazio, e concettualmente, è la progettazione di una dimensione altra. Spesso i Buchi sono inseriti in serie, creando delle geometrie particolari, dei ritmi sulla tela, che suggeriscono una forma, ma vanno oltre, proprio per la loro caratteristica di non essere dipinti, ma di essere fori reali sulla superficie. Così come i Tagli (Buchi e Tagli con la lettera maiuscola per differenziare le due divisioni delle celebri serie che realizza), che si ergono monumentali in solitudine, o in gruppi più ritmici e meno contemplativi, contro tele grezze o arricchite di materiali per impreziosire la superficie, sono strutture primarie elementari, minimali eppure fortemente eloquenti, esibendo in modo così essenziale la volontà di ricerca oltre i limiti reali dell’arte, che nel caso della pittura sono proprio i confini della tela. Fontana li elude, e non lo fa con un pennello, ma con un oggetto diverso, che perfora le sue opere. Le chiama tutte Concetti spaziali, perché non può né vuole definirli quadri – i quadri per lui sono finiti ,“il quadro non è più quadro”, diceva - e definirli oggetti ne impoveriva il valore, riducendoli ad un materialismo scevro di contenuti. Il fatto di Fontana è, al contrario, tutto mentale: ragiona sul nuovo spazio, e per questo genera i così definiti concetti, li rende visibili sottoforma di opera d’arte. E perché spaziali? Perché il concetto che espletano è proprio quello di un nuovo spazio, quello dello – accidenti se sono cacofonica oggi – Spazialismo, come lui lo definisce nel suo manifesto. Nel testo egli ribadisce la necessità di superare la pittura, la scultura, la poesia. E non c’è modo migliore di superare qualcosa scavalcandone i limiti, no? O, nel suo caso, tagliandoli, perforandoli. A suo avviso andavano aggiunti nuovi contenuti alle arti, tra cui quelli di spazio e tempo. E come inserire il vero spazio in una tela, senza farlo sembrare un’illusione? Così. È Fontana stesso a dichiarare di voler dare un’impressione di calma spaziale e rigore cosmico, di serenità nell’infinito, con le sue opere – e a mio avviso riesce, riesce perfettamente. Quello che posso suggerire allo spettatore dinanzi ad un Fontana, è di non limitarsi a guardare la tela, ma di avvicinarsi a guardare la straordinaria bellezza di quel gesto, l’ombra scura scaturita dal taglio, che inghiotte la luce reale e se la porta chissà dove, spesso frenata proprio da una garza nera posta sul retro. La definizione di Attese, che spesso accompagna il titolo di Concetto spaziale della serie dei Tagli, allude proprio a questo rilancio al futuro, ad una spazialità cosmica di oltre, che non possiamo far altro che attendere. Oppure possiamo leggerci un omaggio a Boccioni e ai suoi celebri e bellissimi Stati D’Animo – e non sarebbe sicuramente l’unica assonanza con il futurismo che si può rintracciare in Fontana. Trovo infine interessanti le associazioni possibili dei concetti spaziali, con l’universo di costellazioni e nebulose: un parallelismo affascinante, e dimostrativo che la ricerca della nuova dimensione sconfini inevitabilmente nella vastità e nella bellezza dell’universo a noi solo parzialmente conosciuto.
Concludo dicendo: non limitatevi a conoscere Fontana solo per i suoi lavori più celebri su tela. Egli lavora il rame, l’argilla, inizia da abile sculture e modellatore e prosegue per questa via nell’arco di tutta la vita, sperimentando nuovi materiali. È un artista che si comprende solo nella sua volontà di voler superare ogni confine preposto, in una ricerca a tutto tondo che passa anche, ma non solo, attraverso buchi e tagli della tela. A dimostrazione del suo studio della luce, crea una scultura al neon, luce pura, che brilla autonomamente librandosi nello spazio con un gesto calligrafico elegantissimo e rivoluzionario. Una delle copie autorizzate si trova al Museo del Novecento di Milano, e qui sotto te la ripropongo perché è davvero bellissima:
ah sì quella in basso sono io.
Amiche dolci ( @derriblossom ) che cercano di farmi passare la depressione da esami in vista. Lui è Nino (il coniglino) 🐰
Distrarsi in modo efficace dallo studio estivo (e ridere da sola in biblioteca).
Comunque questa cosa che su Facebook si fanno le recensioni dei posti (quasi) solamente quando ci si trova male mi sembra molto uno specchio del quotidiano.
Tempismo sbagliato
Pan and Bacchante, 1834, by James Pradier.
Quando mi arrabbio con qualcuno a cui tengo per qualche parola detta di traverso, ho due tipi di reazione: o, dopo una breve risposta, sto zitta un po' e poi torna tutto come prima (quasi fosse un reset) o chiudo definitivamente. L'ultimo caso è assolutamente (per fortuna) rarissimo e, per dirla tutta, pure il primo non capita poi così spesso.
Probabilmente perché non mi arrabbio quasi mai; sono circondata da persone belle con le quali si parla sempre in toni rispettosi.
Eppure, quella volta che (come stasera) mi capita di arrabbiarmi, il mio silenzio mi concede il tempo di attraversare una serie di status emotivi altalenanti.
Parto dal fastidio di aver sentito una cosa che io non ritengo vera e proseguo con il nervoso di come quella persona possa essersi permessa di aver detto ciò che ha detto, quasi sconfortata dalla sua maleducazione. Cammino per la valle del «adesso gliene dico quattro», ma poi mi sporgo sulle rive del «vuoi che forse ha un po' ragione pure lui» o del «l'avrà detto scherzando», fino a pentirmi di aver detto qualcosa di rimando ad una serie di frasi poco carine.
Non so bene se è il mio cervello, ad avere una forte tendenza alla giustificazione altrui, o un'insita convinzione che alla fine ciò che conta sono i gesti.
Come previsto, anche stasera l'arrabbiatura è passata ed ha lasciato il posto all'intrepida attesa di domani, quando ci vedremo di nuovo e di nuovo staremo bene insieme. Questa volta però, con una consapevolezza che assomiglia un po' ad un segnale di pericolo.
Perché le parole pesano e si deve stare attenti. Dette, scritte, sputate a caso da chi ci vuole bene, possono colpire anche chi non è permaloso, toccando parti nascoste o diatribe interiori. Da piccoli c'era la storia delle sette P, quella che "Parola Poco Pensata Produce Perenne Pentimento (o Parecchie Puttanate, nella versione meno edulcorata)", tramandata da generazioni assieme a molte altre cose sagge. Quella che ci insegnava che è meglio pensare un secondo in più, ripetersi la frase nella testa e cercare di capire come ci farebbe sentire se rivolta a noi.
Le parole possono fare male.
Usatele con attenzione.
Positano, Italia
Com'è andata oggi
Ah niente, qua magie e farfalle nello stomaco
Qua c'è la descrizione della mia vita, nonché la risposta a “cosa vuoi fare da grande?”
The Winged Victory of Samothrace (the Nike of Samothrace)