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@maurizioregosa
Un viaggio nella coscienza e nelle emozioni
A colpire, assieme al flusso delle immagini che riportano al passato, sono le parole. Quelle che Jean Cormery pronuncia da scrittore adulto ma anche quelle che ha scambiato da bambino. Parole scelte con la cura e l'incertezza del vivere. Capaci di esprimere, ancor prima che un dialogo, una disponibilità al confronto. Il tema forse più profondo di questa dolente pellicola e sincera che Gianni Amelio ha tratto dall'omonimo romanzo incompiuto di Albert Camus. Un film bello nel quale il ritorno nella propria terra si traduce nella volontà ambiziosa di comprendere le radici, personali e collettive. Di recuperare le tracce sparse di un'origine e ricondurle a una impossibile unità. Siamo o non siamo il frutto di molte, moltissime mani? Sicché l'indagine di Jean, in una Algeri che è l'archetipo stesso del conflitto e dell'impossibilità di dialogare, si fa viaggio nella coscienza e nel dubbio. Con le immagini che sollecitano il ricordo e procedono al di là della logica. Con la necessità delle emozioni. La madre, straordinaria, il maestro, lo zio: figure di un passato che non è, come pretendeva Harold Pinter, una terra straniera, ma che viceversa è il luogo grazie al quale noi siamo proprio noi, uomini primi che incontrano le prime domande di sempre...
(Il primo uomo di Gianni Amelio)
La battaglia della Diaz
Daniele Vicari si conferma tra i cineasti più interessanti del filone impegnato del cinema italiano. E si ricorda della lezione di Gillo Pontecorvo. Per senso del ritmo, libertà del racconto, cura delle inquadrature, pluralità dei punti di vista il suo “Diaz – Non pulire questo sangue” ricorda “La battaglia di Algeri”. Ed è inesorabile nel riproporre la sciagurata notte in cui in Italia il diritto venne sospeso e la polizia si fece giustiziera. Due ore di violenze inaudite che scorrono davanti agli spettatori e ripropongono, a distanza di undici anni, un passaggio veramente cruciale. Quello che segnò la fine del movimento No global e favorì ulteriormente le sperequazioni e le disuguaglianze esplose nell'ultimo decennio. La pellicola non si occupa, è vero, di quelli che un tempo avremmo definito “mandanti politici”. Fa solo qualche accenno ai violenti veri, i black bloc che anche a Genova ebbero un ruolo cruciale. Si “limita” però (con immagini fortissime, insistite e a tratti disturbanti) a porre alcune questioni cruciali: in virtù di quali complicità la polizia si lasciò andare a vendette gratuite e ormai acclarate? Per quale motivo solo una piccolissima parte delle forze dell'ordine venne in seguito condannata? A quando la verità?
Quel pollo sa di prugne
È un meraviglioso groviglio di incomprensioni e follie questa vita umana. Ma anche di speranze e di desideri. Spenti i quali, beh ecco non ce la sentiamo più. Perché il mondo va avanti grazie a loro. Una tesi non nuovissima ma per molti aspetti valida che i due autori di questo film assai ben realizzato premettono alla storia di Nasser Ali. Una premessa che vale per la vita collettiva, quella di un bel paese che fu (siamo nel 1958, in una bellissima e affascinante Teheran), e per quella personale che l'ignaro musicista ha portato avanti senza il suo unico amore ma accanto a una moglie un po' detestata che pure gli ha dato due figli. Esaurito il desiderio, Nasser decide di lasciarsi morire e Pollo alle prugne è appunto la cronaca straordinaria e visionaria dei suoi ultimi giorni. Un andirivieni di emozioni e sentimenti, di guizzi nel futuro e nel passato, messo in scena benissimo specialmente nella prima parte, recitato ottimamente da tutto il cast. E soprattutto caratterizzato da una commistione di generi e stili narrativi veramente indovinata e funzionale a una struttura che scandisce la settimana mediante una sapienza unica, necessaria si potrebbe aggiungere in particolare per attutire quel tocco eccessivamente melo che pesa sulle scene conclusive.
(Pollo alle prugne di Vincent Parronaud e Marjane Satrapi)
Amore e morte per Ferzan, il turco capitolino
Sarà pure magnifica, questa presenza, ma anche se sfavilla illumina poco. Come una boutade graziosa, al suo modo originale e però vagamente oscura. Un giovanottello un po’ gay ma nemmeno troppo, un’abitazione fascinosa e retrò, un bel gruppetto di fantasmini casalinghi deliziosamente anni Quaranta. Fateli incontrare ed ecco che ossessioni, paure e crucci tornano alla ribalta. Lui, Pietro, che l’amore lo sa a malapena. Loro, gli attori della compagnia Apollonio, che la morte non l’hanno voluta comprendere. In fondo i temi di sempre per Ferzan, il turco capitolino: quante volte ha raccontato l’amore che non finisce assieme alla vita? Qui però il tono narrativo sa essere al contempo lieve e ansioso, sapiente e disinvolto, controllato e naturale. L’emotivamente imbranato e ossessivo Germano è bravo, va da sé. All’altezza, i suoi complici. Dialoghi così così ma montaggio super; sceneggiatura che si sbriciola in tanti rivoli e sfumature del vivere. Sbracature a parte (come la scena da woodoo con Platinette vestita da uomo e uno stuolo di trans-sartine), la pellicola è molto ben fatta, piuttosto godibile, leggera e simpatica, e soprattutto ha un andamento sinuoso e in fondo poco prevedibile. Certo ogni tanto viene in mente Fellini il visionario. Ma sono gocce di memoria e poco più…
(Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek)
Senatur, gli italiani aspettano le tue scuse
Bossi non sa più che pesci pigliare, ma tanto i leghisti abboccano comunque. L'altro giorno aveva giustificato il povero Trota perché «da due mesi diceva che era stanco di stare in Regione». Già era stanco... Poi all'orgoglio padano si è preso la colpa. «Li ho rovinati io». Non ha detto però una parola di scusa su come ha rovinato la politica italiana. Perché non ci sono solo i tuoi elettori, Senatur della minchia, ci sono anche gli italiani...
