E il tempo s’arrestò.
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One Nice Bug Per Day

Kiana Khansmith

gracie abrams
Noah Kahan
@malinconie-inessenziali
E il tempo s’arrestò.
Poggiavo il capo sul tuo petto, lì in quella conca di desideri tra il collo e la clavicola, tra il tepore della certezza di non voler andar via e il gelido brivido di chi sa che il tempo scivola come sabbia tra le dita. Mi insinuavo tra le fessure dei tuoi sguardi, ebbra della percezione di occupare finalmente una collocazione matematicamente esatta nello spazio temporale: né nostalgia passata, né immaginazione futura, ma quiete, quiete presente. Null’altro che un’evoluzione semantica radicatasi dal latino “prae esse”, “trovarsi davanti agli occhi”; etimologia di un modo d’essere, crisalide e dono del farsi essenza, presenza, preesistenza, pressappoco come te e me. Sussurri ed echi si rincorrevano in guerra e pace con il panismo simbiotico di un idillio che ci stringeva. “Sembra un film”, ripetevi. Quella sera, per la prima volta, afferravo la consapevolezza di sublimarci in una fusione d’animi, di varcare un punto di non ritorno, quando il timore di raccogliere qualcosa di così meravigliosamente flebile e scheggiarla al tatto, supera la voluttuosa e umana necessitá di afferrarla. Ti bei dei miei sorrisi, del mio modo di amarti prima ancora di dirtelo, di catturare quei passi intersecati ai tuoi per ripercorrerli quando i miei ne ricorderanno il ritmo. Vagamente, distrattamente, avvolti dal brusio della gente e di mani e di occhi e di parole e di tocchi che non saranno mai più tuoi. Lasciami così vivere in questo connubio di congiunzioni astratte, eteree, inarrivabili, eppure nitide, dietro palpebre serrate e voci incontrollate. Lasciami cullare nel ricordo di una falce di luna, così incandescente da illuminare la sinuositá di due corpi in riva al lago; da bruciare contraddizioni, ostacoli, perpendicolaritá taglienti di una vita che non è mai come vogliamo. Sogni infranti e ricostruiti, caos e pensieri a soqquadro, frasi lasciate a metà, pezzi di carta stracciata, vulnerabilitá discontinue, disillusioni e illusioni e poi ancora passioni destabilizzanti, vuoti colmati, voci spezzate, incubi nel cuore della notte, carezze sui punti di sutura, orologi in ritardo, lacrime trattenute e singhiozzi di voragini d’amore.
Baciarti e scoprire così l’immenso.
I LOVE IT
#my edit
Spesso mi interrogo sull’eventualità probabilistica di declinare risposte alle mie domande, se per un solo istante, lasciassi sfumare via l’ostinazione testarda di razionalizzare ogni goccia di vissuto; se abbandonassi questo senso ossequioso del dover essere, dover comprendere, dover rimpicciolire pulsioni, emozioni e colori, come se non meritassi veramente fino in fondo anch’io la bellezza, la naturale bellezza dei sentimenti.
“No, tutto tranne i sentimenti.”
Spesso mi interrogo circa le declinazioni di possibilità del divenire, quale forma esattamente assumerebbero le memorie, se nello stesso momento in cui le sfogliassi tra i miei pensieri, sciogliessi questo nodo alla gola, che stringe, stringe fino a soffocare le mie fragilità.
“Sono forte, non cedo.”
E se iniziassi a ricordare di quell’ultima notte, cosa sentirei davvero?
Poesie scritte sul corpo, vibrazioni inerpicatesi tra gli interstizi dell’anima, respiri che viaggiano allo stesso ritmo, battiti così profondi da creare melodie, sinuosità in un unico flusso vitale, occhi dentro occhi, carezze al cuore, baci di sutura sulle ferite, graffi che disegnano costellazioni sulla pelle, menti in collisione e sussurri…voci…echi tra piacere e stordimento, tra euforia e dolore lancinante, in un attimo sospeso, in cui incoscienza e lucidità coesistono.
Come di un sentimento previo, eppure inesplorato.
È questo che ti direi, perché con te, quella notte, ho creato temporalità che amo definire
Arte.
