𝑃𝑜𝑖, 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑔𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖, 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑢𝑠𝑐𝑖̀ 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑟𝑒𝑠𝑠𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑜, 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑖𝑙 𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑈𝑙𝑖𝑣𝑖. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑓𝑢 𝑙𝑎̀, 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜: «𝑃𝑟𝑒𝑔𝑎𝑡𝑒 𝐷𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑓𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒!»
𝑃𝑜𝑖 𝑠'𝑎𝑙𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜̀ 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑎 𝑢𝑛 𝑡𝑖𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑠𝑠𝑜, 𝑠'𝑖𝑛𝑔𝑖𝑛𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜̀ 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑜̀: «𝑃𝑎𝑑𝑟𝑒, 𝑠𝑒 𝑣𝑢𝑜𝑖, 𝑡𝑖 𝑠𝑢𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑜, 𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑎 𝑚𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑜𝑟𝑟𝑜𝑟𝑒! 𝑀𝑎 𝑠𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎̀, 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎».
𝐴𝑝𝑝𝑎𝑟𝑣𝑒, 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖, 𝑢𝑛 𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑐𝑖𝑒𝑙𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑜𝑟𝑡𝑎𝑟𝑙𝑜. 𝐼𝑛 𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑎𝑔𝑜𝑛𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑎𝑣𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑠𝑢𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑎𝑑𝑒𝑣𝑎 𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑜𝑠𝑠𝑒 𝑔𝑜𝑐𝑐𝑒. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑎𝑙𝑧𝑜̀ 𝑒 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜̀ 𝑑𝑎𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖, 𝑙𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑜̀ 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑎𝑑𝑑𝑜𝑟𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖, 𝑠𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎.
«𝑃𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑑𝑜𝑟𝑚𝑖𝑡𝑒?» 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝐺𝑒𝑠𝑢̀. «𝑆𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑒𝑣𝑖 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑎𝑡𝑒 𝐷𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑐𝑐𝑎𝑟𝑒, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑖𝑒𝑡𝑒 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖!»
“Fa’ che nella nostra preghiera vinciamo ogni paura che ci impedisce di deciderci per te, per i fratelli, per ciò che ci costa, per ciò che ci spaventa; fa’ che la nostra preghiera sia una vittoria della nostra fede: in essa trionfi la tua potenza che ha vinto la paura della morte”.
Nella pagina che proponiamo del Vangelo di Luca (22,39- 46) ricorre molte volte il verbo “pregare”: «Pregate per non entrare in tentazione»; «Gesù, inginocchiatosi, pregava», «in preda all’angoscia, pregava più intensamente», «rialzatosi dalla preghiera». Poi Gesù conclude ripetendo ai discepoli: «Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
Il brano è inquadrato tra due esortazioni di Gesù quasi identiche e al centro c’è la sua preghiera personale. Questa preghiera è presentata nel suo inizio: «Gesù, inginocchiatosi, pregava»; nel momento culminante: «in preda all’angoscia, pregava più intensamente»; nel suo termine: «rialzatosi dalla preghiera».
L’altro tema dominante è il tema della tentazione, ripetuto due volte: «Pregate per non entrare in tentazione». Domandiamoci in che cosa consiste questa tentazione e quale rapporto c’è tra la tentazione e la preghiera.
Per tentazione non si intende, almeno immediatamente, la spinta a fare il male. È qualcosa di molto più sottile ed è più drammatica e pericolosa: è la tentazione di fuggire dalle proprie responsabilità, la paura di decidersi, la paura di guardare in faccia una realtà che esige una decisione personale; è la paura ad affrontare i problemi della vita, della comunità, della nostra società.
È la tentazione della fuga dal reale, di chiudere gli occhi, di nascondersi, di far finta di non vedere e non sentire per non essere coinvolti: è la tentazione della pigrizia, della paura di buttarsi, la tentazione che vuole impedirci di rispondere a ciò a cui Dio, la Chiesa, il mondo ci chiama a compiere.
Allora l’esortazione a pregare per non entrare in tentazione significa: pregate per non entrare in quell’atmosfera di compromesso e comodità, di viltà, fuga e disinteresse, nella quale si matura la scelta di non scegliere, la decisione di non decidere, la fuga dalle responsabilità.
Questa situazione è esemplificata nel brano evangelico da ciò che fanno gli apostoli: dormono per la tristezza, dormono per non vedere.
Ci sono altri episodi biblici che sottolineano la fuga dalla realtà. Il sacerdote e il levita che, passando presso l’uomo ferito sulla strada da Gerusalemme a Gerico, chiudono gli occhi e vanno oltre sfuggono alla domanda di responsabilità.
Il grande profeta Elia – coraggioso, temerario e impavido – è stato travolto anche lui da questa tentazione del disimpegno. Nel primo Libro dei Re, infatti, si racconta che «impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi» (19,3). Eppure Elia aveva saputo affrontare da solo, sulla montagna del Carmelo, i 450 profeti di Baal: sembrava che non avesse paura di nessuno, ma ad un tratto è afferrato da questa tentazione e fugge dalla realtà.
È la tentazione del profeta Giona che fugge, perché non vuole affrontare il suo compito di profeta. È la tentazione che prende ciascuno di noi quando chiudiamo occhi e orecchie per non vedere e non sentire i bisogni di chi ci sta intorno. Disimpegnarci, defilarci lontano da ciò che invece ci chiamerebbe a buttarci con coraggio.
