2 luglio 2026
Mi spiace dirlo, mi spiace proprio ammetterlo, però è inutile continuare a mentire: no, papà, il mio lavoro non mi piace. Lo trovo del tutto inutile e fine a se stesso, non porta reale valore aggiunto, non serve a nessuno, non crea né risolve nulla. Mi considero (tieniti forte) una di quelli che Marx avrebbe definito lavoratori salariati: non vedo il prodotto finale della mia fatica (non lo vedo sia perché non si vede, sia perché, anche se fosse, è difficile da misurare, sia infine perché, quand'anche ci fosse qualcosa da mostrare, comunque non arriva a me che sono ancora l'ultima ruota del carro e siedo ancora al tavolo dei bambini piccoli), non tocco con mano il risultato finale dei miei sforzi; alla fine del mese ricevo in cambio dei soldi, quantificati in maniera del tutto aleatoria. Sono tanti, sono pochi? Secondo me sono abbastanza affinché non mi manchi niente (hai visto, papà, alla fine non sono finita sotto un ponte), per lo stato italiano tra me e il mio compagno siamo addirittura medio-ricchi, in questa città del cazzo ci basta per ripagarela banca di un appartamento di tre stanze all'interno di un ex stabile popolare in una periferia malfamata dove in estate la corrente va e viene a causa di sovraccarichi del sistema, fuori dal cancello si accumula monnezza lasciata in giro col favore delle tenebre e dentro rubano qualsiasi mezzo che non sia saldamente ancorato al suolo - e questo solo a dimostrare come tutto sia relativo, ma non è qui che volevo andare a parare.
Quello che voglio dire è che questo lavoro non mi piace. E mi spiace dirlo, mi spiace doverlo ammettere dopo tutto quello che ho fatto per arrivare fin qui. A leggerlo, sembra il percorso perfetto: maturità classica, triennale e magistrale cum laude, un Erasmus in triennale e un altro ancora dopo la magistrale, il tirocinio in redazione. E poi Milano: partire dal basso, bassissimo, da un posto letto in stanza doppia in una periferia malfamata (un'altra), 700 euro al mese di cui una parte sottobanco, l'ufficio che non era esattamente un ufficio e me lo ricordo bene quanto era tosto alzare quella vecchia saracinesca mezza scassata al mattino. E piano piano, con una tenacia che a guardarmi indietro mi stupisce, cercare di salire, un gradino per volta, in questa città ridicola e però allo stesso tempo così pretenziosa senza motivo. Un passo alla volta, un'ora di sonno in meno alla volta. Sono passati gli anni e ora non c'è più la saracinesca scassata, ora al mattino entro in un cazzo di grattacielo (come se questo significasse qualcosa - ma, ripeto, è una città ridicola e pretenziosa) e mi siedo dietro al mio cazzo di computer e però comunque faccio un lavoro per inseguire il quale, anno dopo anno, ora di sonno sacrificata dopo ora di sonno sacrificata, ormai mi sono persa.
In effetti, direi la conclusione perfetta per il percorso perfetto appena descritto.
Solo che il percorso non è stato gratis. E questo voglio, devo ricordarmelo. Nessuno mi ha mai regalato niente. E il pensiero che tanta fatica sia servita solo per dei soldi (tanti, appena sufficienti?) mi offende. Non voglio sembrare ingrata, ma non voglio neanche abbassare troppo l'asticella - non dovremmo mai abbassare troppo l'asticella! Tanta fatica, il percorso ineccepibile di una millennial tra le tante, e il premio alla fine della corsa era una stabilità economica senza dubbio preziosa e mai scontata, ma... Appunto, era il premio per i più bravi? Non dovrebbe essere invece il minimo? E chi allora, per un motivo o per un altro, non è risultato altrettanto bravo? Magari perché più svantaggiato alla partenza o magari anche solo perché meno sveglio - ragazzi, capita, non serve essere tutti laureati con lode - ma, per l'appunto, se uno non è fatto per lo studio merita forse di morire di fame?
Merita di dover fare selezione al supermercato, oggi ci concediamo delle albicocche come si deve ma allora tolgo dal carrello formaggio e affettati? (Perché è di questo che stiamo parlando).
E forse è proprio questo, papà, che può aiutare te e quelli della tua generazione a capire lo spirito dei tempi in cui viviamo - e perché non sia giusto farselo andare bene: tempi in cui la sicurezza economica base (un mutuo o un affitto, un'utilitaria a famiglia, una media di tre o quattro spese alimentari al mese, qualcosa da parte per gli imprevisti e tutto ciò senza neanche considerare quanto si gonfierebbe la somma nell'ipotesi di dover campare dei figli) diventa realtà per una cerchia sempre più ristretta di persone.
Ma non era neanche qui che volevo andare a finire. Quello che voglio dire è che, atterrita dall'idea di poter restare fuori da questa cerchia, negli anni devo aver sacrificato sempre più pezzi di me pur di mettere mano su tale agognata sicurezza. Ecco, ecco allora qual è stato il carburante di un percorso così ineccepibile: il terrore di finire sotto a un ponte. Capita, quando per tutti gli anni della tua formazione ti senti ripetere "la tua è una generazione di sfigati, non troverai mai lavoro con quello che stai studiando, non c'è posto per te là fuori, devi fare di più e lo devi fare meglio di tutti e se non ci riesci lo vedi quel buco nero? Lo sai che, una volta dentro, non ne esci più?"
Figuriamoci se, in questo vortice di ansia e terrore, potessi anche permettermi il lusso di inseguire i miei sogni! Avessi sognato di fare il medico o l'avvocato, come in effetti tu avresti tanto voluto... Ma, ti suonerà incredibile, non puoi comandare pure sui sogni degli altri. E pensa che, ferma nella mia volontà di darti torto, ci ho pure provato a inseguire i miei sogni: ma quando vedi che i sogni ti pagano in briciole (quando non te le rubano), onestamente non mi faccio problemi a mandare a cagare anche loro. È stato orribile, come strapparsi un pezzo di anima che avevo nutrito con amore per tutta la mia adolescenza, è stato un vero e proprio tradimento, ma figuriamoci se, in questo vortice di ansia e terrore, potessi anche permettermi il lusso di non essere concreta.
E lo sono stata, concreta. Eccomi qui: è proprio vero, si muore tutti democristiani. Ma non venirmi a chiedere, ora, se mi piace il mio lavoro. Non mi piace. Mi piace solo lo stipendio, anzi, nel dubbio se sia tanto o appena sufficiente, facciamo che quantomeno ne vorrò sempre di più.
Un sacco di soldi, per poi comprare un sacco di tempo. Voglio riprendermelo tutto. Come le due ore che ho buttato per scrivere questo post, queste parole che non diventeranno mai una delle nostre discussioni che tanto mi accendevano il cervello.
Non ti preoccupare per me, papà. Questo lavoro non mi piace, ma è tutto sotto controllo.














