Verso il 25 Aprile...

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Verso il 25 Aprile...
**25 aprile, lassù**
La staffetta arriva col buio.
Ha le scarpe rotte e un messaggio cucito nell’orlo della gonna. Ma stasera il messaggio può aspettare.
Lui è in montagna da tre inverni. Ha la barba del lupo e le mani spaccate dal freddo. Quando la vede spuntare dal sentiero non dice niente. Le prende solo il viso tra le dita, come per controllare che sia vera.
Nel fienile c’è odore di fieno vecchio e di paura. Fuori i tedeschi, i rastrellamenti, la morte che passa col rumore degli scarponi. Dentro ci sono due corpi che si riconoscono al buio.
Fanno piano, perché il mondo là fuori ha le orecchie lunghe. Ma si tengono forte. Perché domani uno dei due potrebbe non tornare. Perché scegliere di amarsi, in quel momento, era già Resistenza.
Non è solo un bacio. È dire: "esisto, e non mi avete tolto questo".
È dire: "finché ci teniamo così, non hanno vinto".
Buon 25 aprile.
Alla libertà, a chi l’ha difesa col fucile e a chi l’ha difesa col corpo.
A chi ha scelto l’amore mentre tutto bruciava.
Israele è oggi uno stato criminale.
È una triste realtà.
Tuttavia è evidente la totale ipocrisia di tutti noi, nessuno escluso.
Francesco De Gregori - La storia (Official Audio)
#Pasqua#persone#migranti#Italia#Europa#mediterraneo#cimitero
Due #naufragi in poche ore, decine di morti a #Lampedusa e nell’#Egeo
"Nessuno ci soccorreva". Nessuna resurrezione.
Ungheria, diritti e democrazia Forza. Dedicata a Edith Bruck
"Finché ci sarà il capitalismo ci sarà anche il fascismo a difenderlo, a preservarlo, ad avallarlo"
Da alcuni anni quell'atroce fenomeno di malvagità e idiozia che è il fascismo sembrava assopito e superato: diventato insomma un fatto di nostalgia, come si dice, démodé, patinato di vecchio, ormai, come un mobile liberty: e, come tale, ormai inoffensivo, malgrado la sua bruttezza morale. Ci eravamo sbagliati tutti: il fascismo continua a serpeggiare in Italia, in Europa, in America: ed è naturale, il fascismo non è che uno degli elementi ideologici del capitalismo: e finché ci sarà il capitalismo ci sarà anche il fascismo a difenderlo, a preservarlo, ad avallarlo.
Pier Paolo #Pasolini
Da "Una rapina fallita due volte" in "Il Reporter», 8 marzo 1960, adesso in "Saggi di maturità", in "Pasolini. Saggi sulla letteratura e sull'arte", vol. II, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano, Mondadori, I Meridiani, 1999, pp.2280-2284.
E Bongiorno un cazzo
ICE = GESTAPO
"Siamo affranti ma anche molto arrabbiati. Alex era un'anima di buon cuore che teneva profondamente alla sua famiglia e agli amici e anche ai veterani americani di cui si prendeva cura come infermiere di terapia intensiva presso l'ospedale di Minneapolis VA", ha dichiarato la famiglia in una dichiarazione fornita alla CNN.
"Alex voleva fare la differenza in questo mondo. Purtroppo non sarà con noi per vedere il suo impatto. Non dico il termine dell'eroe alla leggera. Tuttavia il suo ultimo pensiero e atto è stato proteggere una donna. "
"Le bugie nauseanti dette su nostro figlio dall'amministrazione sono riprovevoli e disgustose. Alex chiaramente non sta impugnando una pistola quando è stato attaccato dagli assassini di Trump e dai codardi del GHIACCIO. Ha il telefono nella mano destra e la mano sinistra vuota è alzata sopra la testa mentre cerca di proteggere la donna che ICE ha appena spinto giù tutto mentre viene spruzzato al peperoncino. "
"Per favore, fate uscire la verità su nostro figlio. Era un brav'uomo. Grazie. Grazie. "
È nostra responsabilità di americani far uscire la verità. Pretti non stava tentando di fare del male a nessuno. È stato picchiato e disarmato da agenti federali feroci che cercavano qualcuno da ferire. Una volta rimosso la pistola, che aveva il permesso legale di portare, lo giustiziarono a sangue freddo sparandogli numerosi proiettili. Poi, l'amministrazione Trump ha proceduto immediatamente a diffamarlo falsamente come un "terrorista" che voleva compiere una sparatoria di massa contro le forze dell'ordine. Sono assolutamente senza vergogna.
"Ci teneva profondamente alle persone ed era molto arrabbiato per quello che stava accadendo a Minneapolis e in tutti gli Stati Uniti con l'ICE, poiché milioni di altre persone sono sconvolte", ha detto Alex il padre di Pretti. "Pensava che fosse terribile, sai, rapire bambini, semplicemente prendere la gente dalla strada. Ci teneva a quelle persone, e sapeva che era sbagliato, quindi ha partecipato alle proteste. ”
Rest in power Alex. Il resto di noi continuerà a combattere.
