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@lucerna52
RELAZIONI CON PARTNER CON FIGLI ED EX: COSA È SANO, COSA È DISFUNZIONALE, COSA È PATOLOGICO
Di Claudia Crispolti
🜲 Decalogo psicologico basato su ricerca, clinica e teoria psicoanalitica
Entrare in una relazione con un partner che ha un precedente matrimonio, figli, o un sistema familiare già costituito significa entrare in un campo psichico complesso, dove — come ricordano Bowen (1978), Minuchin (1974) e Carter-McGoldrick (2005) — la struttura familiare pre-esistente crea gerarchie, coalizioni e confini che devono essere riconosciuti e rispettati per evitare triangolazioni patologiche.
La letteratura psicodinamica (Kernberg, 1995; Mitchell & Aron, 1999) è molto chiara: le relazioni funzionano quando esistono confini stabili, una distinzione chiara tra passato e presente e un campo affettivo non contaminato da residui emotivi irrisolti.
☞Di seguito il decalogo tecnico su ciò che è sano e funzionale, ciò che è disfunzionale e ciò che è clinicamente patologico (assolutamente da evitare)
1. La presenza dei figli nei momenti importanti
Normale: il partner trascorre tempo con i figli (weekend alternati, serate concordate, compleanni dei figli).
Disfunzionale: i figli diventano perpetuamente la ragione per rimandare, cancellare, o destrutturare gli appuntamenti di coppia.
⚠Patologico: il partner utilizza il figlio come “terzo” nella relazione (Bowen: triangolazione) Quando due persone in relazione (coppia) non riescono a gestire la tensione emotiva tra di loro, introducono una terza persona per “scaricare” quella tensione.
➡️o lo assume come partner emotivo sostitutivo (Minuchin: alleanza incestuosa)
Succede quando un genitore coinvolge un figlio in un ruolo che psicologicamente appartiene al partner — ruoli di sostegno, alleanza, consolazione, intimità emotiva, decisioni, condivisioni che spettano alla coppia adulta.
2. Le feste comandate (Natale, compleanni, Pasqua)
Normale: la presenza di rituali con i figli è prevista, ma viene pianificata con chiarezza.
Disfunzionale: cenare “tutti insieme” a Natale con l’ex come se nulla fosse, in nome di un falso “benessere del figlio”, quando in realtà si evita il conflitto (Carter-McGoldrick: pseudo-armonia familiare).
⚠Patologico: il partner pretende che tu ti unisca al nucleo primario pre-esistente, cancellando la specificità della nuova coppia (fusioni patologiche; Bowen: differenziazione del Sé compromessa).
3. La gestione dei compleanni e delle ricorrenze
Normale: due micro-rituali: uno con i figli, uno con il/la nuova partner
Disfunzionale: il nuovo compagno/a viene “aggiunta” come variabile nella festa dei figli senza un processo graduale.
Tutta la ex famiglia si ritrova creando una ritualistica basata sulla finzione per “il bene dei figli/o/a.
⚠Patologico: l’ex controlla, decide o valida l’intera organizzazione delle feste, trattando il partner come subordinato (teoria del power/control di Walker).
4. Il rapporto con l’ex coniuge
Normale: contatti funzionali, comunicazione civile limitata alla gestione dei figli.
Disfunzionale: telefonate quotidiane, messaggi continui “perché altrimenti si arrabbia”, disponibilità illimitata.
⚠Patologico: il partner si lascia dominare emotivamente dall’ex, mostrando dipendenza affettiva residua, colpa cronica o dinamiche di co-attaccamento (Kernberg: conflitti non risolti dell’oggetto primario).
5. La posizione del nuovo partner
Normale: sei la/ il partner attuale; il tuo ruolo è chiaro.
Disfunzionale: sei trattat* come “ospite temporaneo” nel sistema familiare altrui.
⚠Patologico: diventi il capro espiatorio delle tensioni tra ex partner (Minuchin: scapegoating).
Minuchin usa il termine per descrivere il momento in cui un membro del sistema diventa il destinatario delle tensioni, dei conflitti irrisolti e delle dinamiche patologiche che appartengono ad altri — tipicamente il partner e l’ex.
