QUEST'OGGI C'È TRISTEZZA
nel nostro gruppo whatsapp di cinque vecchi amici versiliesi.
Vi voglio riportare quello che ha scritto uno di loro, spezzando il cuore di tutti noi in un modo che non posso definire 'di dolore'... la sensazione è quella di ritrovare una vecchia bottiglia polverosa e sentire che quel vino, pur invecchiato e diverso, riesce a raccontarti di quello che non esiste più se non in quella tua parte di cuore finalmente in pace con se stesso.
Oggi è morto Guccini. E ho pensato a voi. L'altro giorno, ascoltando la radio, hanno fatto una domanda apparentemente semplice: quali erano i tuoi sogni da ragazzo? È una di quelle domande a cui quasi tutti rispondono con naturalezza: fare l'astronauta, il medico, lo scrittore, diventare famosi, ricchi, avere successo.
Mi sono accorto, però, che per noi non era così.
Ho provato a ricordare quegli anni e mi sono reso conto che, forse, noi non avevamo sogni nel senso comune del termine. O forse li avevamo, ma ci sembravano così lontani o così irrilevanti rispetto a ciò che sentivamo dentro da non occupare mai davvero i nostri pensieri.
Quello che ci univa era altro.
Eravamo ragazzi molto diversi tra loro. Ognuno portava sulle spalle una storia diversa: C'era chi arrivava da un'infanzia difficile, chi conviveva con ferite psicologiche che allora non sapeva nemmeno nominare, chi era cresciuto con una sensibilità quasi eccessiva, con domande troppo grandi sul senso della vita per l'età che aveva. C'era chi, come me, era stato lasciato sostanzialmente solo a costruirsi da sé, e chi era cresciuto all'ombra di figure autoritarie che avevano finito per soffocare ciò che avrebbe voluto essere.
Le nostre storie erano diverse, ma avevano un punto d'incontro: come mi è già capitato di dire, ci sentivamo tutti, in un modo o nell'altro, fuori posto.
Forse è per questo che ci siamo trovati.
Mentre i nostri coetanei parlavano di cose normali per quell'età, noi (quando non eravamo impegnati a cercare di farci male, da soli o a vicenda) passavamo intere serate e intere notti a discutere di filosofia, di società, di giustizia, di politica, del senso dell'esistenza. Inventavamo mondi, giocavamo di ruolo, costruivamo universi immaginari che erano molto più di un semplice gioco. Erano il luogo dove potevamo mettere alla prova idee, valori e possibilità che nella realtà sembravano non avere spazio.
Non era soltanto evasione. Era un tentativo di capire il mondo.
Ci affascinavano e ci affascinano perfino gli scenari apocalittici. Non per il gusto della distruzione (o forse giusto un po' anche per quello), ma perché rappresentavano un azzeramento. Un reset. L'idea che, se tutto fosse crollato, finalmente avremmo potuto costruire qualcosa di autentico, una società più giusta, meno ipocrita, meno crudele. Persino un'apocalisse zombie, nei nostri discorsi, finiva per diventare un esperimento filosofico: non ci interessavano gli zombie, ci interessava il mondo che sarebbe potuto nascere dopo.
Forse, ripensandoci oggi, quello era il nostro vero sogno: non diventare qualcuno, ma vivere in un mondo che valesse la pena abitare.
Con il tempo ognuno di noi ha preso una strada diversa. Siamo finiti in parti diverse del mondo, con vite, lavori e responsabilità che probabilmente allora non avremmo nemmeno immaginato. La vita ci ha cambiati, inevitabilmente. Alcuni rapporti si sono allontanati, almeno geograficamente.
Eppure mi domando se quella parte dentro di noi sia davvero scomparsa.
Mi chiedo se esista ancora quel ragazzo che cercava disperatamente qualcosa di vero. Quello che non riusciva ad accontentarsi delle spiegazioni semplici, che vedeva l'ingiustizia quasi come un'offesa personale e che continuava a credere che le cose potessero essere diverse.
Forse siamo stati ingenui, forse eravamo soltanto adolescenti troppo intensi, oppure, forse, avevamo visto qualcosa che ancora oggi continuiamo a riconoscere: che il mondo è spesso costruito su convenzioni, compromessi e finzioni, e che una parte di noi ha continuato, in silenzio, a cercare qualcosa di più autentico.
Credo che, in fondo, tutti noi abbiamo continuato a provarci. Ognuno con i propri mezzi, nel proprio lavoro, nella propria famiglia, nelle proprie scelte. Cercando piccoli spazi in cui costruire quel mondo che allora immaginavamo. Ma con la sensazione che esista ancora un potenziale enorme, compresso da una realtà che troppo spesso percepiamo come falsa, superficiale o ingiusta.
Non so se questo messaggio abbia uno scopo preciso.
Forse volevo solo dirvi che quella domanda alla radio mi ha fatto tornare in mente noi e la morte di Guccini ha reso indispensabile per me farvi sapere che, nonostante tutta l'acqua che è passata sotto i ponti, sono ancora grato di aver incontrato persone con cui, da ragazzi, era possibile parlare per ore non di quello che volevamo avere, ma di quello che speravamo che il mondo potesse diventare.
E mi chiedo, semplicemente…
Quella fame di verità è ancora lì, da qualche parte, anche in voi? State anche voi ancora combattendo senza riserve contro i mulini a vento?












