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祝日 / Permanent Vacation
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⁂

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Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
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@mariangela0423
meet me there tonight and let me know that it’s not all in my mind
Titolo che a momenti è più lungo della ff stessa, comunque eccoci di nuovo qua. Non c’è mai fine al mio bisogno di scrivere a quanto pare, quindi godetevi quest’altra ff dopo l’episodio di ieri sera!
Fatemi pure sapere cosa ne pensate e grazie di aver letto. <3
“Quella puttana m’ha lasciato!” urla Manuel, la voce così piena di rabbia da sovrastare la musica che proviene dalla scuola.
Simone lo segue, lo tiene d’occhio, pronto ad intervenire, pronto ad abbracciarlo, a stringerlo a sé e a cullarlo dicendogli che va tutto bene; oppure pronto a fermarlo prima che possa fare qualche cazzata più grande di lui, perché Manuel ormai è esperto di cazzate, e Simone non è da meno.
Simone lo segue anche se fa male, e cazzo se fa male. Fa male perché non sapeva neanche che quei due stessero davvero insieme. Fa male perché pensava fosse una cosa così, una cazzata da ragazzini, una di quelle che fanno tutti almeno una volta nella vita. Fa male perché Manuel sta male, e Simone è empatico ed è innamorato e non riesce a stargli lontano. Manuel sta male e Simone sta male con lui, per lui.
Vorrebbe dirgli che non gli importa, che se l’è cercata, che quella stronza non lo conosce davvero. Non come lo conosce lui. Nessuno lo conosce come lui. Ma non può perché Manuel non è suo. Non lo è, non lo è mai stato, non lo sarà mai, e Simone non ha alcun diritto di arrabbiarsi, di ingelosirsi, di fingersi migliore degli altri.
Manuel è fuori di sé e l’ultima cosa di cui ha bisogno è che i sentimenti di Simone gli vengano buttati addosso per l’ennesima volta. E l’ultima cosa di cui ha bisogno Simone è l’ennesimo rifiuto, l’ennesima umiliazione. Stringe i denti.
“Fermati!” gli urla, perché non ce la fa a vederlo così. “Ti ho detto fermo!”
“Lasciami!” grida Manuel cercando di divincolarsi dalla sua stretta, la felpa ormai completamente slargata che gli pende da un lato.
Simone lo prende per le spalle, stringendo più forte che può senza fargli male. “Non ti lascio, va bene?” Lo guarda negli occhi e, nonostante quella rabbia gli faccia quasi paura, non distoglie mai lo sguardo. “Non ti lascio perché ti voglio bene.”
Manuel lo fissa, gli occhi così grandi e profondi da fargli venire i brividi, e sembra senza fiato.
È paura o è amore?, si domanda Simone senza mai allontanarsi, lasciando che Manuel studi il suo sguardo, lasciando che possa leggervi tutte le emozioni e i sentimenti che non oserebbe mai esprimere ad alta voce.
Simone lo guarda, gli occhi colmi di dubbi ed insicurezze che non ha paura di mostrare, perché ci sono solo loro due e fuori è buio e la luce è fioca e la musica è alta.
Manuel lo guarda e Simone si sente nudo davanti a lui. Manuel lo guarda e Simone è confuso perché non è mai stato così vicino eppure così lontano. Si sente andare a fuoco. Poi Manuel si avvicina, Manuel lo afferra per il collo e lo tira verso il basso, Manuel poggia la mano sul suo fianco, e all’improvviso c’è solo Manuel Manuel Manuel.
Ci sono le labbra di Manuel che si schiantano contro le sue con impeto, in un confuso e aggressivo scontrarsi di denti e nasi. Ci sono le mani di Simone che non sanno cosa fare, dove andare, cosa toccare; poi circondano il corpo minuto di Manuel e di colpo è tutto chiaro.
È amore, pensa con sicurezza Simone.
Le luci rosse lo confondono, si sente in paradiso ma sembra l’inferno, però a Simone non importa, perché Manuel è davanti a lui e il suo odore lo circonda e tutto quello che tocca e respira è parte di Manuel.
È amore, pensa ancora, lasciando che le mani di Manuel esplorino il suo corpo con un’energia che non si aspettava. E l’inferno non è mai stato tanto bello.
* * *
È passata una settimana da quella festa assurda che l’ha lasciato con più domande che risposte, e Simone non è ancora riuscito a parlarne con Manuel. Si sente ferito e usato e vorrebbe solo chiarire, ma Manuel è tremendamente bravo ad evitare l’argomento e focalizzare l’attenzione sui mille casini che compongono le loro giornate.
La vita di Simone si sta sgretolando sempre di più. Prova a risolvere questo enorme cubo di Rubik, cercando di trovare pace e armonia, cercando di riportare tutto alla normalità, ma scopre ogni giorno un nuovo ostacolo, un quadratino rosso su una facciata blu, e per quanto si ostini a trovare una soluzione, non fa che incasinare tutto ulteriormente, mischiando colori ed emozioni che lo lasciano disorientato.
C’è suo padre, c’è Manuel, c’è Sbarra, e adesso c’è anche Jacopo, ed è tutto un casino e Simone vorrebbe urlare. Chiude gli occhi e immagina di essere ancora a Glasgow, coccolato da sua madre, con la pioggia in sottofondo e la birra che lo aspetta in frigo. Quando li riapre però è ancora a Roma, steso sul letto della sua camera a fissare il soffitto, con il cervello che non riesce a smettere di pensare.
Con la testa che pulsa, manda un messaggio a Manuel chiedendogli di incontrarsi. La risposta non tarda ad arrivare e, senza avvisare suo padre o la nonna, prende il motorino e raggiunge il suo amico.
Lo trova nel suo garage a lavorare sulla sua moto, le mani sporche di grasso e i capelli arruffati. Ad alcuni potrebbe sembrare una visione ordinaria, ma per Simone è tutto. Lo guarda trafficare con un sorriso ebete sul volto, e sa di sembrare stupidamente innamorato, ma non riesce a controllarsi.
“Che c’hai?” chiede Manuel lanciandogli un’occhiata.
Simone scrolla le spalle.
“Qualcosa non va?” insiste Manuel, e a Simone fa un certo effetto il modo in cui non fa che preoccuparsi per lui.
“Faresti prima a chiedermi se c’è qualcosa che va,” risponde Simone sbuffando.
Manuel annuisce comprensivo. “De che volevi parlà?”
“Lo sai.”
Manuel sospira. “Simo…”
“Manuel. Lo sai che dobbiamo parlare.”
“Perché?” chiede Manuel alzandosi da terra e avvicinandosi a Simone. “Perché dobbiamo parlà? Che abbiamo da dirci? Che vuoi da me, Simò?”
Simone sente lo stomaco stringersi. Si sente un illuso e uno stupido per aver sperato che anche a Manuel importasse di lui tanto quanto a lui importa di Manuel.