Mi chiedi di aprirmi, mi chiedi di condividere, mi chiedi di darti accesso ad un mondo interiore che ho silenziato tempo fa. Di parlarti. Di raccontarti. Di toccarci l’anima. E poi? Derealizzare la realtà o celarla per sempre in un nascondiglio del cuore, dove andremo a finire io e te. Io e te. Non ho mai avuto il coraggio di considerarci un Noi, una verità, una certezza tra le incertezze che ci stanno graffiando i corpi. La consuetudine di essere sola mi ha irretita in un’atemporalitá astratta e inconsistente, un’involucro dove proteggere emozioni, sentimenti, amori. L’anestesia emotiva, la repulsione di sentire…di nuovo. L’irragionevolezza di non spiegarmi più, di non decifrarmi più sempre dinanzi a qualcuno che resta analfabeta leggendo le pagine della mente. L’altrarsi in una dimensione interiore impalpabile, invisibile, impercettibile, eppure più vera che mai significherebbe realizzare quel legame che non voglio chiamare Noi. Non avrebbe logica, perché a chiamarle con il loro nome le cose svaniscono al tatto, evaporano, sfumano via come i nostri respiri, come gli sguardi, come le connessioni inspiegabili che ancora inondano il letto. Lasciami così rannicchiarti in quella fessura d’ipotetica surrealtà, nel dormiveglia di una notte d’insonnia, dove le parole non servono, il cuore non pesa, i silenzi raccontano. E da lì ti prego, trascinaci via, in un tempo che rende possibile ancora guardarci e capirci, unirci e non toccarci, dove posso trovarti, dove puoi prendermi, dove mi stringi e non mi perdi più. Mi chiedi di esprimere quello che provo, contraddizioni, ossimori di un vissuto giá participio passato, eppure tutto ció che serve è un vivere al presente. Un respirare, inondarsi, consumarsi, graffiarsi l’anima. Come quando sai tirare fuori da me bisogni di cui neanche io sapevo ancora l’esistenza, mondi da esplorare, corde d’intimitá di quell’intensità che ci riguarda.
La normalità…
Mi manca fidarmi di qualcuno veramente. Senza temere più l’impatto. Mi manca sentirmi diffidente e poi alleggerirmi il cuore perchè si rivelerebbero solo sciocche preoccupazioni. Mi manca quella sensazione che stia andando tutto bene. Mi manca non sentirmi trasparente, mi manca essere considerata, mi mancano le attenzioni. Mi manca non lottare più, mi manca dare e avere, mi manca sentirmi reciprocamente voluta. Mi manca la calma di un tempo disteso, dilatato, lineare. Mi manca un abbraccio sincero, senza temere pugnalate alle spalle. Mi manca appoggiare la testa sul cuscino e sentire che tutto va bene, che tutto va come dovrebbe. Mi manca essere innamorata e non sentirmi in difetto, ma nel posto giusto, nel posto in cui mi vogliono. Mi manca donarmi senza pentirmi perchè capisco che qualcuno non lo merita, mi manca lasciarmi andare senza sentire lo sdegno che ne deriva e l’umiliazione di essere sempre rifiutata da chi dice di amarti e poi ti lascia cadere nel baratro. Mi manca la verità, mi manca la normalità. Mi manca un punto fermo di riferimento, quel punto felice che non se ne va. Mi manca essere quel punto felice per qualcuno. Mi mancano le cose piccole e vere della vita. Mi manca la semplicità di un sentimento che non ha bisogno di prove per esistere. Mi manca l’esserci. L’esserci sempre.
Se sto per scrivere di te, mi sei già dentro.
Inaspettato. Improgrammabile. Indomabile. Ingestibile. Improrogabile. Inspiegabile. Irrazionale. Istintivo. Se potessi descrivere quello che sta accadendo in qualche angolo di me stessa, dovrei scomodare sinestesie inconscie e surreali. Sei entrato all’improvviso, distruggendo regole e preconcetti, ideologie e difese, schemi e progetti. Non avevi una collocazione, non avevi un nome e neanche un colore associato, ma sei diventato emozione e pulsazione e desiderio e fame e sete. A te interessava spogliarmi la mente, frugare tra i miei segreti e le cose non dette, mai dette, mai pronunciate ad alta voce, perché si sa, a pronunciarle si spezzano. Un po’ come me, al suono dei tuoi passi in casa, dei tuoi respiri sul mio cuscino, dei “capito?” tra uno sguardo languido e l’altro ipnotico. Ho imparato a conoscere i tuoi silenzi, i tuoi momenti, le tue idiosincrasie così perfettamente incastrate alle mie…ho imparato a leggermi attraverso le letture che dai di me stessa, così accurate, puntuali, precise…quasi come se mi scrutassi a fondo, dall’interno, centimetro per centimetro di parole, discorsi, filosofie. Mi cerchi quando non mi trovi, mi trovi quando non voglio essere cercata…eppure tu ci sei. Eppure io esisto. Ritorno. Ritorno a respirare. Quella stupida voglia di romanticizzarti, quando poi i tuoi occhi danzano tra le mie vertebre, le dita le contano, le labbra le bramano. Quella stupida voglia di averti…tra i capelli, tra le gambe, tra le costole, tra i pensieri che odorano di te. Eppure…non ci sei, eppure non ci sono…eppure…torno a vivere.
“Eppure resta che qualcosa è accaduto, forse un niente che é tutto.”
Ti porterò con me,
ma non te ne accorgerai.
D. P.
Lettere di Giacomo Leopardi ad Antonio Ranieri pt 2 📚🩵
Non sono tutte racchiuse in questi due post, ho riportato le più interessanti
Lettere contenute in Sette anni di Sodalizio 1880