Soffro d’empatia.
Ne soffro, proprio come fosse un male dal quale guarire. Avere un animo empatico il più delle volte mi ha creato problemi dai quali sono uscito a fatica. Perché la brutta cadenza di chi riesce ad immedesimarsi nell’altro in maniera così pronta e intensa è quella di arrivare ad annullare persino la propria essenza pur di portare giovamento nella vita di chi ci si presenta davanti. Non appena gli empatici sentono anche solo l’odore della sofferenza di qualcun altro, è automatico lo scattare di un meccanismo che ci porta spesso a prendere la situazione di petto e a provare, purtroppo anche nei modi più estremi, a mettere a posto le cose. E così facendo, dimentichiamo cosa avremmo voluto veramente dire o fare durante quel tempo, che invece abbiamo trascorso a guarire le ferite altrui. Funzioniamo un po’ come un cerotto, noi empatici. E nel mentre, i cerotti terminano per le nostre ferite che rimangono tutte aperte, ma mai in bella vista, perché guai se qualcuno dovesse rimanere turbato nel vederci visibilmente afflitti da qualcosa. Rimane tutto all’interno. Non una parola, nemmeno il minimo accenno di ciò che c’è dentro di noi. E così, mentre aggiustiamo pezzo per pezzo il vaso rotto di qualcuno, lasciamo che il nostro si deteriori all’interno, diventando sempre più fragile col passare dei giorni. Dovrebbero creare una clinica per rimettere in salute noi malati d’empatia.
~ maremalinconia