“Vuoi che ce teniamo per mano e andiamo in giro a dire che stiamo insieme? È questo che vuoi? Vuoi che te porti al cinema e te regali i fiori? Nun te capisco Simò, dimmi che vuoi!” Manuel alza la voce anche se non è arrabbiato. Ovviamente non è arrabbiato, è solo frustrato. Frustrato perché Alice è una stronza, frustrato per essere stato piantato in asso così, frustrato per aver scopato con il suo migliore amico in un cazzo di cantiere, frustrato per non riuscire a comprendere cosa voglia dalla vita. E così si scaglia su Simone, perché è l’unica cosa che sa fare.
Simone vorrebbe dire di sì. Sì, vorrebbe andare al cinema e vorrebbe tenerlo per mano e vorrebbe poterlo chiamare il suo ragazzo e vorrebbe fare tutte le cose che faceva con Laura, con lui. Lo vorrebbe, lo vuole così tanto che fa male, ma si morde la lingua e finge di essere un duro, come ha sempre fatto, perché è l’unica cosa che sa fare.
“Non voglio un cazzo da te, Manuel,” risponde, e sa che è una bugia. “Voglio solo che mi dici che cazzo stiamo facendo.”
“Che cazzo stiamo facendo, Simò? Abbiamo scopato perché c’avevamo voglia de scopà, punto, non a tutto c’è ‘na spiegazione.”
“Io non avevo voglia de scopà,” borbotta Simone in risposta, e sa che è una bugia.
Manuel ride. “Sei sicuro?”
Simone scuote la testa. “Fanculo Manuel. Non avevo voglia di scopare una notte e basta.” Sente il cuore in gola mentre parla e la testa continua a pulsare. I timpani sembrano sul punto di esplodere, o forse sta per avere un aneurisma. “Lo sai, quindi non farmelo dire e non fare lo stronzo.”
Manuel lo sa. E sa che sta facendo lo stronzo, di nuovo. Ma non riesce a fermarsi, perché non riesce a fermare il flusso dei suoi pensieri, ed è stupido e impulsivo e non capisce più un cazzo quando si tratta di Simone.
Lo guarda fisso negli occhi e Simone perde un battito ripensando alla tensione di quella notte. Pensa che Cupido sia stato un vero stronzo a scagliargli addosso tutte quelle cazzo di frecce senza il minimo preavviso, mentre Manuel non è stato neanche sfiorato.
Poi Manuel lo bacia, ma è diverso dal giorno del suo compleanno. Non c’è rabbia e non c’è alcol, non è guidato dalla passione cieca ma da qualcosa che rende il bacio più dolce, più morbido, più delicato. Lo bacia piano e Simone non può fare a meno di ricambiare e cercare di rimanere in piedi nonostante le gambe gli tremino, e vaffanculo Cupido e il suo arco e le sue frecce. Tanto non esistono in ogni caso.
Quando si staccano, continuano a guardarsi negli occhi, ma Simone non riesce a leggere quelli di Manuel.
“Perché lo fai?” sussurra Simone. Vede la mandibola di Manuel contrarsi; vorrebbe concentrarsi sui suoi occhi ma il suo sguardo continua a cadere su quelle labbra che non pensava avrebbe mai potuto sentire su di sé.
“Ma te stai sempre a fà domande?” risponde Manuel. Non sorride, non corruga la fronte. Sembra semplicemente in un altro mondo, uno felice e privo di complicazioni forse, dove ci sono solo Simone e Manuel e nulla conta davvero a parte loro.
“Voglio solo capire.”
“Neanche io ce sto a capì un cazzo Simò.”
Simone chiude gli occhi e poggia la fronte contro quella di Manuel, tenendolo fermo per gli avambracci, impedendogli di fuggire ancora una volta. “Quindi?” domanda.
“Quindi cosa?”
“Mi… mi baci di nuovo?” dice Simone esitante.
Questa volta Manuel ride, ma non lo prende in giro. Lo prende per il bavero della camicia tirandolo a sé e gli stampa un bacio sulle labbra, semplice e casto.
Simone sorride con le labbra di Manuel ancora sulle sue. “Okay, e mo?” chiede poi.
“E mo che cazzo ne so, Simò,” risponde Manuel sospirando. “Smettila di fare tutte ‘ste domande.”
“Però comunque i maschi non ti piacciono,” lo canzona Simone.
“Aoh, te l’ho già detto. Te non sei come gli altri,” mormora Manuel, e se non si trattasse di lui, Simone penserebbe che sia in imbarazzo.
Manuel si allontana lentamente e prende nuovamente in mano gli attrezzi da lavoro.
Simone si schiarisce la gola. “Che fai?”
Manuel fa un sorrisetto. “Che te lo dico a fà, tanto nun ce capisci ‘n cazzo de moto.”
“Ehi! Ti ricordo che conosco Paperella da anni.”
“Mio Dio Simone, non chiamare quella povera moto Paperella,” dice Manuel con faccia sofferente.
Simone ride e si accovaccia per terra accanto a lui. “Quindi?”
“Aridaje con le domande.”
Simone lo ignora. “Quindi noi… cosa siamo adesso?”
“Che vuol dire cosa siamo? Siamo Simone e Manuel,” risponde Manuel. “Due teste de cazzo che se mettono sempre nei casini,” continua. “Direi che basta questo.”
Simone annuisce e resiste all’impulso di adagiare la testa sulla sua spalla. “La Simone e Manuel associati?”
Manuel sorride e lo guarda dolcemente. “La Simone e Manuel associati.”
Se non si trattasse di lui, Simone penserebbe che sia innamorato.
I went forth with an age old desire to please
Ho scritto un breve seguito alla mia storia "On the edge of seventeen" perché non riesco a farne a meno (e spero che per voi sia lo stesso).
Grazie di aver letto. <3
Vorrebbe andare a prenderlo all'aeroporto. Vorrebbe farlo salire sul motorino e portarlo a casa sua, vorrebbe scusarsi guardandolo negli occhi, vorrebbe abbracciarlo, vorrebbe dirgli che va tutto bene e che qualsiasi cosa succeda nella loro vita, lui gli sarà amico. Però non sa quando tornerà, non sa se sarà a Fiumicino o a Ciampino, non sa a che ora atterrerà l'aereo. Non sa se Simone avrà voglia di vederlo.
Non si sono più sentiti dopo la sua telefonata, ma Simone ha promesso che tornerà. Simone gli ha detto che si sarebbero visti ancora, gli ha fatto capire che c'è ancora una speranza per loro, che forse un giorno lo perdonerà.
Manuel continua a fissare il banco vuoto di Simone accanto al suo e non riesce a concentrarsi sulla lezione. Sa che il professore lo sta guardando ma ha abbastanza pietà di lui da non interpellarlo. Al suono della campanella però, prima che Manuel possa precipitarsi alle macchinette a prendere l'ennesimo caffè della giornata, Dante lo ferma. Chiude la porta e gli indica di rimanere seduto con un cenno del capo.
Manuel si guarda attorno. "Ha bisogno di qualcosa, prof?" chiede titubante.
Dante scuote la testa. Cammina per l'aula senza mai guardare il ragazzo. "Simone torna stasera," dice poi.
Manuel sente il respiro bloccarsi nei polmoni.
"Non so cosa sia successo tra voi," continua il professore. "Ma so che Simone ci tiene a te, nonostante tutto. E so che lo sai anche tu."
Dante lo guarda negli occhi, uno sguardo penetrante che gli ricorda quello di Simone.