6. Confini e gerarchie
Normale: il partner protegge lo spazio della coppia e stabilisce limiti sani (Kerr & Bowen).
Disfunzionale: l’ex entra nella vita quotidiana del partner attraverso telefonate, favori, richieste extra.
⚠Patologico: l’ex ha accesso illimitato al partner, entra in casa, regola orari, rituali, decisioni (violazione completa dei confini: Minuchin, enmeshment).
7. La gestione del tempo
Normale: il partner equilibra tempo con i figli e tempo per la coppia.
Disfunzionale: il partner si “dissolve” ogni volta che il figlio o i figli richiedono attenzione, senza preavviso né pianificazione.
⚠Patologico: il partner vive in uno stato di iper-adattamento verso i bisogni dei figli o dell’ex, lasciando la relazione di coppia in totale deprivazione (teoria dell’attaccamento: parental guilt overcompensation).
Questo è uno dei fenomeni più diffusi e più clinicamente gravi nelle famiglie ricostituite, perché altera completamente la gerarchia relazionale.
È quando il partner — per senso di colpa, paura di “non essere abbastanza”, o incapacità di tollerare la frustrazione affettiva dei figli o dell’ex — entra in uno stato di iper-adattamento cronico.
La teoria dell’attaccamento chiama questo meccanismo:
“parental guilt overcompensation”.
(Amato, Booth, Hetherington, Kelly – studi longitudinali su divorzi e coparenting).
8. Trasparenza, chiarezza, comunicazione
Normale: il partner comunica in anticipo impegni e disponibilità.
Disfunzionale: cambi di programma continui, ritardi cronici “perché c’è il bambino”.
⚠Patologico: manipolazioni, narrativi contraddittori, cancellazioni improvvise: il tutto mascherato da “imprevisti familiari” (Boszormenyi-Nagy: lealtà invisibili).
9. Il ruolo della nuova coppia
Normale: la nuova coppia viene riconosciuta come entità autonoma.
Disfunzionale: la coppia è sempre subordinata all’unità pre-esistente.
⚠Patologico: il partner esige che tu “entri” nella famiglia allargata come se fosse obbligatorio, senza rispettare il tuo setting affettivo (Mitchell: intrusione dell’Altro nel campo diadico).
10. La questione centrale: chi detta le priorità?
Normale: figli e partner convivono in un equilibrio sostenibile e non competitivo.
Disfunzionale: il partner resta psicologicamente “sposato” al sistema precedente (residui di attaccamento, colpa, dipendenze affettive).
⚠Patologico: il partner non ha un Sé differenziato e vive la relazione attuale come aggiunta e non come scelta (Bowen: livello basso di differenziazione → relazioni triangolate e instabili).
➥Conclusione strutturale
La ricerca è unanime:
una relazione con un partner che ha figli ed ex è possibile solo se il partner ha confini chiari, colpa regolata, separazione emotiva avvenuta, e la capacità di proteggere il campo della nuova coppia.
Dove mancano queste condizioni, subentrano dinamiche di triangolazione, pseudo-armonia, enmeshment, iper-adattamento, e confusione dei ruoli — tutte situazioni clinicamente 🛠destabilizzanti e altamente 📍disfunzionali per la salute psichica della nuova coppia.
Bibliografia
Bowen, M. (1978). Family Therapy in Clinical Practice. New York: Jason Aronson.
Minuchin, S. (1974). Families and Family Therapy. Harvard University Press.
Kernberg, O. (1995). Love Relations: Normality and Pathology. Yale University Press.
CARI AMICI MASCHI (⚠️DONNE NON LEGGETE!!!⚠️)
Dobbiamo dircelo... le donne oggi non sanno più servire.
E non perché non vogliano, ma perché gliel’hanno tolto.
Gliel’hanno strappato dalle mani e fatto sembrare una debolezza.
Hanno preso il gesto più potente che una donna possa fare, quello che ti fa sentire: “sono qui per te, uomo, ti vedo, ti onoro, ti scelgo” e l’hanno trasformato in una vergogna.
