Deve andare. Deve scappare da lì. Prima che quella mano posizionata sulla bocca possa spostarsi e fare danni. Prima che lui possa fare più danni di quanti ne abbia già datti. Anzi. In realtà è in trappola. In realtà non può più scappare. Non si volta. Ma era meglio lo facesse. Era meglio che ponesse un termine a quello sguardo su di lei, che lo distaccasse e lo portasse altrove. Eppure le iridi nocciola passano dai suoi capelli al suo volto. A quegli occhi azzurro carta da zucchero che cominciano a liberare lacrime. Lacrime in cui si percepisce il dolore che le sta facendo. Lo stesso dolore che, in un qualche modo, ha potuto intendere in quella lettera. Ma quella calma interiore che lei aveva mantenuto fino ad adesso, viene rilasciata come un fiume in piena. Lo inonda. Lo inonda completamente.
«BRAVO, VATTENE. E` LA COSA CHE TI RIESCE MEGLIO»
Lo spintone non è niente. Ma si lascia muovere, spingere un minimo all’indietro a voler dare spazio a quel movimento di lei, a permettergli di liberare la rabbia e il dolore senza imporsi. Lui è in trance. In una trance che non permette alle palpebre di sbattere. Immobile. Con le labbra schiuse, il cuore che palpita nella toracica senza alcuna sosta. E sente un calore. Un calore immenso. Che lo invade. Un calore che brucia. Che fa quasi male. E’ come se si stesse scottando. O è solo la sensazione di quanto faccia male quello stomaco tanto da risalire verso il collo, sul volto. Fatica a metterla a fuoco eppure quelle sfere cristalline dei suoi occhi le vede come se nulla fosse, come se tutto fosse a posto, senza nemmeno rendersi conto di come in realtà i propri occhi si stanno bagnando.
«sai qual è la mia colpa? Che non ti ho dato abbastanza» e si porta le mani alla fronte, riprendendo a piangere «ti dovevo dire tutto, tutto.» la voce spezzata, ma ora torna a guardarlo e gli punta il dito contro a mezz`aria, arrabbiata «TU INVECE SEI SOLO UNO STRO**O, che mi ha messo da parte in due secondi buttando via anni, come se fossi una cosa qualsiasi. Come potevo saperlo che ci avresti messo così poco.» e con questo prende il respiro guardando altrove, il corpo che freme nel dover ammettere, con il volto che si ripiega nel dolore del pronunciarlo, un «non mi hai dato il tempo» e si posa la mano sulla bocca chiudendo gli occhi e riprendendo a singhiozzare afona lì dietro.
Una patina bagnata che non lascia spazio a nient’altro. Un altro spintone. Le permette dell’altro movimento, un’altra scarica elettrica. Ma alle sue prime parole vibra. C’è un tremolio nel suo corpo; un brivido che percorre alla peggior maniera la propria schiena. Sente la sua disperazione. Continua a sentire il suo dolore. Segue i suoi respiri. La sua voce spezzata. Il suo pianto che non ha una fine. E quelle consapevolezze che lei pian piano realizza solamente parlando.
Quell’amarezza la legge. Così come la stanchezza finale delle sue parole. Il ricercare la calma dopo un respiro e l’altro, dopo un singhiozzare e l’altro, dopo un pianto e l’altro. E’ un nodo alla gola che sente, forte, chiaro, dolorante. Che stringe sul pomo d’adamo, che non riesce a mandare giù nemmeno a deglutire più volte. Alza gli occhi verso il cielo tentando quanto meno di ritornare in sé, in fattore occhi. Di poterla mettere completamente a fuoco, mentre pian piano il corpo cede. Nemmeno si controlla. Nemmeno capisce che ha fatto un passo in avanti, quando riprende a parlare.
« Non sei una cosa qualsiasi. »
« Ti avevo avvertita perché sapevo che sarebbe finita così. E io sono stato un cretino a rimanere lì. Dovevo andarmene come stavo facendo eppure mi hai fermato. E da vero imbecille ci sono cascato. Tu lo sapevi già. E io… io ero confuso. Io dovevo andarmene. Non rimanere. Eppure non cambierei lo stesso ciò che ho fatto, perché almeno per una volta hai avuto il coraggio di parlarmi, di essere chiara con me. » Non ti ho dato abbastanza. Bastavano solo le parole. Più chiare. Perché lui non le ha mai intese. « E io sì, sono stato uno stronzo. E io sì, nel mentre ho conosciuto un ragazzo. E io sì, non ho avuto nemmeno le palle per venirtelo a dire. Me ne sono stato in silenzio, come sempre. Ho pensato che il tempo potesse cambiare le cose, che mostrandoti sotto altri aspetti tutto quello che hai visto avresti capito. Perché in realtà non avevo il coraggio di dirtelo in faccia. Sono un codardo, lo so. » una breve pausa per osservare il lago prima di tornare su di lei. La guarda negli occhi eppure i propri bruciano. Bruciano da fare male. Da volerseli strappare. « E nel mentre mi sono innamorato di un altro uomo. »
Un altro colpo basso, che accoglie già mezza preparata, anche se fa male lo stesso; tant`è che le casca una lacrima, che si trova obbligata a scacciare con la mano per mantenere la dignità rimastele, nel farlo ormai in automatico guardando altrove, per poi tornare a lui.
« Non ti ho dato il tempo, hai ragione. Ma tu lo stai sprecando. Tu lo stai sprecando anche solo ad essere così. Non-non dovresti nemmeno versare una lacrima per un c*glione come me. Dovresti rimanere a testa alta. E fregartene di me dal momento in cui ti ho mancato di rispetto. Volevi le tue scuse per averti mancato di rispetto. E non te le ho mai date. Perché sei ancora qui, Corine? Per quale c-» avolo « di motivo sei ancora qui? » una pausa, un altro passo indietro. « Avevamo una possibilità. E io ho rovinato tutto. »
«Cos`è questa, » e lo spintona «la tua trovata geniale per dirmi che per te non sono abbastanza?»
« E continuerò a rovinare tutto, Corine. Perché la mia trovata è stare alla larga da te, non perché non sei abbastanza. Ma perché fino a quando non mi guarderai con disprezzo io non ho intenzione di rivolgerti parola. »
«Sei una delle persone più ottuse che io conosca, ti impunti su una cosa e non c`è verso di smuoverti da lì, PORCATOSCA» e sbatte il piede per terra, a voler cacciare una zolla di prato rinsecchito contro il terreno sottostante. E le partono di nuovo le lacrime, tornando a guardare il mago, le labbra che per qualche attimo si muovo senza dire niente, nel non trovare le parole «pensi davvero che dopo tutto questo tempo potrei disprezzarti?? Che questo sia il metodo geniale? Ma a che gente sei abituato» e apre le braccia facendo subito ricadere sulla mantellina azzurra, le labbra che si stringono e le lacrime che non soddisfatte prendono a rigarle silenziosamente le guance.
« Dovresti già guardarmi con disprezzo per averti mancato di rispetto. Dovresti già avermi voltato le spalle. »
« E’ il metodo più giusto. »
«è un metodo del ca**o!»