"Sì, beh... siamo amici," dice Manuel grattandosi distrattamente un braccio. È nervoso e vorrebbe fuggire il prima possibile. Vorrebbe mettere il casco, salire su quella dannata moto e andare da Simone. Andare via con Simone, forse.
Dante annuisce pensieroso. Non aggiunge altro e Manuel pensa di essere stato congedato, finché una domanda non risuona nelle sue orecchie. "Vuoi venire con me all'aeroporto?"
Manuel fissa il professore. Incrocia le braccia, quasi a volersi sentire più grande, più protetto, più sicuro di sé, ma invano. Si atteggia da duro, con i suoi ricci disordinati e gli orecchini, le mani callose per il troppo lavoro sulle moto e l'aria da scapestrato. Eppure, non si sente così. Non adesso, davanti al padre di Simone, mentre pensa a quel ragazzo innamorato di lui e quanto male gli ha fatto con le sue parole.
Scuote la testa. "Non credo che Simone voglia vedermi, prof."
Dante si appoggia alla cattedra e squadra il suo alunno. "Tu hai voglia di vederlo però."
Non è una domanda, ma Manuel abbassa lo sguardo e scrolla le spalle in una risposta vaga, come se non sapesse che è la verità. Come se non avesse pensato a Simone tutti i giorni, tutto il giorno.
"Ti vengo a prendere alle 19, va bene?"
Dante gli dà una piccola pacca sulla spalla prima di andarsene, un gesto così innocente e paterno che a Manuel viene voglia di piangere. Annuisce piano senza guardarlo, con gli occhi pieni di gratitudine e qualche sentimento ancora nascosto. Sospira silenziosamente, poi prende lo zaino ed esce da scuola. Al diavolo le ultime ore.
Quella sera è irrequieto, se ne accorge anche sua madre. Cerca di parlargli, gli chiede se c'è qualche problema a scuola, se ha litigato con Chicca. Manuel vorrebbe urlarle contro, vorrebbe urlare contro chiunque, contro se stesso in primis, per essere uno stupido, un buono a nulla, un emerito coglione. Ma non lo fa. Sta seduto sul divano, si mordicchia una pellicina e fa andare la gamba su e giù, in attesa.
Anita lo guarda preoccupata, appoggiata allo stipite della porta, ma la mente di Manuel è altrove, e il suo sguardo è perso.
Quando suonano alla porta, sente un tuffo al cuore. Scatta in piedi e va ad aprire prima di sua madre, prendendo un respiro profondo. Dante è davanti a lui e sorride bonariamente. Lo saluta e gli chiede di aspettarlo in macchina mentre spiega a sua madre la situazione. Manuel annuisce e scende le scale, aggrappandosi al corrimano come fosse un salvavita.
In macchina non parlano. Manuel guarda fuori dal finestrino mentre il cielo diventa sempre più buio e le macchine sfrecciano accanto a loro. Chiude gli occhi e cerca di immaginare la faccia di Simone quando lo vedrà. Spera con tutto il cuore di non tornare a casa con un occhio nero, di nuovo.
Quando parcheggiano, Dante si gira verso di lui, un sorriso affettuoso sul volto. Manuel sa di avere un aspetto patetico, non si è fatto la doccia e non si è cambiato i vestiti, continua a torturarsi le mani e le labbra in uno stato d'ansia che solitamente non gli appartiene.
"Sei nervoso?"
"No," mente Manuel.
La verità è che non sa perché sia così agitato, perché il pensiero di rivedere Simone dopo quello che è successo gli faccia battere il cuore più velocemente di quanto dovrebbe, o perché la sua gamba proprio non ne voglia sapere di stare ferma. Non lo sa, e forse è paura quella che sente, o forse eccitazione, forse è l'adrenalina che scorre e gli impedisce di mantenere la calma. Non lo sa, ma sa che vorrebbe aprire la portiera e correre all'interno dell'aeroporto, cercare quel ragazzone alto dai capelli ricci e gli occhi dolci, a costo di rimanere lì tutta la notte, a costo di urlare ed essere buttato fuori dalla sicurezza. E sa che Simone gli fa uno strano effetto, e non averlo accanto peggiora tutto.
"Okay," risponde Dante. "Allora andiamo."
L'aeroporto è affollato e Manuel si sente perso. Sposta lo sguardo ovunque come un bambino spaventato, lasciandosi guidare dalla presenza autoritaria di Dante, che procede a passo spedito. Sono una coppia assurda e male assortita: il padre occasionale, rubacuori provetto, e il ragazzo stronzo che non sa tenere a freno la lingua. Le due persone che Simone più detesta in questo momento, insieme, ad aspettarlo. A Manuel viene quasi da ridere, ma la stretta nello stomaco glielo impedisce.
Dopo un'attesa infinita, vede Simone da lontano, lo zaino in spalla e lo sguardo spaesato. Una nuova paura gli stringe il cuore e si gira verso Dante.
"Sa che siamo qui?" chiede.
"No," risponde Dante allegramente, e Manuel sbianca. Vorrebbe essere colpito da un aereo in pieno volto.
"Che bella coppia di stronzi," esclama una voce davanti a lui, e sente il sangue gelare nelle vene.
Si volta e Simone lo sta guardando dall'alto in basso, la mascella serrata e le sopracciglia corrugate.
Manuel vorrebbe salutarlo con la sua solita aria baldanzosa, ma le parole gli muoiono in gola. Si guardano, e gli pare che tutto il chiasso attorno a loro sparisca. Le voci che annunciano i voli, il rumore dei trolley trascinati, i passi affrettati di chi non vuole perdere l'aereo. Non esiste più niente, c'è solo il battito irregolare del suo cuore, il sangue gelido che gli scorre nel corpo e rimbomba nelle orecchie, l'aria calda che butta fuori dal naso.
Non sente la voce di Dante mentre saluta il figlio, né lo sente allontanarsi per fare una telefonata alla madre di Simone. Però sente lo sguardo di Simone su di sé, sente le parole d'odio che vorrebbe buttargli addosso, coperte però da tutto l'amore incondizionato che prova, e dalla sua innata gentilezza che, nonostante l'atteggiamento arrogante che usa come armatura, non riesce a tenere nascosta a lungo.
"Non dovevi venire qua," dice Simone.
"Lo so," risponde Manuel.
"Allora perché sei venuto?"
Manuel alza le spalle fingendo disinteresse. "Te l'ho detto che me mancavi."
"Piantala Manuel," gli intima Simone chiudendo gli occhi. "Ti prego, smettila."
Manuel lo vede serrare i pugni con la coda dell'occhio e prova l'impulso di prendergli le mani, sentire se sono callose come le sue, se sono fredde come le sue, se stanno tremando come le sue. Ma non lo fa. Si limita a guardarlo, ad osservare il modo in cui le ciglia abbassate gli accarezzano le guance.
"Però è vero, Simò. Me sei mancato sul serio. Sono 'no stronzo ma dei sentimenti ce li ho pure io."
