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@montebattaglia
Prossimo appuntamento con Monte Battaglia:
giovedì 4 Settembre, presso Sala Nolasco Biagi, Casola Valsenio (BO), ore 20.30.
Dettaglio sul grande formato delle tavole originali di Simone Cortesi.
dediche bilbolbul2013
Al tramonto i bimbi giocano
Qui, a Monte Battaglia.
La Rocca di Monte Battaglia oggi. Veduta aerea.
bilbolbul 2013
mostra "I primi dieci"
Simone E Gabriele "magni", per una mattina!
Insieme agli editori Black Velvet, a Silvia Rocchi e Flavia Biondi, abbiamo raccontato agli studenti di fumetto dell'Accademia di Bologna come abbiamo creato il nostro primo libro.
Avete presente quanto è bella l'Aula Magna dell'Accademia di Bologna?
Monte Battaglia - La vera Storia
Di Virna Paolini
Pioveva a dirotto, in quei giorni di settembre 1944, sulla Gotica, superata dall’85.ma Divisione americana soltanto il giorno 17, dopo 5 giorni di aspri combattimenti a ridosso del Giogo di Scarperia e con oltre 1000 perdite tra morti, feriti e dispersi. Le divisioni a stelle e strisce erano arrivate poche settimane prima a Firenze e lì da Livorno, dove erano giunte via mare dal Nord Africa.
Nella Valle del Santerno, a nord di Firenzuola, verso Imola, l’incedere delle truppe fu subito rallentato dall’insolito maltempo. Su quei crinali i Blu Devils americani (88.ma Div, quella che aveva sostituito l’85.ma oramai esausta) si aprivano la strada a fatica: i tedeschi erano pochi, ma sapevano difendersi accanitamente. Temibili le loro MG, 1200 colpi al minuto: un paio di queste, ben posizionate, bastavano a tenere inchiodati interi reparti per ore, talvolta per giorni. Clark, comandante della V Armata americana, aveva deciso di scendere dalla Valle del Santerno anziché puntare sulla Futa verso Bologna. Certo, giù per la Valle non c’erano i temibili Fallschirmjaeger della 4.a paracadutisti, quelli di Cassino, che probabilmente costituivano il vero motivo della scelta di privilegiare il Santerno per l’avanzata verso nord. Ma anche quelli della Wehrmacht non scherzavano. Erano tedeschi, austriaci e anche Altoatesini, molti di loro avevano già combattuto su altri teatri di guerra – Jugoslavia, Grecia, alcuni addirittura in Russia – e magari non andavano a casa da chissà quanto tempo. Ma la formazione e il coinvolgimento tipici dell’addestramento tedesco, che responsabilizzava ogni recluta circa l’esito delle battaglie, li rendeva comunque pronti alla lotta, se necessario fino all’ultimo. Clark, forse, immaginava un discesa quasi agevole: le ricognizioni aeree non avevano mostrato linee insuperabili. Insomma, il generale non si sarebbe certo aspettato un macello come quello che, purtroppo, andò in scena proprio a partire da quel 27 settembre subito a nord-est di Castel del Rio: teatro forse casuale – ma si sa che anche la guerra procede per salti, spesso non previsti – quel Monte Battaglia, sul crinale est del corso fluviale, quota 715 slm, che vide tanti giovani cadere, da una parte e dall’altra, e pure alcuni eroi.
Uno di loro è senz’altro quel Robert E. Roeder, 27 anni, da Summit Station, paesino della Pennsylvania con poche centinaia di anime a 150 km da Philadelfia. Paesino davvero, di quelli che, come scrisse l’autore messicano Hinohosa, è talmente piccolo che se lo attraversi sbattendo le ciglia non ti accorgi nemmeno che esista. L’aveva lasciato pochi mesi prima ed era entrato in azione proprio con i Blu Devils a Firenzuola. Per lui, come per mille altri, Monte Battaglia fu presumibilmente il battesimo del fuoco. Un battesimo inaspettato, per l’eccezionalità dello scontro, ancorché tragico per l’esito finale.
