Diario. #91
5:31 p.m. 12/10/2018
Cosa accade al tuo organismo quando ti ritrovi in un determinato luogo, in un preciso istante? Puoi provare qualsiasi cosa, puoi sfiorare con le tue stesse dita l'ansia che pian piano si materializza, forse dentro la tua testa o forse dentro il tuo intestino; puoi provare preoccupazione, sai com'è, in un posto nuovo e con gente diversa può succedere di tutto; oppure puoi sentire semplicemente il tuo cellulare che squilla con la scritta "Mamma" sullo schermo:
"Sei arrivato?"
"Sí sono qua, aspetto che mi vengano a prendere."
"Ok, attento lá che rubano in stazione, fatti sentire."
"Si si come no, ciao."
Un rapporto praticamente congelato, distaccato, lontano anni luce da quello che dovrebbe sembrare un rapporto madre-figlio. Mi sposto sulla sinistra lontano dalle fermate e mi siedo sul marciapiede con la cartella fra le gambe, mangio qualcosa per distrarmi dalla paura (non so neanche di cosa), attendendo il suo arrivo. Poi la vedo arrivare da lontano, mi alzo subito in piedi, un infermiere si sarebbe terrorizzato se avesse controllato la frequenza del mio battito cardiaco in quel momento, ma tutte le preoccupazioni, le fisse e l'ansia dell'attesa crollarono per terra in quell'abbraccio che potevo assaporare solo una volta al mese, come se Mike Tyson provasse a colpire con tutta la sua forza uno stupido palloncino, quel palloncino era il mio cuore che quando s'avvicinava al suo e mi sentivo esplodere così poi mi calmavo non sentivo più nulla STOP... ho perso un attimo il filo, non so come spiegarla quella sensazione, ma quel luogo, quell'ora, con quella fottuta persona, giuro che non ci capivo più niente, ero semplicemente calmo, rilassato, mi sentivo sereno e protetto, sensazioni rare per me, in quel periodo.
Dunque mi prende per mano e andiamo in auto, il padre alla guida che guarda la strada, noi che di nascosto ci teniamo la mano dal lato del sedile, eravamo troppo timidi per farci vedere, troppo. È un immagine fissa ormai nella mia testa, potrei chiudere gli occhi e riviverla esattamente come se fosse reale, ne ho parlate altre volte e continuerò a farlo perché è troppo bella, anche se ormai non esiste più nulla.
Oppure sai cosa? Quelle fermate dell'autobus per me erano un inferno, le odiavo, non mi ci volevo nemmeno avvicinare: gente che partiva col sorriso, magari a trovare qualche parente o a farsi una vacanza da qualche parte, gente che arrivava e fuggiva subito verso l'uscita perché magari andava di fretta, gente che aspettava, aspettava e aspettava. Ma io le ripudiavo, già; il solo pensiero di dovermi riallontanare per chissà quanto mi struggeva dall'interno, mi buttava giù, stavo praticamente prendendo un autobus che t'allontanava dalla felicità per riportarti nel mondo di merda in cui vivi, fatto di urla e silenzi. Ed io t'amavo troppo per starmene tranquillo pensando al fatto che non ti avrei avuto più stretta a me. I sedili sono ancora impregnati delle mie lacrime, quei finestrini rinchiudono ancora le nostre conversazioni al telefono, fatte di promesse, improbabili ritorni ed inutili consolazioni.
È passato un bel po' di tempo, mi sono iniziato a chiedere se quella stazione, al centro di Napoli, non fosse tutto sommato la destinazione verso la mia rovina o la partenza verso una vita migliore.
grazie per la foto nostoprobs (su ig)