Non come i miei, vorrebbe ribattere Simone. Lo guarda negli occhi, uno sguardo tagliente, bruciante, che lo ferisce come merita. Manuel sente le guance colorarsi di rosso, e Simone non può fare a meno di osservarle. Prova l'impulso di allungare le mani e accarezzarle delicatamente, sentire se sono calde o fredde, sentire se sono morbide come le immagina, sentire quell'accenno di barba pungergli i polpastrelli. Ma non lo fa.
"Scusa," dice sottovoce Manuel.
"Ti sei già scusato."
Manuel sorride. "Però non basta, ve'?"
"No, non basta," conferma Simone scuotendo la testa.
"Che posso fà pe' famme perdonà?"
Simone alza le spalle e non dice niente. Manuel cerca di leggere il suo linguaggio del corpo, ma non riesce a capire se sia ancora arrabbiato con lui. Non riesce a capire quanto in là possa spingersi senza causare una scenata davanti a tutti; non capisce nemmeno quanto in là lui sia disposto ad arrivare.
Il suo cuore non rallenta un attimo e Manuel pensa che potrebbe farci l'abitudine. Potrebbe abituarsi al modo in cui lo sguardo di Simone sembra mandargli a fuoco ogni parte del corpo, potrebbe persino piacergli il nodo che si forma nel suo stomaco ogni volta che si toccano. Non sa cosa sia, ma se è causato da Simone non può essere una cosa brutta.
Manuel giocherella con il cordino del cappuccio, imbarazzato. Poi posa una mano sulla nuca di Simone, lasciando che le dita affondino nei suoi capelli; si alza sulle punte e gli scocca un bacio sulla guancia. La sua barba ruvida gratta la pelle delicata di Simone, che sembra aver smesso di respirare. Gli dà un colpetto sul petto, come a far ripartire il suo cuore, e Simone lo guarda stralunato, confuso, quasi intimidito.
Manuel ride piano. "Annamo a casa, va'," sussurra senza allontanarsi. Impacciato, sposta la mano sulla spalla dell'amico e gli dà una piccola stretta.
Simone deglutisce e annuisce, incapace di parlare. Manuel si lecca le labbra sovrappensiero, e in quel momento sa cosa vorrebbe fare. Lo sente in ogni muscolo del corpo, in ogni fibra, in ogni tendine. Le cellule del suo corpo sembrano attirate dal ragazzo di fronte a lui e cercano pazzamente di trovare un contatto, come se avessero bisogno di lui per funzionare. All'improvviso, Manuel sa, e quasi rimpiange i tempi in cui non capiva cosa volessero dire i battiti scombussolati del suo cuore.
"Annamo a casa," ripete, senza specificare se la sua o quella di Simone. Si stacca dall'amico e lascia correre lo sguardo lungo tutta la sua figura.
Dopotutto, casa mia è appena tornata, pensa con una dolcezza che non credeva possibile, e si morde la lingua per evitare di dirlo ad alta voce.
On the edge of seventeen
Purtroppo ho il cervello talmente in putrefazione per colpa loro che non riesco a studiare e mi ritrovo di nuovo a scrivere una ff.
Non mi fa impazzire sinceramente, ma siamo così a corto di contenuti che devo pubblicarla.
Come sempre, grazie di aver letto. <3
Dove cazzo sei finito coglione
Manuel fissa lo schermo del cellulare torturandosi il labbro inferiore, strappando con i denti tutte le pellicine che si sono formate a furia di mordicchiarlo dal nervosismo. Fissa le parole nella chat con Simone, picchiettando il lato del telefono con gli indici. Il pollice si avvicina al tasto d'invio, ma non ha il coraggio di premerlo. Con un sospiro, cancella il messaggio per quella che sembra la cinquantesima volta e posa il telefono accanto a sé.
Sono passati due giorni da quando Simone è completamente sparito dalla circolazione. Non lo vede più a scuola né in giro, e detesta sapere che è colpa sua. È colpa sua e della marea di cazzate che gli ha detto, mosso dalla rabbia, dalla confusione, da altri sentimenti che non capisce e a cui non sa dare un nome, ma che gli attanagliano le viscere e non lo lasciano mai solo.
Vorrebbe andare a casa sua, vorrebbe suonare il campanello, bussare alla porta, urlare sotto la sua finestra finché non vede il suo volto e non sente la sua voce, anche se fosse solo per mandarlo a fanculo. Se lo meriterebbe e lo sa bene, ma sa anche che non ha il diritto di andare da lui. E non ha il coraggio di parlare con il suo professore, non ha il coraggio di guardarlo in faccia dopo quello che ha detto a suo figlio.
Si preme il palmo delle mani contro gli occhi, spremendosi le meningi per cercare una soluzione, per riparare l'unica vera amicizia che sente di avere. Frustrato, prende di nuovo il telefono, la chat con Simone ancora aperta.
Non c'è bisogno che stai a casa da scuola per colpa mia, tanto me ne vado io
Fissa lo schermo. Troppo stronzo, troppo passivo-aggressivo. Esattamente il contrario di come vorrebbe apparire.
Perché sei sparito?
Fissa lo schermo. Che cazzata, sa benissimo perché. Per colpa sua, perché aveva bisogno di spazio, di aria, di stare lontano da chi sa solo fare casini e dire stronzate. Cancella di nuovo il messaggio.
Mi manchi
Si morde il labbro. Dentro di sé sa che è vero, Simone gli manca, ma come potrebbe dirglielo dopo quello che è successo tra loro? Simone non dovrebbe mancargli, e lui non dovrebbe mancare a Simone. Stanno meglio lontani, separati, senza che uno come lui possa rovinare uno come Simone. Un perfettone, un bravo ragazzo, uno con la testa sulle spalle, che è sempre andato bene a scuola. Uno con un futuro.
"Vaffanculo," borbotta Manuel tra sé, buttando il telefono sul letto, senza curarsi di cancellare il messaggio o uscire dalla chat.
Chiude gli occhi e ripensa agli ultimi giorni. Quella specie di bacio con Simone, le parole arrabbiate che gli ha rivolto, quella stupida rissa a casa sua... Dio, si sente un vero stronzo.
Una notifica lo riporta al presente, nella sua camera, su quel letto disordinato dal quale non si è mosso per tutto il pomeriggio.
Vaffanculo Manuel
Strizza gli occhi, scuote la testa e rilegge quelle parole. Vaffanculo Manuel.
"Cazzo!" esclama saltando in piedi. "No no no, merda merda merda!"
Dio, il caso, la Dea Fortuna, il destino o qualsiasi entità ci sia a guidare l'universo deve avere uno strano senso dell'umorismo, ed evidentemente prova un gran piacere nel distruggere la vita di Manuel pezzo dopo pezzo, con una lentezza angosciante.
"Merda," grida tirandosi i capelli fino a farsi male.
Non aveva la minima intenzione di inviare quel messaggio, non aveva la minima intenzione di affrontare Simone senza aver prima trovato le parole giuste.
"E mo che faccio?"
Chiude le mani a pugni per nascondere a se stesso quanto stiano tremando e cerca di calmare il battito del suo cuore con dei respiri profondi. Una tecnica yoga, o qualcosa del genere. Guarda il telefono sul letto e, senza pensarci troppo, lo prende e va sulla rubrica.
Tiene gli occhi serrati mentre spera che dall'altra parte gli risponda una voce calda che gli pare di non sentire da troppo tempo.