L’esortazione di Gesù a pregare per non entrare in tentazione ci fa allora capire che la preghiera non è fuga, non è declinare le responsabilità, non è rifugiarsi nel privato: la preghiera è guardare in faccia la tentazione, la paura, la responsabilità. La preghiera è fare come il samaritano che, di fronte all’uomo ferito, si ferma e si piega su di lui. La preghiera è audacia che affronta la decisione importante.
Questo è il rapporto che il testo ci presenta tra preghiera e tentazione.
«Gesù, inginocchiatosi, pregava». L’inginocchiarsi di Gesù non è usuale: nel tempio ordinariamente si pregava in piedi. Pregare in ginocchio significa un momento particolare di intensità e ritorna qualche altra volta nella Bibbia. Raccontando la morte di Stefano, l’autore degli Atti degli apostoli scrive: «Piegò le ginocchia e gridò forte: “Signore, non imputare loro questo peccato”» (At 7,60). Nell’istante drammatico e decisivo della sua morte, Stefano si inginocchia per pregare.
La descrizione di Gesù inginocchiato ci dice però un’altra cosa importante: c’è una relazione tra il corpo e la preghiera, tra il gesto e la preghiera che va vissuta e ritrovata.
Alcune forme sobrie del rapporto tra corpo e preghiera sono quelle che esprimiamo nella liturgia alzandoci in piedi, inginocchiandoci, sedendoci e alzando le braccia per la preghiera del Padre nostro.
Ma è importante che ciascuno di noi, nella propria preghiera privata, ritrovi ed esprima in maniera più personale il rapporto tra preghiera e gesto, preghiera e corpo.
Gesù vive questo rapporto: «Inginocchiatosi pregava» e dice: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,41-42).
La sua preghiera contempla due cose fondamentali: l’esclamazione «Padre», che è l’atteggiamento di totale fiducia in colui che lo ama come Figlio e l’espressione di desideri profondi e violenti: «Allontana da me questo calice, se vuoi», «non la mia ma la tua volontà». Gesù lascia emergere in sé due desideri oggettivamente contrastanti, due realtà conflittuali di cui non ha paura, perché nella sua preghiera si unificano nella domanda: «Si compia la tua volontà».
Pregare nel momento della prova vuol dire lasciar emergere l’angoscia, la paura, il timore di ciò che ci sta di fronte e che è opposto al desiderio che abbiamo di essere disponibili, di deciderci, di affrontare la realtà. Nella preghiera, questa divisione che è in noi si unifica e ci dispone alla lotta e alla decisione coraggiosa. Ciò che è in noi tumultuosamente conflittuale – e perciò ci impedisce di agire, di muoverci, ci paralizza nella paura, ci porta a dilazionare nel tempo le decisioni, ad accampare scuse senza limiti – tutto questo conflitto interiore, se messo a fuoco nella preghiera, ci unifica e ci permette di riprendere in mano la nostra capacità di deciderci e di dire: «Sia fatta la tua volontà», «si compia in me ciò a cui sono chiamato».
Il testo ci dice inoltre che la preghiera di abbandono e di unificazione di Gesù è espressa in uno stato di angoscia e agonia. Viene alla mente la parola di Pascal: «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo». Possiamo quindi unirci all’agonia, all’angoscia e allo sconforto di tutti gli uomini che nel mondo, vicino o lontano da noi, soffrono e sono sottoposti alla prova. Gesù, nella sua prova, vince la prova per noi fino alla fine del mondo; nella sua angoscia è vinta la nostra. La paura di deciderci, di buttarci, di perdere la vita per i fratelli è vinta dalla sua preghiera nell’agonia.
Gesù ha voluto manifestare la sua angoscia per esserci vicino fino in fondo. Non ha temuto che apparisse la sua debolezza e fragilità per insegnarci a non aver paura della nostra; a non aver paura neanche che essa si manifesti e sia conosciuta, perché in questa nostra fragilità opera la potenza di Dio.
Pensando a Gesù che prega in ginocchio, pieno di abbandono al Padre, che lascia emergere i desideri più profondi, che entra nell’angoscia e la vince, chiediamoci come noi preghiamo di fronte alle scelte decisive della vita. Sono tre le domande che possiamo farci rileggendo il testo: la mia preghiera è fuga o è contemplare coraggiosamente ciò che Dio mi chiede?
Quando prego, unifico i miei desideri e i conflitti interiori nella domanda della volontà di Dio che mi rende forte di fronte alla prova? Sento la forza di Cristo che prega in me, la sua vittoria sull’angoscia e la paura, sento che è la mia forza e la mia vittoria?
Per rispondere alle domande, chiediamo al Signore di insegnarci a pregare così: «Fa’ che nella nostra preghiera vinciamo ogni paura che ci impedisce di deciderci per te, per i fratelli, per ciò che ci costa, per ciò che ci spaventa; fa’ che la nostra preghiera sia una vittoria della nostra fede: in essa trionfi la tua potenza che ha vinto la paura della morte».
card. Carlo Maria Martini