Lega, è finita la nostra vergogna
Come persona nata in Lombardia mi sento come fossi uscito dall'incubo dell'imbarazzante vergogna che persone come Bossi, Calderoli, Borghezio e tanti altri mi provocavano. La Lombardia, terra di Manzoni e Gadda, ringrazia sentitamente il cerchio magico, il trota e tutti gli approfittatori che circondavano i leader di questo partito populista e meschino.
Babbo Natale ha sbagliato stagione
Per la partita Iva che lavora per la stessa azienda da più di 6 mesi, che ha in pratica un solo committente e una postazione in azienda, il contratto si trasforma in lavoro subordinato. È la promessa, meglio il miraggio della riforma del lavoro secondo Mario Mario ed Elsa Fornero. Fosse vero, sarebbe un bel regalo di Natale. Cosa succederà invece? Semplicemente le aziende metteranno alla porta in questi mesi anzitutto chi ha la partita Iva. E chi sarà espulso non riuscirà a fare nemmeno causa... Siccome i giornali sono adoranti (come dice Dagospia), nessuno lo scrive.
Non basta dire agli imprenditori «fate i buoni»
Riforma del lavoro: si può definire tale una legge che semplicemente ignora il fatto che milioni di partite iva nel nostro paese sono fittizie e mascherano lavoro subordinato senza alcuna tutela? Si limitano a dire: «imprenditori fate i buoni», sì: come i biscotti della pubblicità. Roba da pazzi.
Tolleranza per i violenti
In Francia, ancora una volta. Gli ebrei e i nazisti. Tolleranze e complicità. Da noi il diplomatico Mario Vattani, figlio d'arte, più che raccomandato, sorpreso a inneggiare da iperfascio è stato sospeso dopo incertezze durate settimane. I giornali hanno urlato la sospensione. Poi però hanno riferito solo con piccoli spazi la notizia di pochi giorni fa: il Tar ha accolto il ricorso del fascio e sospeso la sospensione.
senza vergogna/2
Abi-Mussari ha piantato i piedi e il governo di Monti Mario fa un bel retromarcia. Niente conti correnti gratuiti per i pensionati costretti ad averne uno. Un bell'esempio di rozzezza culturale, di aggressiva voracità, di incapacità a pensare il bene del paese e l'equità. Dove si danno le dimissioni dall'essere italiani?
Senza vergogna
I «privilegi» degli operai: sembra una barzelletta eppure Elsa Fornero ne parla seriamente, senza arrossire. Abbiamo proprio perso ogni decenza. E ogni senso critico.
Ma cazzo, volete restituire qualcosa...
Piangono, frignano, battono i piedi, si dimettono. Che adulti, che ha questa Italia. Gli ultimi, buoni ultimi, sono i banchieri. Dopo aver incassato prebende, favori, garanzie e chi più ne ha, battono i piedi per via delle commissioni. Cazzo. Volete restituire qualcosa ai cittadini che hanno fatto, tacendo, la vostra fortuna? Volete ammettere che altrove, negli Usa (non dai comunistoni), le banche guadagnano senza approfittarsi dei clienti, senza far loro pagare il favore di accogliere il loro denaro? Ma tanto Monti non avrà certo la voglia di inimicarsi tanta brava gente...
Alemanno a Disneyland
Colpisce ancora, sempre di più e sempre peggio, il primo coatto capitolino. In capagna elettorale, aveva promesso di intitolare una via a Giorgio Almirante. Ora fa marcia indietro («non è ancora tempo»... perché lo era nel 2008?). Del resto aveva promesso più sicurezza (e nel 2010 ci sono stati moltissimi assassini in strada), meno buche sull'asfalto (e ciascuno sa quanto abbia mantenuto), meno traffico e tanta felicità per tutti. Capiamolo: credeva di essere diventato sindaco di Disneyland...
Una via di fuga... e buon 2012
Mantova e i suoi minus habens
A Mantova un impiegato comunale e poi un magistrato pensano bene di vietare il nome Andrea per una bambina. È un nome da uomo, che allude alla virilità dicono scavando nei loro ricordi di liceali repressi. Anche se fosse? Siamo un popolo cui piace fare prove di forza e di prepotenza... Non c'è dubbio...