"Che cazzo vuoi?" dice la voce di Simone.
Manuel sorride. Non c'è niente da ridere ma è più forte di lui. "Ciao," sussurra.
"Ciao," risponde Simone. "Che cazzo vuoi?"
Manuel sente la bile salirgli in gola. Che cazzo vuole? Non lo sa neanche lui.
"Chiederti scusa."
Non riceve risposta.
"Simo?"
Allontana il telefono dall'orecchio e, inorridito, si rende conto che Simone gli ha attaccato il telefono in faccia. Il perfettone, il bravo ragazzo, quello con la testa sulla spalle gli ha attaccato il telefono in faccia. Gli viene da ridere.
Lo richiama, convinto che non gli risponderà più. E invece, improvvisamente sente il suo respiro. Non dice niente, ma è lì.
"Nun attaccà per favore," dice Manuel. Odia il modo in cui suona la sua voce, come se fosse un bambino spaventato. Forse lo è. Ha 17 anni e ha paura e vuole solo riavere il suo amico.
"Mi dispiace Simò. Davvero. Non avrei dovuto dirlo. Io non-"
"Allora perché l'hai fatto?" lo interrompe Simone, la voce che trema dalla rabbia. "Avevi detto che sarebbe rimasto tra noi, allora perché cazzo mi hai umiliato davanti a tutti, eh?"
Manuel serra la mandibola, deglutisce. E tu perché sei andato a dì i cazzi mia a Chicca, vorrebbe dire, ma sa che non sarebbe giusto nei suoi confronti. Manda giù le parole taglienti. "Scusa," si limita a ripetere.
"Scusa," gli fa il verso Simone. "Che cazzo parlo a fare con te," borbotta, e sembra sul punto di mettere giù.
"Mi manchi," dice Manuel all'improvviso, di fretta, e ha paura di sembrare disperato, ma lo è davvero.
Simone non dice niente, ma Manuel sente il modo in cui il suo respiro si ferma per un attimo. Gli sembra di sentire il battito accelerato del cuore di Simone dall'altro capo del telefono, o forse è solo il suo che gli rimbomba nelle orecchie.
"Me manchi," ripete con più sicurezza. "Sei il mio migliore amico e non vieni a scuola da due giorni perché me so' comportato da stronzo e nun te lo meriti. Me manca averti vicino, Simò." Si guarda attorno prima di continuare, come se avesse paura che qualcuno stia ascoltando, nonostante sia a casa da solo. "Posso venì da te così ne parliamo?"
"Non sono a casa," dice Simone.
"Che vor dì che non sei a casa? Ndo stai?"
"A Glasgow."
"A Glasgow?!" esclama Manuel. "In Inghilterra?!"
"È in Scozia," risponde secco Simone.
"Vabbè, sempre Regno Unito è. Che cazzo ci fai a Glasgow?"
"Sono da mia madre."
"Da tu' madre," ripete Manuel.
"Sì, da mia madre. Hai problemi di udito?"
Manuel lo ignora. "Torna qua," dice, e lo intende davvero. Non sopporta l'idea che quell'idiota abbia preso un cazzo di aereo da solo per andare in un paese sconosciuto, in una città mai vista prima. Non sopporta l'idea che sia solo colpa sua, che abbia distrutto quel poco di stabilità che Simone aveva.
"Sì, mo arrivo," risponde ironicamente, e a Manuel sembra di vederlo mentre alza gli occhi al cielo. Sente una stretta al cuore. Gli manca davvero.
"So' serio Simò. Glasgow non è il posto tuo."
"Che ne sai te di qual è il posto mio?" ribatte Simone.
Manuel si toglie lo sporco da sotto un'unghia, giocherella con le dita, fingendo di non pensare a quello che sta per dire, a ciò che è bloccato in gola e spinge contro le corde vocali per uscire.
"Perché il posto tuo è qui co' me."
Simone non risponde, e Manuel sa che sta meditando se mandarlo nuovamente a fanculo, attaccargli il telefono in faccia, o ignorarlo. Sente il suo respiro veloce e si morde un labbro per evitare di sorridere. Non si chiede cosa gli faccia venire voglia di sorridere così, perché una parte di lui, quella più recondita, nascosta, tenuta sottochiave, lo sa; ma ha solo 17 anni e troppi pensieri per la testa e ha paura e non ce la fa. Non ce la fa a dirlo, non riesce neanche a pensarci, riesce solo a spingere quel tarlo il più infondo possibile, fingendo che non esista, che un giorno se ne andrà e smetterà di importunarlo. Per adesso si limita a nascondere quel sorriso e a concentrarsi sul respiro di Simone.
"Non mi fanno effetto 'ste frasi," mente Simone. "Mica me piaci davvero."
Manuel ridacchia e sente il cuore più leggero.
"Che cazzo te ridi?"
Manuel scuote la testa, il sorriso ormai indelebile sul volto. "Non me ne frega un cazzo se te piacciono i maschi o se te piaccio io, Simò, va bene? Devi tornà qua a Roma e basta."
"Bell'incoraggiamento del cazzo," replica Simone.
Manuel prende un respiro. Stringendo forte il telefono, decide di aprire uno spiraglio in quell'ammasso di pensieri illogici che compongono le parti più intime della sua mente. "Pure a me piaci Simò. In maniera diversa forse, ma me piaci."
Non è mai stato un ragazzo trasparente con i suoi sentimenti, né con gli altri né con se stesso. Ma Simone è sincero. Simone è autentico, genuino, vivo. E allora al diavolo le falsità, le doppie facce e le stronzate che compongono la vita di Manuel. Al diavolo l'ipocrisia e il suo essere mendace. Per una volta, anche Manuel vuole essere sincero, autentico, genuino. Vuole essere vivo.
"Che significa?" chiede Simone dopo un silenzio troppo lungo.
"Non lo so," risponde Manuel. Alza le spalle come se l'altro potesse vederlo. "Non significa un cazzo probabilmente. O forse significa che sei il mio migliore amico, sei un fratello, sei tutto, okay? Sei tutto quello che non ho mai avuto, Simò. Quindi non lo so che cazzo vor dì, ma se non torni subito qua ti giuro su Dio che-"
"Vabbè," lo interrompe Simone. "Ho capito."
Per alcuni secondi nessuno dei due parla, sentono solo i loro respiri sincronizzati. Un clacson a Roma, un'ambulanza a Glasgow, il gracchiare statico del telefono, e i loro respiri.
"Quindi?" incalza Manuel.
"Quindi cosa?"
"Quando torni a Roma?"
"Presto," risponde Simone. "Ma non lo faccio per te. Sarei tornato comunque."
Manuel sorride. "Lo so."
"Non ti ho perdonato. Sei sempre uno stronzo," continua Simone.
"Lo so."
"E io ti odio."
Manuel sogghigna. "Lo so."
"Vaffanculo Manuel," dice Simone, ma Manuel lo conosce e sa che sta sorridendo. Lo capisce dall'impercettibile cambio nel tono di voce, e si immagina le fossette sul suo volto e le rughe attorno agli occhi.