Le hanno convinte che servire sia umiliante, che amare sia pericoloso, che stare accanto a un uomo in totale fiducia sia sinonimo di dipendenza.
E così adesso recitano la parte delle guerriere, delle indipendenti, delle “io non ho bisogno di nessuno”.
Ma appena qualcosa si incrina… crollano. E ti puniscono.
Perché sotto quella corazza c’è un cuore che non ha mai potuto esprimere la sua natura.
Una donna che ha disimparato a servire ha perso il contatto con la parte più nobile e sensuale di sé.
Perché il servire, quando è vero, non è sottomissione.
È arte. È offerta. È potere spirituale incarnato.
Ma non lo capiscono più.
Perché per servire davvero un uomo, bisogna prima vederlo.
E per vederlo, lui deve esserci.
Deve essere presente. Radicato. Pulito. Affidabile.
Un Re, non un bambino che cerca la mamma o un burattino che chiede amore.
E qui viene il punto...
Una donna che ha risvegliato in sé la gioia di servire, non è una da trovare. È una da meritare.
Se ancora pretendi, se ancora ti arrabbi, se ancora giochi a fare il maschio offeso… scordatela.
Una donna così la riconosci perché non ha bisogno di urlare per farsi amare, né di controllarti per sentirsi sicura.
Ti serve perché ti ha scelto.
Ti onora perché l’hai guadagnato.
E se ti capita tra le mani, non tradirla.
Perché non tornerà più.
Luigi Silvestri
Milo Manara
❣️ ..
AMARE UN GENITORE CHE NON SA AMARE
Lo amavi perché è tua madre (o tuo padre): non avevi scelta.
L'amore per un genitore non si decide, si vive, è biologico, istintivo, inevitabile.
Anche quando loro non sanno ricambiarlo, anche quando il loro amore era vuoto, ma tu eri un bambino e i bambini amano i loro genitori, sempre, anche quando sono mostri.
Anche quando i genitori non sanno amare.
Da bambino non puoi permetterti di non amarli: dipendi da loro per sopravvivere.
Il tuo cervello deve convincersi che quell'amore freddo sia normale, che quelle briciole siano un banchetto.
Non hai alternative.
O li ami o muori dentro.
E così scegli di amarli ogni singolo giorno.
Il paradosso più crudele: più loro sono incapaci di amarti, più tu ti sforzi di meritare il loro amore.
Diventi perfetto/a, invisibile, silenzioso/a.
Se solo fossi più bravo/a (pensi) forse mi amerebbero!
Ma non puoi insegnare l'amore a chi non ha mai imparato cosa significhi.
E così cresci diviso in due: una parte di te (il Bambino/a che sei stato) ama disperatamente; l'altra parte sa la verità... che il loro amore è come una stanza vuota.
Ma, ammettere che loro non ti amino davvero, significa ammettere di essere solo/o al mondo.
E' troppo.
Troppo.
Così da adulto impari a vivere nel paradosso: ad amare chi ti ferisce, a cercare calore nel ghiaccio, a vedere amore dove c'è solo dovere, o peggio, indifferenza.
Impari che amare significa soffrire in silenzio; che essere amati è un lusso che non ti puoi permettere.
Ma il tuo corpo ricorda: quando qualcuno ti tratta con freddezza ti senti a casa, quando qualcuno è emotivamente assente, lo riconosci come amore.
E' il paradosso che ti porti dentro: cerchi negli altri lo stesso vuoto che ti ha cresciuto/a, perché è l'unico amore che il tuo sistema conosce.
C'è una responsabilità dolorosa da riconoscere: scegli chi conferma la tua storia; i partner emotivamente assenti non capitano per caso, li riconosci, li selezioni, li tieni perché l'intimità vera terrorizza chi non l'ha mai conosciuta.
Meglio il vuoto familiare che il pieno sconosciuto.
Riconosci l'amore disfunzionale come un segugio, lo fiuti nell'aria, lo vedi in come non ti guardano, in come ti sfamano a briciole, non per masochismo, ma perché il tuo sistema sa navigare il rifiuto, non la presenza: è una competenza traumatica.
