Lo spazio condiviso e conteso del 25 aprile
Ho smesso di partecipare alle manifestazioni sicule del 25 aprile, nel caso di specie quelle panormite, per due motivi: chi rappresenta le istituzioni e conseguentemente, quali disvalori sono resi manifesti da chi è l’istituzione, mentre dal fronte opposto (al quale appartengo), abbiamo fatto del passato una casa dove vivere, senza avere la capacità di evitare che dopo 80 anni dalla fine del conflitto, le forze politiche e culturali che affondano le radici ideali nella RSI, siano oggi stabilmente al governo.
È proprio con le istituzioni che lo spazio condiviso, diviene anche spazio conteso.
Non mi importa nulla di alabari, bande musicali, pennacchi, alte uniformi e fasce tricolori, brandite come simulacri di una pretesa lotta antifascista, che per inciso, in Sicilia non c’è mai stata dal momento che appena sbarcati il 10 luglio del 1943 (Inglesi e truppe USA), a Cassibile l’8 settembre fu firmato l’armistizio e nessun territorio siciliano partecipò alla repubblica sociale, ne, abbiamo avuto gli orrori delle stragi nazifasciste di Stazzema, piuttosto che Marzabotto, o le fosse Ardeatine, o Cefalonia etc.
Esempi di partigiani siciliani (nomi di battaglia cap.Barbato o Fortunello), che hanno partecipato alla lotta di liberazione, a Torino e in Val d’Ossola, sono una rarità.
Abbiamo avuto ben altro dopo l'armistizio e l'Amgot, con la prima strage di stato a Portella della Ginestra.
Ma il punto sul quale mi soffermo è la casa/passato e l’autolesionismo.
Se il 25 aprile, ogni anno e ancor di più da quando silviodarcorebungabunga ha sdoganato il fascismo, è divenuto spazio conteso, qualche riflessione dobbiamo farcela. Perché non appena i testimoni diretti dell’olocausto, delle lotte partigiane, delle leggi fascistissime, della dittatura mussoliniana, dei tribunali speciali, delle torture, delle stragi, dei confini, avranno concluso la loro travagliata ed eroica vita terrena – tanto da lasciarci in eredità il preziosissimo bene della libertà, saremo in grado di proseguire senza cadere nella retorica del memento?
Altresì, la diga antifascista, sarà ancora in grado di contenere (si badi bene contenere, non respingere!) i richiami melliflui di chi parla al ventre con immagini simboliche del passato, trasformate in rituali popolari dal tono rassicurante e con le mistificazioni di un generale dei parà prestato alla politica?
Affermava S. Pertini (ho volutamente pubblicato un video), che la lotta di liberazione è stata la lotta della classe lavoratrice italiana, cosa ben diversa dalle lotte del risorgimento 800centesco portata avanti dalla piccola e media borghesia.
Orbene, con la desertificazione industriale (nel mezzogiorno “ça va sans dire”), senza ridistribuzione della ricchezza, senza o con poco lavoro, il jobs act e l’affermarsi delle diseguaglianze, i valori della giustizia sociale, della redistribuzione, della pari dignità sostanziale hanno ancora un peso?
Non mi pare proprio, se oggi il generale parà propone in piena libertà di espressione di remigrare (neologismo di deportazione) chi non appartiene alla razza ariana.
Qui sta la chiave di lettura del 25 aprile spazio conteso.
Con i rappresentanti delle istituzioni che sono al governo e a braccetto con gli eredi e nostalgici della RSI e la resa della sinistra che non ha saputo intepretare il mondo creatosi dalla caduta del muro di Berlino, dove gli spazi vuoti sono colmati dal nuovo verbo della sicurezza identitaria e la “lotta” contro il migrante, nuovo capro espiatorio.
Saremo in grado di riaffermare i valori della sinistra, prima ancora di “festeggiare” con le istituzioni?