Il suo cuore perde un battito, o forse è solo suggestione. Forse è un'extrasistole, o magari un'aritmia. O forse è qualcos'altro, una cosa senza nome, una cosa a cui non può dare un nome, perché ha solo 17 anni e tanta paura, ma fuori il sole sta tramontando e il suo migliore amico tornerà presto a casa e forse tutto si sistemerà. E forse, per una volta, anche lui si sentirà vivo. Forse Simone lo perdonerà e tutto tornerà come prima. E nonostante tutto, il pensiero lo fa sorridere.
"Quindi nun m'aiuti a fà 'na rapina?" scherza lui dopo un po'.
Sente dei rumori dall'altro lato del telefono e sa che Simone sta cercando di non ridere.
"Ciao Manuel," risponde Simone fingendosi annoiato. Poi attacca il telefono.
Manuel ride. Fissa il nome di Simone sul display. Il suo cuore perde un altro battito.
I’m scared to get close, and I hate being alone
A grande richiesta, ho scritto il seguito della mia storia precedente, “can you hear the silence (can you feel my heart)?”.
Spero vi piaccia e soprattutto fatemi sapere se volete che scriva altre cose o se avete qualche idea da commissionarmi! :)
Grazie. <3
Simone fermò la moto davanti a casa di Manuel e per un po’ non osò dire nulla. Le braccia dell'amico lo circondavano, non così strette da fargli male, ma abbastanza da sentire tutto il peso e il calore del suo corpo contro il proprio. Pensò che una macchina avrebbe potuto colpirli in quel preciso istante, e sarebbe stato comunque un bel modo per morire.
“Manuel,” bisbigliò poco dopo, la voce bassa per evitare di spezzare quell'incantesimo confortevole che sembrava aleggiare tra di loro.
“Andiamo a casa tua,” mugugnò l'altro in risposta, la faccia premuta contro la sua schiena.
“A casa mia?” domandò Simone confuso.
“Sì, studiamo matematica o quello che ti pare. Tanto te sei bravo in quella roba, no?”
“Sì, però…”
“Daje,” disse Manuel abbracciando Simone un po’ più stretto. “Poi dormo da te che nun c'ho voglia de tornà a casa.”
Il cuore di Simone perse un battito. Si schiarì la voce. “Ah, l'hai deciso te?”
“Sì Simò, stacce. Mo’ vedi de partì per favore.”
“Sicuro di stare bene? Da quando in qua chiedi per favore?” rise Simone.
Manuel sorrise, concentrandosi sulla vibrazione della sua risata. “Parti e basta Simò,” sussurrò, e si strinse ancora a lui, guardando le macchine che sfrecciavano accanto a loro.
Appena Simone parcheggiò davanti a casa, Manuel si staccò e si allontanò, come scottato dall'improvvisa consapevolezza che sì, stava abbracciando Simone e no, non avrebbe dovuto farlo. Non così. Si passò una mano tra i capelli disordinati ed entrò in casa senza aspettare l'amico, come se quel posto fosse suo, e forse un po’ lo era. Perlomeno, a volte sembrava che lo fosse.
Si guardò intorno, sbirciando tra le foto di Simone da piccolo appese per la casa. Accarezzò distrattamente la fotografia di un bimbo felice accanto ad una moto ben più massiccia di lui.
“Avevo 7 anni lì.” La voce calda di Simone lo colse di sorpresa. Si volse a guardarlo, il solito sorriso beffardo sul volto.
“Paperella?”
Simone alzò gli occhi al cielo e sorrise. “Già.”
Manuel finse di non accorgersi di come il suo cuore avesse perso un battito alla vista e si voltò dall'altra parte, diretto verso la camera dell'amico.
“È proprio un nome stupido per una moto, lo sai?”
“Sì, beh… non tutte le cose stupide sono brutte,” rispose Simone.
Manuel gli lanciò un'occhiata incuriosita. “Ah sì? Per esempio?”
“Tu sei stupido.”
Manuel si fermò, spiazzato, convinto di aver capito male. Osservò il modo in cui Simone lo guardava dritto negli occhi, l'espressione seriosa; guardò il suo pomo d'Adamo muoversi mentre deglutiva nervosamente e lo imitò istintivamente.
“Eppure hai un sacco di ragazze che ti vengono dietro,” continuò Simone distogliendo lo sguardo, l'implicazione della sua affermazione ancora nell'aria, pesante intorno a loro.
“E tu sei un coglione,” rispose Manuel forzando una risata. “Muoviti e fammi strada,” disse dandogli una spinta, come se fosse la prima volta che varcava quei corridoi.
Simone obbedì, e Manuel si ritrovò a fissargli la nuca, cercando di calmare il battito del suo cuore.
Arrivati in camera, Manuel buttò il suo zaino sul letto, tirando fuori il quaderno di matematica. Non aveva davvero intenzione di mettersi a studiare, ovviamente, ma doveva fare qualcosa o sarebbe impazzito.
“Vado in bagno,” disse sfregandosi le mani sudate contro i pantaloni.
Simone fece un cenno d’assenso, sfogliando distrattamente il libro degli esercizi. Aprì il quaderno di Manuel, conscio che non avrebbe trovato alcun appunto utile, tantomeno degli esercizi svolti. Era pieno di disegnini annoiati, orribili caricature degli insegnanti e dei compagni di classe che lo fecero sorridere. Girò piano le pagine, finché non trovò delle parole scarabocchiate a matita in un angolo del foglio. Ci passò sopra i polpastrelli, incantato dalla scrittura disordinatamente elegante di Manuel.
“Poi lei si rigirò su un fianco, posò il capo sul mio braccio. La guardai. Tutto il cielo e la terra si specchiavano nei suoi occhi. Seguitammo a guardarci. Mi pareva che avrei potuto annegarci nei suoi occhi. Poi l'accarezzai sul viso, ci baciammo, la trassi a me. La strinsi. Con l'altra mano le frugavo fra i capelli. Fu un bacio d'amore, un lungo bacio di puro amore.”
“Che cazzo fai?” La voce di Manuel lo spaventò. “Ti metti a frugare tra le mie cose?”
Simone lo fissò, lo stomaco contorto, annodato, il cuore stretto, gelido. Sentiva freddo, ma faceva caldo, e non respirava, ma l’aria in quella stanza sembrava al contempo troppa, ed era arrabbiato, ma non ne aveva il diritto.
Manuel gli strappò il quaderno di mano, un gesto così improvviso che Simone non poté fare a meno di ritrarsi.
“È bella,” disse titubante, la voce che tremava leggermente.
Manuel lo guardò. “Non è mia,” disse quasi imbarazzato.
Simone annuì. “Perché l’hai scritta?” chiese, certo di non voler sentire davvero la risposta ma incapace di fermarsi.
Manuel sbuffò. “Sono cazzi miei.”
“È per lei?”
“Che c’hai Simò? Rosichi?”
“No,” rispose piano abbassando la testa.
“Ecco bravo. Non fare domande stupide,” disse Manuel buttandosi sul letto accanto a lui.
Dopo qualche secondo di silenzio, parlò di nuovo: “Non è per lei. Cioè, lo era all’inizio. Ma non credo lo sia più.”