( Occupy Democtats )
Riporto queste parole, assai lucide e dolenti, di Natalino Balasso. Una delle persone che più stimo, in questo paese ormai derelitto e sempre più menefreghista, rincitrullito e insensibile.
“Che Trump sia ancora al suo posto è la dimostrazione del fatto che la democrazia è già saltata. Solo nei governi autoritari che siamo tanto bravi a criticare il governante resta al suo posto nonostante la sua politica scellerata, nonostante la prova provata delle sue menzogne.
Che qui si lecchi il cu*o a gente di basso profilo come costui è la dimostrazione di come, da queste parti, si vagoli nella nebbia del pensiero, seguendo i fari di quello che ci sta davanti senza nemmeno sapere dov’è diretto”.
Proprio così.
Andrea Scanzi
Nella grande democrazia Usa se cerchi di intervenire per aiutare due donne spinte a terra mentre assistono a un raid dell'ICE puoi essere preso, sbattuto a terra e, immobilizzato, venire freddato alla schiena con dieci colpi a bruciapelo. Il capo dell'ICE dichiarerà che tu volevi fare un massacro e che avevi una pistola, anche se in mano avevi solo un cellulare. Benvenuti nella nuova democrazia occidentale, quella costruita sul modello israeliano.
(Fausto Gianelli)
Come nei Venti del Novecento, la ferocia che stermina i colonizzabili presto o tardi torna a casa e comincia a silenziare, arrestare, rastrellare e poi uccidere il tuo vicino di casa.
Tra Israele, gli USA e noi c'è una differenza di avanzamento nel processo, non di natura del processo. A furia di guerra al di là dei muri, anche la politica interna si plasma sulla guerra e alla fine viene sostituita dalla guerra.
Dal diritto internazionale fino a un certo punto, all'habeas corpus fino a un certo, alla democrazia fino a un certo punto, al diritto alla vita fino a un certo punto è un attimo.
(Luigi Daniele)
"LE SUE PRIGIONI"
QUELLO CHE I GRANDI GIORNALONI E TV DI REGIME NON VI FANNO SAPERE LO LEGGETE DA ME, SPILUCCANDO TRA LE NOTIZIE SU DAGOSPIA.
Pieroebasta
"NEL CARCERE DI CARACAS IL BAGNO È UN BUCO PER TERRA, SPORCO DI FECI E INFESTATO DI SCARAFAGGI".
IVÁN COLMENARES GARCÍA, CHE E' STATO IN PRIGIONE CON ALBERTO TRENTINI, RACCONTA LE CONDIZIONI PIETOSE IN CUI VENGONO LASCIATI I DETENUTI: "LE CELLE SONO BUIE, DI SOTTOMISSIONE.
IN CIASCUNA METTONO DUE PERSONE. D’INVERNO SONO UN FREEZER, D’ESTATE SONO UN FORNO.
VIENI DIVORATO DALLE ZANZARE"
"ALBERTO SA DI ESSERE UN PRIGIONIERO POLITICO, UNA PEDINA DI SCAMBIO.
SIA IO CHE LUI AVEVAMO ATTACCHI D'ANSIA, CI DAVANO DEGLI ANTIDEPRESSIVI PER RIMANERE CALMI"
LE VIOLENZE DEI SECONDINI CONTRO I DETENUTI DURANTE GLI SPOSTAMENTI DI CELLA IN CELLA...
(Da Dagospia - La Repubblica)
«Alberto e io avevamo costruito gli scacchi usando dei pezzi di sapone e la carta igienica.
Giocavamo attraverso le feritoie delle celle, la mia era davanti alla sua, a pochi metri.
Avevamo fatto le torri, i pedoni, gli alfieri…Alfa 3, Charlie 5, comunicavamo così le mosse. Alberto ha imparato in carcere a giocare.
Ma le guardie si innervosivano e ci portavano via anche gli scacchi, lasciandoci senza niente da fare, senza dignità».
Seduto nel giardino della sua casa di Villa del Rosario, a ridosso della frontiera col Venezuela, l’avvocato colombiano Iván Colmenares García, 35 anni, racconta di come anche lui è finito al Rodeo, penitenziario di Guatire a trenta chilometri da Caracas: il pozzo che lo ha inghiottito dal primo novembre del 2024 e fino allo scorso 24 ottobre.
E dove ha avuto, per compagni di detenzione, il cooperante veneziano Alberto Trentini e l’imprenditore torinese Mario Burlò. [...]
Com’è vivere dentro al Rodeo?
«Si sta sempre nella cella, tranne un’ora al giorno per andare al corridoio esterno dove si vede il cielo.
Per portarti lì le guardie ti ammanettano e ti mettono un cappuccio sulla testa.
Quando è arrivato, Alberto era sconvolto.
Io e lui avevamo attacchi di ansia, per cui il servizio infermeria ci dava delle pillole di Sertralina (un antidepressivo, ndr).
Mario è più bilanciato, riusciva a rimanere calmo».
Eravate costretti a prenderle?
«Le chiedevamo noi».
Di cosa parlava con Trentini?
«Mi raccontava di Venezia, delle bellezze della sua città, dell’architettura.
