E quale sarà mai la realtà migliore da vivere?
Quella della tecnologia, piena di elettrodomestici e macchine che lavorano per noi o quella del vecchio borgo in cui trovare il netturbino chiacchierone e scansafatiche, il fruttivendolo ambulante con la gomma sgonfia e la bilancia squilibrata, i cani che corrono all’impazzata per una salsiccia, i bimbi che mangiano frittelle calde ricoperta di marmellata e zucchero su una collina?
Quella del tempo che sembra andare lento e in realtà sparisce o quello in cui il tempo fugge e in realtà segue il ritmo del cuore?
Il piccolo Gérard non lo sa. E vaga, scappa, fugge. S’annoia. L’unico che sembra capirlo, il supereroe a bordo della bici, è lo zio Hulot.
Cosa ci sarà mai di tanto speciale in quella mamma pronta soltanto a trovare tecnologie speciali - senza calpestare il giardino zen - per far bella figura con amici e conoscenti?
Le mamme vere hanno il cucinino che sembra un cubicolo inaccessibile in cui ci si muove appena e c’è spazio solo per il fornello, il frigorifero e il lavandino.
Le mamme vere hanno la fissazione del pavimento in marmo, quello che s’usava negli anni ’90, massimo del lusso nelle case di operai e impiegati: bisognava passarci la cera, la lucidatrice e guai a strisciarci sopra. Nulla doveva rompere l’incanto.
E in un papà preso solo dalla carriera? Dall’azienda, dai suoi tubi da rivendere qui e lì nel mondo per comprare un’auto nuova variopinta e sgargiante per l’anniversario?
I papà veri sono quelli che raccontano le storie. “Quando la sera si fosse disteso nel letto insieme al figlio o a una figlia per inventare trame buffe e tenere lontana la notte. I suoi bambini non avrebbero mai voluto che smettesse, rifiutando l’ultimo baco per una storia in più. Gli avrebbero chiesto: e adesso come continua, cosa succede, dove vanno. Lo avrebbero fissato nel buio, con gli occhi già pieni di sonno e la ferma volontà di resistervi – appena una bava di luce tra le imposte socchiuse, il riflesso del lampione sulla strada e il suono piccolissimo dell’acqua che scende dalla fontanella – e sorridendo tra gli sbadigli lo avrebbero implorato di non andare via. E lui sarebbe stato un padre innamorato e arreso, e stringendosi a loro avrebbe continuato l’invenzione e l’incanto, perché le storie non finiscono mai” (cfr. “Esercizi preparatori alla melodia del mondo, M. Crosetti).
Il signor Arpel forse l’ha capito. E il piccolo Gérard, finalmente, gli tiene la mano. È tutta lì la magia di Jacques Tati.
Ed è tutta lì la magia d’esser genitore: comprendere ed essere complice. Sbagliando e commettendo errori, ma con la voglia grande d’ascoltare il cuore, solo il cuore.