Simone girò la testa verso di lui. Osservò la curva del suo naso, le ciglia lunghe che gli solleticavano l’incavo degli occhi, le labbra arricciate in una smorfia pensierosa e incerta.
“E per chi è?” chiese in un soffio.
Era raro che Manuel si aprisse con lui, con chiunque in realtà, e la paura di dire qualcosa di sbagliato e farlo chiudere ulteriormente era tanta. Ma Simone voleva sapere, doveva sapere, sentiva il bisogno di conoscere ogni parte di lui, per quanto potesse fargli male.
Manuel scosse la testa. “Mi prenderesti a pugni se te lo dicessi,” disse sorridendo.
Simone si prese un attimo per pensare. “Laura?”
Manuel scoppiò a ridere. “Mio Dio Simone, sei proprio stupido. Laura?!”
Simone sorrise in automatico vedendo l’amico ridere. “Che cazzo ne so Manuel, non parli!”
Manuel si tirò su sui gomiti e alzò le spalle. “Non mi va di parlare.”
“A me sì però.”
“No, te vuoi fare i cazzi mia, è diverso.”
Simone non rispose.
“È strano, okay? Lei è… bella. E grande. Ed è eccitante, okay? Fare sesso con una più grande è… che te lo spiego a fa’,” cominciò Manuel, perso a guardare un punto imprecisato nella stanza. “E per un attimo ho pensato di essermi innamorato, sai? Cioè, Chicca mi piaceva, ma co’ lei è diverso.”
Simone lo fissò, cercando di ignorare il ronzio nelle orecchie e la pesantezza nello stomaco. Lo lasciò parlare, senza osare fiatare, troppo masochista per cambiare discorso.
“Però boh Simò, me sento strano. Sto bene co’ lei, me piace da matti, davvero, ma… ogni volta che stiamo insieme, quando abbiamo finito mi ritrovo sempre a pensà a ‘na persona, e non so che vor dì.”
“Chicca?”
Manuel rise. “No, non è Chicca. Nun ce penso mai a lei.”
“Lei c’è stata male, Manuel,” lo rimproverò Simone.
Alzò gli occhi al cielo. “Nun rompè er cazzo, Simò. Pure Laura c’è stata male per te.”
Simone scosse la testa. “È diverso. Io non ci potevo stare con lei.”
“Che vor dì, manco io ce potevo stà co’ Chicca, non vuol dire un cazzo.”
“Io non posso stare con nessuna,” precisò Simone, il cuore che martellava nel petto.
Manuel lo guardò confuso per un attimo, poi sbiancò. “Simo… non è che ti vuoi fare prete, ve’?”
Simone scoppiò a ridere. “Cazzo no!”
Manuel sorrise e tornò a fissare i poster nella stanza. “Poi boh, quando ride è… non so. È ‘na roba bella, però allo stesso tempo non lo è perché è strano, capisci? Cioè, è come se mi piacesse, ma non può piacermi,” continuò. “Mi piace farlo ridere, pure se è un coglione,” aggiunse sottovoce.
Simone si girò di scatto. “Un coglione?”
Manuel deglutì. “Una cogliona.”
“Hai detto un coglione.”
“Aoh Simò, così me confondi.”
Simone lo guardò, il cuore in gola. Prese un respiro profondo. “Sono gay.”
Manuel non disse niente, si limitò a guardarlo con gli occhi grandi e la bocca semiaperta.
“Per questo non posso stare con nessuna… sono gay,” continuò.
“Che vuoi dire Simò?” chiese Manuel in un sussurro.
“Che mi sono innamorato di un ragazzo, Manuel.”
“Di chi?”
Simone non rispose, come avrebbe potuto? Tenne gli occhi scuri fissi in quelli dell’amico, sperando che uno sguardo potesse rivelare tutto quello che le parole non riuscivano ad esprimere.
“Di chi ti sei innamorato, Simone?”
“Manuel…” Simone sospirò distogliendo lo sguardo. Si alzò dal letto e prese a camminare per la stanza, cercando di placare i battiti del suo cuore.
Manuel continuava guardarlo con una luce indescrivibile negli occhi. “Ti prego,” insisté.
Simone si morse il labbro. “Non posso,” disse piano.
Manuel annuì. “È un ragazzo,” disse poi. “Quello a cui penso. È un ragazzo.”
“Che cazzo dici?” disse Simone sbiancando.
“La verità. Capisci perché sto confuso mo’? Te sei gay, e va bene, ma a me piacciono le ragazze, quindi che cazzo devo fare?”
Simone si avvicinò piano. “Forse ti piacciono entrambi.”
Manuel trattenne il respiro. “Secondo te è possibile?” bisbigliò.
“Sei tu che lo decidi,” disse Simone, ormai ad un passo dall’altro. Si accovacciò davanti al letto e poggiò con esitazione le mani sulle ginocchia di Manuel.
Si guardarono, la paura e l’incertezza che brillavano nei loro occhi. Una luce abbagliante, che per un attimo fece dimenticare loro chi fossero e dove si trovassero, ma che metteva bene in chiaro i mille motivi per cui avrebbero dovuto allontanarsi subito.
Tutto il cielo e la terra si specchiavano nei suoi occhi. Seguitammo a guardarci. Mi pareva che avrei potuto annegarci nei suoi occhi.
“Simo…” mormorò Manuel. “Nun fa’ cazzate.”
“Nun ce riesco,” rispose l’altro. “So’ ‘n cojone.”
Con il volto di Simone a pochi centimetri dal suo, Manuel inclinò istintivamente la testa.
Poi l'accarezzai sul viso, ci baciammo, lo trassi a me.
Chiusero gli occhi, la luce e tutti i dubbi che questa portava con sé scomparvero. C’erano solo Simone, Manuel, le loro labbra che si muovevano, sconosciute, estranee, e le mani che viaggiavano, incapaci di trovare il proprio posto in quel mondo di emozioni ignote.
Lo strinsi. Con l'altra mano gli frugavo fra i capelli.
Si staccarono. Con le fronti che si toccavano e gli occhi ancora chiusi, Manuel lasciò andare un respiro tremante.
“Simò… ma che avemo fatto?”
Simone rise piano. “Non lo so.”
Fu un bacio d'amore, un lungo bacio di puro amore.
can you hear the silence (can you feel my heart)?
Dedicated to all the people that have completely lost their minds over these gay high school students.
Let me know if you want an English translation to make these two boys even more international, and thank you for reading. <3
"Dovresti essere meno evidente, sai," disse Laura ridendo.
Simone si girò di scatto e la guardò confuso. "Che intendi dire?"
Erano appoggiati contro un muretto fuori da scuola, i compagni di classe attorno a loro parlavano concitati del compito di matematica del giorno dopo, qualcosa sulle funzioni derivate, o forse erano le logaritmiche... aveva poca importanza. Simone fissava Manuel, in piedi davanti al bar. Si guardava intorno con l'aria preoccupata e il cellulare in mano, e Simone non riusciva a staccargli gli occhi di dosso.
"Non vuoi che lui lo scopra, vero?" chiese Laura indicando Manuel con un cenno del capo.
Simone arrossì leggermente e abbassò lo sguardo.
"Lo guardi troppo spesso. Se ne accorgerà," continuò la bionda con dolcezza, attenta a non farsi sentire dagli altri.
