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Dialoghi con Cesare Pavese
Ci sono dei momenti, nella vita, in cui capita di perderci di vista, di perdere noi stessi, le nostre passioni, di dimenticare ciò che ci piace e ciò che ci fa star bene, di perderci dietro un lavoro, dietro una persona, e così di eclissarci. Capita di arrivare ad un punto in cui non si sa più dove ci siamo cacciati. Questo libro qui, Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, mi ha aiutato a ritrovarmi, a ritrovare me stessa, a prendermi per mano e a ricondurmi a casa. Questo libro ha sancito il mio definitivo ritorno, dopo una lunga assenza, tra quel popolo che mi piace tanto, che è il mio popolo, la mia gente: i lettori di questa terra. Se sono stata io a trovare lui o lui a trovare me, non lo so davvero. So solo di averlo finalmente incontrato, dopo averne tanto sentito parlare e dopo averlo schivamente evitato come si fa con un estraneo che ci piacerebbe tanto conoscere, ma del quale abbiamo un segreto timore.
Mi è capitato di trovare questa bellissima copia usata, del 1973, in una libreria di Milano e mi sono chiesta come qualcuno avesse potuto darla via: è piuttosto rovinata, invecchiata e ingiallita. E io la trovo bellissima. Salvarla da quella pila di libri, gettati lì a casaccio, e darle una casa è stato per me un gesto quasi automatico. Ora, scrivere questo pezzo - dico la verità - mi risulta sinceramente difficile. Scrivere di Pavese mi risulta difficile. Ho scritto una tesi di laurea triennale su Pavese, sul Mestiere di vivere, ed è stato tremendamente difficile. Nonostante questo, ancora oggi, scrivere di lui e per lui, mi risulta difficile. Eppure lo voglio scrivere questo pezzo, perché non posso fare a meno di essere attratta e affascinata da questa figura misteriosa, grigia e con le spalle curve, che non finisce di sorprendermi. Mi affascina, pure se, a pensarci, mi si arrovella il cervello per delle ore. Forse, mi affascina proprio per questo.
Ho letto alcuni dei romanzi di Cesare Pavese, ho letto le poesie, e ho letto, smontato, rimontato, messo sotto sopra il suo diario. Ma questi dialoghi, Dialoghi con Leucò, non li avevo mai letti integralmente. Era come se cercassi in tutti i modi di sfuggir loro: ho sempre letto solo degli estratti, delle critiche, dei riassunti e tutta quella roba che banalmente si cerca sul web quando si vuole aggirare un’opera. Lo sapevo che era una scusa, che era un modo per evitare il contatto diretto con questo libro, e sapevo anche che il testo originale era l’unico che avrebbe potuto dirmi qualcosa sul testo stesso, più di tutti i saggi critici, più di tutti gli infiocchettamenti che si possono costruire intorno. E sapevo pure che era un’opera fondamentale per Pavese, lo sapevo bene: qualcuno lo diceva, a dispetto di altri che la consideravano, invece, disturbante all’interno della sua produzione, quasi estranea. Il fatto è che anche a me sembrava così anomala, ibrida, misteriosa e difficile. E non riuscivo a capire il perché, alla fine della sua vita, Pavese stesso l’avesse considerata la più importante, la sua preferita, tanto da lasciarci sopra, sulla prima pagina, quel maledetto messaggio - Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi - quel maledetto 27 agosto del 1950. Ma adesso, a posteriori, - dopo aver salvato quella bellissima copia e averla letta tutta d’un fiato - l’ho capito il perché. E mi rimprovero per non aver avuto il coraggio di affrontarla prima, per averla ignorata, saltata e aggirata come si fa con un ostacolo, con una difficoltà. Io l’ho finalmente capito, amico mio, perché è diventata la tua opera, la prediletta, l’unica. Abbiamo passato mesi insieme, io e te. Ho passato mesi a scrivere quella dannata tesi, cercando in tutti i modi di dialogare con te, ma non capivo, davvero non avevo capito, che per dialogare con te, dovevo prima dialogare con Leucò.
Ed è vero che è un’opera anomala, ibrida, misteriosa e difficile, ma proprio per questo è forse la più importante, la gemma più bella di tutta la produzione pavesiana. Non appena ho finito di leggerla, mi sono data della stupida, e mi sono chiesta e richiesta perché l’avevo considerata anomala, perché la critica la considerava anomala. Non appena ho finito di leggerla, mi è sembrata così maledettamente Cesare Pavese che ho pensato che fosse l’unica, vera opera di Pavese.
Dialoghi con Leucò è Cesare Pavese.
L’autore stesso, consapevole di tutte queste anomalie o di quelle che gli altri avrebbero considerato delle anomalie, per la prima edizione di questo libro, aveva scritto la seguente presentazione:
Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c’è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quand’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po’ straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi Dialoghi.