Quel 27 settembre, proprio mentre i primi reparti americani di fondovalle entravano in una Castel del Rio oramai deserta, sulle colline lì attorno i partigiani della 36ma avevano presidiato la vetta di Monte Battaglia, verso est, e invitato gli Americani – 350° Reggimento – a dar loro il “cambio”. Era la prima volta che i fazzoletti rossi della Brigata Garibaldi e i Blu Devils s’incontravano. Il capitano Roeder, con i suoi della Compagnia G, giunse nei pressi della Rocca del Battaglia (i ruderi del castello medievale) la mattina. Uno di loro comunicò via radio che sì, da lì si intravedeva la Valle del Po, di fatto l’obiettivo invernale di Clark.
Forse non immaginavano quel che sarebbe successo di lì a poco. I tedeschi, fin allora quieti nelle loro posizioni di difesa, intesero che da quella posizione così panoramica gli Americani avrebbero dominato la Valle e che per loro, da quel momento, si sarebbe fatta dura: per un esercito come quello a stelle e strisce, ricco di tutto, le posizioni di favore – monte Battaglia era la cima più alta, lì attorno – erano il viatico per dilagare in fretta e raggiungere il Nord in poche settimane, forse addirittura in pochi giorni. Kesselring decise così di concentrare quel che ancora aveva sul quel Monte. Contattò direttamente Hitler, che del teatro italiano voleva sapere tutto. Gli intimò, come sempre, di non arretrare di un millimetro, di giocarsi il terreno palmo a palmo perché la difesa del Reich cominciava da lì.
I reparti della Wehrmacht salirono sulla vetta cominciando dal crinale est, che guarda verso Casola Valsenio, poi anche da nord e da ovest: nel giro di poche ore i Blu Devils si trovarono assediati, con una sottile linea di approvvigionamento aperta a intermittenza solo verso sud. Provarono a respingere il contrattacco germanico una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte. Fu durante uno di questi sanguinosi assalti che il capitano Roeder, alla testa dei suoi, meritò la Medaglia d’Onore del Congresso, uno delle maggiori onorificenze militari statunitensi.
Ecco il testo della citazione che motiva il conferimento:
Esposto a un incessante fuoco di artiglieria, Roeder girava tra i suoi uomini incoraggiandoli e dirigendo le operazioni di difesa sulla cima del colle. Al sesto contrattacco il nemico, favorito dalla nebbia e usando persino lanciafiamme, ebbe ragione dei difensori e riuscì a superare la posizione americana. Il capitano, non domo, guidò i suoi in una furiosa battaglia corpo a corpo che proseguì fino a sera, arrestandosi solo quando scese il buio. La mattina seguente gli assalti ripresero; la battaglia infuriò di nuovo e a causa di una granata Roeder cadde svenuto, gravemente ferito. Trasportato all’interno della Rocca, riprese conoscenza e decise subito di tornare tra i suoi, nonostante le vistose ferite; si portò sull’ingresso, imbracciò il fucile e, seduto, riprese a sparare e a incoraggiare i suoi. Uccise due tedeschi ma poi, a causa di una terribile esplosione, fu colpito a morte. Il suo valoroso comportamento è esemplare dello spirito che anima l’esercito americano.
I tedeschi non ripresero Monte Battaglia, che gli americani consegnarono ai primi di ottobre alla 1.ma Brigata Guardie di Sua Maestà; ma nemmeno gli Alleati raggiunsero il Po prima dell’inverno. Anche a causa delle terribili perdite – almeno 550 da parte americana, un numero certamente maggiore da parte tedesca - il fronte si arrestò sulla cosiddetta Linea Gotica due, sulla Vena del Gesso, a ridosso di Tossignano, a metà della Valle. Intanto Castel del Rio divenne la testa d’ariete dell’avanzata alleata. I soldati del più potente esercito del momento si acquartierarono in quel piccolo paesino della Valle, che si animò di tante razze che certo nessuno aveva mai visto prima. Tra essi i Gurkha, i soldati nepalesi di Sua Maestà, e i Neri d’America.
Se ne andarono solo nell’aprile dell’anno successivo, il 1945, quando l’ultimo balzo alleato e il contributo decisivo dei Gruppi di Combattimento Italiani della Friuli, Folgore e San Marco permisero di superare le linee tedesche della Gotica 2, raggiungere il Po e liberare per intero, infine, un’Italia esangue.
Alcuni oggetti di uso quotidiano tra le truppe alleate, custodi dal Museo della guerra di Castel del Rio. Documentazione fondamentale per la realizzazione del fumetto!