Era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana.
È un pensiero che tormenta, sapere che i tuoi cari non sanno se sei vivo o morto.
Dopo sette mesi ti concedono una chiamata.
Mario ha aspettato dieci mesi perché la prima volta non si ricordava i numeri di telefono.
Alberto sa di essere un prigioniero politico, una pedina di scambio». [...]
Come sono le celle?
«D’inverno un freezer, d’estate un forno.
Vieni divorato dalle zanzare, di solito compaiono alle 18 e se ne vanno alle 2 di notte.
Dormivo con le braccia infilate nella maglietta, e con i boxer sui piedi e sulla testa, per coprire il più possibile la pelle.
Non so come ho fatto a non prendere la malaria».
Che vi davano da mangiare?
«Mangi arepa (focaccia di mais, ndr) a colazione, a pranzo e a cena. La mattina danno anche il caffé».
Quanto sono grandi le stanze?
«Ogni cella misura quattro metri per due, che diventano uno perché su un lato c’è la branda a castello.
Tra la porta e il fondo ci sono sei passi, è tutto lo spazio che hai. Il bagno è un buco per terra, sporco di feci e infestato di scarafaggi. Sono celle buie, di sottomissione.
In ciascuna mettono due persone».
Come stavano Trentini e Burlò l’ultima volta che li ha visti?
«Mario è dimagrito 30 chili.
Anche Alberto è dimagrito, cammina su e giù lungo quei sei passi accanto al letto. Sono entrambi molto provati».
Vi hanno maltrattato?
«Le guardie spostano di continuo i detenuti da una cella all’altra, lo fanno apposta.
Durante i trasferimenti diventano violente, buttano a terra o contro i muri, colpiscono col calcio del fucile.
Ma la tortura bianca, che non lascia lividi, è anche peggio».
Cos’è?
«Trasmettono la propaganda chavista.
Il martedì il programma di Maduro, il giovedì “El mazo dando”, la trasmissione del ministro Diosdado Cabello, quattro ore di sofferenza a sentir ridere Cabello, il venerdì ci facevano ascoltare “El turco alimaña” e il sabato ci finivano con “Aló Presidente” di Hugo Chavez». [...]
Come sono le giornate?
«Vivi un giorno solo moltiplicato per i mesi di prigionia.
Alle 5 l’appello, devi dire alle guardie come ti chiami e da dove vieni.
Sempre così, ogni mattina.
Poi delle braccia ti passano la colazione attraverso la feritoia, stessa modalità per il pranzo e la cena.
L’unica possibilità di uscire e durante l’ora d’aria o quando vai in infermeria».
Il servizio medico funziona?
«Ti serve un miracolo di Dio per accedervi, devi stare proprio male. Mario soffre di diabete e pressione alta, prende un sacco di pastiglie che all’inizio non gli hanno dato, poi si sono accorti che rischiava di morire e allora le ha avute. Siamo merce di scambio, gli serviamo vivi».
Ha visto morire qualcuno?
«No. Però tre yemeniti hanno provato a impiccarsi con le lenzuola».
Lei come è stato arrestato?
«Ero alla frontiera di Arauca, già in territorio venezuelano, per un progetto umanitario con la mia ong.
Mi hanno preso quelli del Dgcim, l’intelligence militare.
Stavo per avere il timbro sul passaporto quando il funzionario mi ha detto di aspettare perché mi avrebbero dovuto fare delle domande.
Così mi hanno catturato.
In manette e con un cappuccio in testa, sono finito a Caracas nella pecera. Sa cos’è?».
No.
«L’acquario, lo chiamano così.
E’ una piccola stanza dove le pareti sono vetri opachi.
Dall’esterno invece ti vedono.
Mi hanno tenuto lì 20 giorni di fila, seduto dalle 5 della mattina alle nove della sera, da solo.
Non potevo parlare o muovermi, neppure girare la testa. Anche Alberto e Mario ci sono passati, credo».
Piero Lelli
Lo crivellarono con cinque colpi di pistola mentre era in mezzo al traffico, a Palermo. Giuseppe Insalaco da mesi continuava in solitaria la sua battaglia contro il sistema occulto che lo aveva costretto alle dimissioni da sindaco. Primo cittadino di Palermo per cento giorni.
Da sindaco, si era rifiutato di firmare mandati di pagamento per miliardi sugli appalti della città. Glieli facevano trovare assieme alla posta, sperando che li firmasse. Lui li buttava. In più, non voleva ricorrere alla gara ad inviti, dove si invitavano agli appalti solo le imprese amiche.
Gli bruciarono l’automobile, lo minacciarono. Poi, ridotti alla disperazione da un uomo che non mollava, iniziarono ad accusarlo di corruzione con lettere anonime.
Si dimise dopo cento giorni, ma non demorse. Continuò a fare i nomi dei Dc in odore di mafia, del sistema che faceva pressioni. Parlò apertamente di mafia, a più riprese.
Per questo lo ammazzarono. Era il 12 gennaio 1988, ricorreva ieri la data.
A lui, il ricordo di tutti noi.
Leonardo Cecchi