(Claudia Scarpati)
COS’È LA CALMA?
La calma è quando smetti di inseguire e lasci che le cose ti trovino. Sì, anche l’amore, anche la felicità, anche le chiavi che avevi perso.
La calma è un respiro profondo prima di rispondere.
Perché tra il fiato che entra e quello che esce, c’è sempre spazio per un po’ di saggezza.
La calma è un messaggio che non controlli mille volte.
L’hai scritto, l’hai mandato. Il resto non dipende da te.
La calma è un viaggio senza fretta.
È guardare fuori dal finestrino senza contare le fermate, senza chiedere quando si arriva.
La calma è un caffè che aspetta di essere bevuto.
Non scappa, non insiste. Ti aspetta, al caldo, come fanno le cose belle.
La calma è un abbraccio che dura più del necessario.
E alla fine capisci che il necessario, era proprio quel tempo in più.
La calma è un giorno senza notifiche.
Nessun bip, nessun trillo, solo il suono dei tuoi passi che vanno chissà dove.
La calma è una goccia che scava la pietra.
Non ha fretta, non fa rumore, ma vince sempre lei.
La calma è quando guardi il mare e lui ti guarda dentro. E vi capite, senza dire niente.
La calma è lasciare andare le cose che stringono troppo.
Anche le scarpe strette, anche le relazioni scomode, anche quel pensiero che pesa.
La calma è sapersi dire “ci penso domani” senza sensi di colpa.
Perché domani è un giorno bellissimo, anche se non lo conosci ancora.
La calma è la voce di chi sa aspettare.
Non alza il tono, non si affanna. Ti arriva addosso come un soffio, e ti cambia la giornata.
La calma è quando smetti di accelerare un abbraccio.
E ci resti dentro fino a scioglierti, fino a diventare un pezzo di quell’altro cuore.
La calma è l’arte di non rovinare il momento giusto con la fretta sbagliata.
Tipo un bacio dato troppo presto, tipo un sogno lasciato a metà.
La calma è la consapevolezza che il sole sorge sempre. Anche dopo una notte lunga, anche se non lo vedi, lui è lì.
La calma è camminare senza meta.
Perché a volte non serve arrivare, basta andare.
La calma è un libro letto piano.
Una pagina alla volta, con gli occhi che si perdono nelle virgole.
La calma è sapere che la strada giusta è quella dove ti senti leggero.
E che se pesa troppo, forse hai sbagliato direzione.
La calma è il coraggio di dire “oggi no”.
E non dover spiegare il perché.
La calma è fidarsi.
Di sé, del tempo, del fatto che alla fine tutto torna. Anche la pace, anche te stesso.
-Andrew Faber
Il ginocchio destro
(Il sostegno del padre)
C’è un punto del corpo che custodisce un gesto antico.
Un gesto d’onore
Un gesto di riconoscimento.
Che qualcuno potrebbe chiamare amore.
Non eseguito per istinto, ma per scelta umana.
Memoria sacra.
Al padre mio, vita consacrata.
Lui, con il suo lavoro incessante, l’andare avanti a ogni costo.
Mai un malanno, mai una carezza.
Mai la tua resa. O forse mai detta.
Il ginocchio destro registra tutto.
Ogni salita in solitaria per raggiungerlo
Le gambe spezzate.
Le ginocchia sbucciate.
La sua assenza o il suo peso.
E tu stufo
È lì che si flette la tua volontà quando la vita chiede rispetto.
Il corpo si china per rendere omaggio
Genuflessione
a ciò che ti ha generato, ferito,
amato.
Il ginocchio destro conosce il conflitto
Transgenerazionale
Di padre in figlio e così via
Giù Per tutto l’albero familiare
Fin dentro le più profonde radici
Le guerre invisibili combattute in altre epoche
Registrate e incise sul karma della stirpe! L’energia maschile del non sottostare.
Del clan.
Il Dolore che arriva ancora oggi ne è l’eco
Un dolore cristallizzato nell’articolazione,
nel cuore della gamba,
lì dove si crea la stabilità
È il punto più forte di chi sta in piedi.