"Non ci posso fare niente," disse piano Simone. "Lui è..."
"Bellissimo?"
Il ragazzo sbuffò piano dal naso. "Già."
Rimasero in silenzio alcuni secondi, poi Laura gli diede una gomitata. "Lo stai facendo di nuovo!" esclamò.
"Ehi! Che vuoi dire?"
"Lo guardi con aria sognante, come se il mondo intero dipendesse da lui."
Simone aprì la bocca per protestare ma Laura lo fulminò con un'occhiata. "Non dire che è così perché giuro che ti do un pugno, Simò!"
"E parla piano!" disse lui guardandosi attorno con circospezione. "Tanto non se ne accorgerà mai... lo sai che ha detto l'altro giorno? Che sono come un fratello per lui." Sorrise mestamente. "Non se ne accorgerà mai, Laura," continuò, facendo appello a tutto il suo autocontrollo per non far uscire le lacrime che iniziavano a pizzicargli gli occhi.
"Simo..."
"Non compatirmi," l'ammonì lui. "Non sono un bambino." Prese un respiro profondo. "Passerà."
"Forse dovresti provarci."
Simone la guardò a lungo prima di parlare. "Che significa?"
"Con Manuel, dico. Dovresti provarci."
"Ma sei scema?" esclamò più forte di quanto volesse. "Quello mi ammazza. Magari è pure omofobo."
Laura rise. "Manuel? Non penso proprio. Sua zia è lesbica."
Simone rimase a bocca aperta. "E tu che cazzo ne sai?"
Laura scrollò le spalle. "Non importa. Però... voglio dire, tu ci sei stato con me, eppure sei gay. Che ne sai, magari lui è etero, però poi con te..."
"Pensi possa essere gay solo per me?"
"Può essere."
Simone fece una smorfia. "Ma non dire cazzate. Manuel bisessuale?" Lo guardò di nuovo, il modo in cui si tormentava il labbro tra i denti e muoveva la gamba agitato. Decise di non farci caso. "Macché, probabilmente stasera riceverò una foto dopo che ha scopato con una, fidati."
Laura spalancò gli occhi. "Manuel ha fatto cosa?!"
Simone arrossì, pentendosi di aver parlato. "Non sto dicendo che l'abbia fatto in passato..."
"Però l'ha fatto!"
Simone non rispose.
"Simo!" urlò Laura. "Ma che cazzo?! Io non manderei mai una foto a Luna dopo aver scopato!"
"Tra ragazze è diverso, credo," disse lui titubante.
"Se lo dici tu..." sospirò lei. Diede un'occhiata all'orologio prima di alzarsi sulle punte e dargli un bacio sulla guancia. "Io scappo, stasera mi tocca studiare! Oh, tu però parla con Manuel prima o poi, va bene?"
Simone sorrise e annuì, poi la salutò e la guardò andar via pensieroso. Sentì dei passi e vide il sorriso di Manuel davanti a sé.
"Aoh ma mica t'eri mollato co' Laura?" chiese con la sua solita aria giocosa e canzonatoria.
Simone gli diede una spallata prima di dirigersi verso il suo motorino.
"Che fai, non rispondi?"
Simone lo guardò divertito. "Che te ne frega se stiamo insieme o no?"
Manuel lo squadrò, lo sguardo solitamente scherzoso ora improvvisamente serio. "Ma boh, prima te lamentavi perché non eri innamorato e roba del genere, e mo' te la magni co' gli occhi. Sei un po' incoerente Simò."
Simone gli mostrò il dito medio. "Tu pensa all'architetto, va'. Non guadagna abbastanza e ha bisogno di farti da babysitter per sbarcare il lunario?" Cercò di prenderlo in giro, ma percepì la sua voce tremare. Sperò che Manuel non fosse così attento da rendersene conto.
"Aoh te sei svejato stronzo stamattina?"
"Tu ci sei nato stronzo."
Manuel distolse lo sguardo ridendo. "Mi dai un passaggio?"
"E la moto tua dov'è?"
"Serviva a mia madre, non rompere e dammi 'sto passaggio."
Simone alzò gli occhi al cielo e gli diede il casco, trattenendo il respiro mentre Manuel si sistemava dietro di lui. Sperò silenziosamente che si aggrappasse ai suoi fianchi come l'ultima volta e quasi rise di se stesso e della sua ingenuità. Mise in moto.
"Ti puoi tenere a me, eh. Se sei più comodo o cose così..." disse piano Simone, mordendosi la lingua subito dopo.
Manuel ridacchiò sorpreso. "Mi stai dicendo che ti piace essere abbracciato?"
Simone arrossì violentemente. "Coglione," mugugnò, e Manuel rise sguaiatamente.
Partì, Manuel ben ancorato alla sella. Poi, senza fiatare, allungò le braccia attorno al corpo snello dell'amico, stringendo piano. "Così va bene?" sussurrò.
Il suo respiro caldo fece rabbrividire Simone, che si limitò ad annuire, la bocca secca che si rifiutava di collaborare. Pregò che Manuel non riuscisse a sentire il battito accelerato del suo cuore.
Esitante, Manuel poggiò la guancia contro la sua schiena, respirando piano. Gli venne in mente quando Alice si era stretta a lui, e come si fosse sentito libero e ribelle in quel momento. Scosse piano la testa, maledicendo la matassa di sentimenti confusi e contrastanti che non riusciva a dipanare.
Chiuse gli occhi e pregò che Simone non riuscisse a sentire il battito accelerato del suo cuore.
“E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”
— Luigi Pirandello
TV SHOW MEME • [2/5] otps → Alex and Izzie (Grey’s Anatomy) “Today’s the day my life begins. All my life I’ve been just me. Just a smart mouth kid. Today I become a man. Today I become a husband. Today I become accountable to someone other than myself. Today I become accountable to you. To our future. To all the possibilities that a marriage has to offer. Together, no matter what happens, I’ll be ready. For anything. For everything. To take on life, to take on love. To take on possibility and responsibility. Today Izzie Stevens, our life together begins. And I for one can’t wait.”
Alex & Izzie Appreciation Week
↳ Day 5: Most heartbreaking moment
Infine impari a dare alle persone la stessa importanza che danno a te.
- Audrey Hepburn
REIGN (2013 — 2017)
Puoi essere molto più brava di quello che credi, o di quello che gli altri vogliono farti credere. O magari no. Ma per capirlo devi metterti alla prova.
L'Allieva.
“L'amore è una malattia della parte primitiva dell'encefalo che paralizza la parte realmente produttiva”
— C.C. (-L'allieva)
Josh Hartnett as Danny Walker, Pearl Harbor (2001) Dir. Michael Bay
Avrei potuto, è vero, consolarmi con la riflessione che, alla fin fine, era ovvio e comune il mio caso, il quale provava ancora un'altra volta un fatto risaputissimo, cioè che notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri.
Luigi Pirandello- Uno, nessuno e centomila
At first, these keys were fun, but now we know that they’re more than that. They’re important. They’re part of our family and we need to protect them. We’re the new Keepers of the Keys. LOCKE & KEY (2020), Season 1
Friends (1994 - 2004) Quarantine Rewatch: Intro.