10 cose che penso di aver capito dell’INNOVAZIONE… Ma di cui ogni tanto mi dimentico
Scrivo questa lista in primis per me stesso: una serie di principi che ho imparato (a mie spese) in circa 15 anni di progetti e attività sul campo. Un vademecum per districarsi nell’uso di una delle parole più abusate degli ultimi anni.
Non sono certo perle di rara saggezza, ma dato che poi talvolta io per primo me ne dimentico, meglio averle nero su bianco.
innovazióne s. f. [dal lat. tardo innovatio -onis]. — 1. a. L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. [TRECCANI]
Ti sei chiesto almeno una volta in cosa il progetto (che credi sia innovativo, o che definisci come tale) è realmente “nuovo”? Detto diversamente, che cosa stai innovando? Ben inteso, almeno una volta è d’obbligo, ma ripetere il processo periodicamente aiuta a tener dritto il timone.
Se vuoi fare innovazione non devi aver paura di sbagliare. Sì perché se non sbagli è probabile che non ti sei spinto abbastanza in là, e poi sbagliare è insito nel “fare” che è il presupposto per innovare. Solo che sbagliare non fa sempre piacere, diciamolo.
Nel fare innovazione, non puoi conoscere a priori tutte le fonti di rischio. È la cosa che più mi turba quando, in un bando o in una call per finanziare progetti di presunta innovazione, ti chiedono di elencare le principiali fonti di rischio, potenziali barriere e strumenti di mitigazione: eh grazie, a conoscerli tutti, magari si sbaglierebbe meno (vedi sopra). Ed invece poi a fregarti è sempre qualcosa che avevi sottostimato.
Un progetto o un’iniziativa non è innovativo/a solo perché nella descrizione si usano termini “trendy”. Blockchain, AI, crypto, impact, data-driven e tutti i vari hype del momento non sono affatto garanzia di innovazione! Se pensi di incorrere in questo rischio, torna al punto (1) e prova a spiegarlo a qualcuno che non è del settore.
Per fare un progetto innovativo devono esserne tutti convinti. O per lo meno chi paga, chi progetta, chi esegue e chi si aspetta dei risultati (che spesso, ma non sempre, coincide con chi paga).
Oggi l’innovazione non può essere che aperta. È una conseguenza della società iper-connessa, accelerata e fast-consuming in cui viviamo, ma spesso è più facile professarla (l’Open Innovation) che metterla in pratica. Il retaggio di secoli di ricerca chiusa, elitaria, paziente (lenta) e concentrata in mano a pochi, pesa come un macigno.
L’innovazione è una velocista, non una maratoneta. Detto diversamente, un progetto non può essere innovativo per sempre.
Per innovare bisogna costruire su basi solide. È insito nella stessa etimologia. Innovare non è costruire ex-novo bensì rimestare, ri-assemblare asset, concetti, conoscenze solide e saperi acquisiti. Siamo pur sempre “Nani sulle spalle dei giganti”.
Un progetto innovativo non è necessariamente un bel progetto (e viceversa). Cosa super importante da tenere a mente onde evitare la sensazione di disillusione e mitigare, almeno parzialmente, la frustrazione che di tanto in tanto assale i pionieri dell’innovazione.
Innovazione non vuol dire “missione impossibile”, saper guardare oltre non vuol dire schiantarsi a 200 chilometri all’ora contro un muro e confidare di uscirne illeso.
Epilogo: dieci è un buon numero quando si scrive una lista (altri prima di me hanno fatto scuola 🤗) ma c’è sempre da imparare e quindi non escludo ci siano in futuro delle aggiunte. Per esempio il passaggio da un progetto “innovativo” ad un progetto “produttivo” ha per me ancora molti lati oscuri che spero di aver tempo e modo di carpire.
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