Cos’altro posso aggiungere di fronte a questo? Non penso di potermi arrogare il diritto di dire qualcosa, di dare un giudizio, di dire la mia; non sono una critica, non sono un’esperta di letteratura e non c’è niente e nessuno che possa dire più del testo e più dell’autore stesso. Una cosa, però, voglio dirla: mi sembra, adesso, tutta un’assurdità la storia che i Dialoghi siano estranei alla produzione pavesiana. Mi sembra che, al contrario, questi ne siano il fondamento, la cornice entro cui si inseriscono tutte le altre opere. L’inizio e la fine degli scritti pavesiani. In questi Dialoghi, Pavese racconta il mito, la natura, il selvaggio, i sacrifici umani, il sangue, il sesso. E non è forse di questo che imbastisce ognuna delle sue opere? Attraverso dei camuffamenti, delle ambientazioni diverse, dei personaggi diversi, è vero, ma è questo che, in fondo, racconta. E in questi Dialoghi non fa altro che mettere a nudo i temi e i personaggi da cui ha sempre attinto, collocandoli finalmente nel loro habitat naturale, restituendoli al loro mondo, alla loro dimensione. Questi Dialoghi sono la poetica pavesiana messa finalmente a nudo. Sono la ricerca costante, instancabile e sofferta di quella che è la vita, il senso della vita e del mondo, che Pavese ha sempre ricercato nel mito. Il mito è l’uomo e la ricerca dell’uomo. Questi ventisei dialoghi - dialoghi tra divinità e divinità, tra divinità e mortali, tra mortali e mortali - non sono altro che tentativi alla ricerca dell’io, del senso dell’esistenza, della bellezza, della morte, della sofferenza, dell’amore, del destino. Quello che credo emerga, qui come in tutta la sua produzione, è un attaccamento disperato alla vita, che è bella perché è effimera, talmente bella che persino gli dei eterni e immutabili ce la invidiano, facendosi anch’essi mortali. Una vita bella e al tempo stesso misteriosa, dolorosa, illeggibile e in catene.
L’ultima notazione che vorrei fare e che mi sembra interessante è una considerazione sullo stile, sulla scrittura di questi Dialoghi. In qualche modo, essi si presentano lontani anche a livello stilistico dalla tipica scrittura pavesiana, scarna, essenziale e attaccata alla realtà; talmente lontani che sembrano quasi imperfetti, frastornanti per il lettore pavesiano abituale. Credo, però, che questa imperfezione sia da collegarsi all’imperfezione dell’uomo, quella che Pavese cerca di mettere in risalto in ognuno dei suoi dialoghi; un’imperfezione dalla quale deriva una sorta di allentamento, una qualche libertà maggiore, quasi istintiva e poco studiata, nel processo della scrittura da parte dell’autore, che forse finalmente si è sentito se stesso.
Potrei continuare a scrivere per delle ore, potrei citarvi mille passi, decine di pagine e personaggi, ma a che servirebbe? È un libro che va letto, senza intermediari, senza commenti. È un libro che va letto, punto.
Quindi concludo, e concludo dicendo che leggendo questi Dialoghi non solo ho trovato il vero Cesare Pavese, quello autentico, quello primitivo, nudo e senza veli. Leggendo questi Dialoghi, anche io, come lui, mi sono ricordata di quand’ero a scuola e di quel che leggevo, rendendomi conto che la grecità non mi ha mai abbandonata e che io non ho mai abbandonato lei: dopo i miei studi classici, è andata a posarsi sul fondo di quello che è il mio essere e ne ha creato lo strato fondante, la base, su cui poi ho edificato me stessa, la mia cultura e le mie future letture. Ritornare a questa grecità, attraverso questo libro, è stato come tornare a casa, come tornare da dei parenti che non vedi da un sacco di tempo, ma per i quali l’affetto e la tenerezza sono rimasti immutati. È stato come tornare a casa e, questa casa, adesso non voglio più lasciarla. Dialoghi con Leucò è uno di quei libri che non intendo lasciare mai più. Voglio portarmelo dietro dentro e addosso come un talismano, per tutta la vita.
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I don’t have a favorite post on Tumblr, I don’t have things that I ‘always’ reblog.
But this is one thing I love seeing on my dash, I love having it on my blog, it really helps to calm me down and its amazing.
Just close your eyes and see by Livia Falcaru
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Il mondo mi sommergeva come un oceano e si ritirava, a ondate, per poi tornare a sommergermi.
Che tu sia per me il coltello (via godburnsinhell)
...
Sto parlando di cose che non hanno nome, cose che nel corso della vita si accumulano sul fondo dell'anima, sentimenti e strati di terriccio. Se mi chiedessi di descriverteli, non saprei da che parte cominciare, non avrei le parole adatte. Solo una stretta al cuore, un'ombra passeggera, un sospiro.
David Grossman, Che tu sia per me il coltello (via fiore-di-mandorlo)
La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia.
F. Nietzsche. (via fiore-di-mandorlo)
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“its dark im scared”
dont worry bae i got this
*stomps foot*
*sketchers light up*
Sometimes you're just so broken you don't even know why you're listening repeatedly to Amazing Grace
me
I’ll start over every day for the rest of my life if I have to. It’s still better than giving up completely.
(via foxeia)