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@ppiumaleggera
Il timore del giudizio si basa su un'illusione egocentrica.
Noi siamo convinti di essere costantemente al centro dell'attenzione altrui, che la gente non faccia altro che analizzare i nostri errori, spettegolare sulle nostre scelte e ridere dei nostri fallimenti.
Ma la realtà è molto più cruda e, al tempo stesso, infinitamente liberatoria: agli altri non importa quasi nulla di noi.
Ognuno è troppo occupato a combattere i propri mostri personali, gestire le proprie insicurezze e temere, a sua volta, il giudizio degli altri per dedicare più di qualche secondo di attenzione alle nostre vite.
Quello che noi percepiamo come un implacabile tribunale universale pronto a condannarci non è altro che una proiezione della nostra severità interiore.
Siamo noi i giudici più spietati di noi stessi e attribuiamo questo nostro rigore violento ai volti di chi ci circonda.
Ma quanto furono dense quelle poche ore che ci videro insieme...e quegli attimi prima di separarci...eterni... Solo io ho avuto la sensazione che stessimo scrivendo la prima pagina di un libro, ancora tutto da scrivere?
l'arte di lasciar andare, tremendamente dolorosa da imparare
Mi accendi universi e maree dolcissime che non so frenare.
Il perdono non è una condizione necessaria per la guarigione.
La guarigione avviene quando smetti di aspettarti che quelle persone, genitori compresi e in primis, siano diversi da come sono e inizi a costruire la tua vita prescindendo da loro.
PRESCINDENDO.
Noemi Zenzale
Esiste un tipo di dolore, sottile e strisciante, che potremmo definire "la ruggine dell'anima".
È la sofferenza che deriva dall'insignificanza, dalla noia esistenziale,
dal sospetto terribile che tutte le nostre fatiche non siano altro che un agitare l'acqua nel mortaio.
Davanti a questa sofferenza silenziosa, la società contemporanea ci impone la dittatura della felicità a tutti i costi. Ci viene chiesto di essere costantemente performanti, positivi, resilienti, di nascondere le nostre crepe sotto strati di finto ottimismo tecnologico.
Ma la crepa non è un difetto di fabbricazione: è il punto da cui entra la luce.
Come scrissero i maestri del pensiero tragico greco, l'uomo deve imparare a soffrire per poter capire.
Negare il dolore, anestetizzarlo con i consumi o con l'intrattenimento continuo, significa privarsi della possibilità di comprendere chi siamo veramente.
Oggi avevo bisogno di toccare il dolore.
Es Vedra, Spain
Così abituata a prendere fеrite Che se arriva una felicità ti chiedi se è per te
Pensavo di stare meglio, sono stati due mesi tranquilli, ho gestito alcune cose nel migliore dei modi, cosa che qualche mese fa non avrei fatto.
Poi oggi, il giorno prima di andare al mare, mia mamma è uscita con frasi sempre poco piacevoli dandomi quasi la colpa se la convivenza con L. fosse andata male per colpa mia. Non sono io che mi sono cercata una persona manipolatrice, potevo evitarlo all'inizio?forse sì. Non sono io che ho scelto di scoprire che L. avesse 300 euro sul conto e 60mila euro di debito con la finanziaria. Non sono io. Ma per l'ennesima volta, ho dovuto sentirmi io in difetto.
Non c'è qualcosa che va dritto e liscio. Non c'è una conoscenza che non abbia problemi. Non c'è mai una cosa che va al meglio. Non c'è una persona che conosco che non ha almeno un qualcosa di strano da dover risolvere.
E io mi sento sempre in gabbia. E sono questi i giorni che io non vorrei esistere più. Anche se sono stata bene per due mesi, io vorrei non esistere più. Passo dall'essere felice ad andare in down in poco, come se tutti i pensieri si concentrassero effetto bomba.
Scusate.
Oggi mi sono sentita come se qualcuno dall'alto mi svuotasse un sacco pieno di colpe e io lì ad aspettarlo con gli occhi verso il cielo.