È lì che vieni colpito dell’universo, quando nel suo disegno c’è scritto di piegarti.
“Mi tagli le gambe”,
si dice quando non hai più forza,
quando vieni disarmato
Il ginocchio destro dolente può raccontare
di un padre troppo rigido o assente
O in generale la difficoltà ad accettare l’autorità maschile.
La rabbia mai espressa verso di lui che a sua volta non si è mai piegato, fa scopa con il tuo senso di colpa nel volerlo superarlo
Se possibile
e la paura di farsi carico della sua eredità
Quando si piega, si implora, si supplica, è lì che si sopporta.
È lì che si rompe.
E poi chiede perdono.
Ci si inchina quando si va a morire o quando si viene consacrati con la Spada, quando si onora il Padre nostro. E quando si prega.
Umiltà
perché cedere è un po’ come espiare.
È chiedere di essere visti
È comprendere che siamo fragili esseri umani.
Tra femore e tibia, i due menischi.
Messi come guardiani
Tra ciò che regge e ciò che si muove.
Due ali d’appoggio, due cuscini di storia.
Se ascoltato, il ginocchio destro guarisce.
Torna a stendersi
Non da solo.
Non per forza.
Ma quando il cuore si apre al padre nella sua grandezza e nella sua miseria.
Quando viene accolto con compassione
Può accadere
E allora quel piegarsi diventa offerta. Portatore di onore
E la gamba si stende, con il passo che si fa leggero.
La strada non è più una via crucis del figlio con la croce in spalla che va al patibolo cadendo tre volte
ma diventa possibilità.
Dove l’uomo o la donna si rialzano
Ogni volta diversi, più maturi
Consapevoli
Perché ora hanno visto.
Anche se solo un po’.
Hanno pacificato, forse non tutto.
Hanno reso onore a chi è venuto prima.
E finalmente sistemato l’ordine dell’amore
Possono camminare avanti.
Alessandro Catanzaro
"Benedetta sia la goccia che farà traboccare il vaso, ti darà la forza di andartene da un posti dove non dovresti essere.”
—
La donna che si annulla per la famiglia, crede di amare. Ma spesso, senza accorgersene, sta crescendo dei mostri.
Soprattutto con i figli maschi.
Si sacrifica. Li mette al centro del mondo.
Fa tutto per loro, anche quello che dovrebbero imparare a fare da soli.
E intanto si dimentica di sé, del suo corpo, dei suoi sogni, della sua dignità.
Ma l’amore non è questo.
Non è servitù, non è fusione, non è controllo mascherato da protezione.
Quando una madre fa tutto per suo figlio,
gli sta dicendo silenziosamente:
“Senza di me, tu non vali. Senza di me, non puoi.”
Il figlio cresce fragile ma arrogante, incapace di amare davvero, sempre in cerca di una donna che lo “sistemi”, e pronto a punire quella che invece si ama e si sceglie.
👹 Così nasce il “mostro”.
Un uomo che non sa prendersi cura di sé,
che si crede al centro del mondo,
che scambia l’amore per servizio.
E spesso…
è proprio da quel tipo d’uomo che le madri si lamentano per tutta la vita.
Campi Torsionali all'opera
L'unica cosa che ti chiedo in cambio è che quando parli con me, badi alle tue parole.
Che le tue parole siano giuste, che siano della dimensione dei tuoi sentimenti, perché se mi dici no, per me è no, e se mi dici piove,
per me piove.
E se mi dici amore, per me è Amore.
(Rosario Castellanos)
esatto! tuo nonno appunto....😂
Mi chiedo dove sia finita la dignità di una donna,del suo onore e della sua grandezza in quanto creatrice di vita.
Dovremo chiederci perché si continua a parlare di patriarcato invece di coltivare il matriarcato e la condivisione dello stesso significato.
Il vero lusso della maturità è il potere di dire no a ciò che un tempo inseguivamo disperatamente.
Empito
Non volevo morire senza aver capito perché ero vissuto.
O, molto più semplicemente, dovevo trovare dentro di me il seme di una pace che poi avrei potuto far germogliare ovunque.
Tiziano Terzani