Fa ridere che nell’unico giorno in cui ho sonno già da ora io debba aspettare obbligatoriamente un orario indecente per dormire
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Fa ridere che nell’unico giorno in cui ho sonno già da ora io debba aspettare obbligatoriamente un orario indecente per dormire
Questa settimana parto con mio fratello minore per un viaggio di qualche giorno e l’idea mi rende molto felice. Ormai viviamo a distanza da anni, prima per trasferimenti miei e poi suoi. L’altro giorno - in uno dei pochi momenti di incrocio fortuito a casa dei miei - stava parlando del periodo in cui si è iscritto in palestra ed io sono rimasta sconvolta dal fatto che non ne sapessi nulla. Lo so che è una cosa piccolissima, ma quando di una persona sei abituata a pensare di conoscere ogni dettaglio è sempre assurdo scoprire che ne esistono versioni che ignori totalmente. “Eri a Bologna mi sa, o forse all’estero” ha ipotizzato lui di fronte alla mia espressione interrogativa. Insomma, non ci penso mai, ma negli anni abbiamo perso molti momenti fondamentali (e non) delle nostre vite e sono sollevata che questo non abbia inciso sul nostro rapporto. Adesso non vedo l’ora di essere lì a ridere per ogni stronzata, “litigare” per scegliere il posto migliore in cui fare colazione e sentirmi a casa anche a chilometri di distanza
“Quel singolare tempo in cui vivo, la pausa, lo iato”
S. mi accoglie a casa sua con il solito sorriso. Sua madre, contenta di vedermi, dice “è sempre bello averti qui”. Entro nella loro quotidianità in punta di piedi: parliamo a lungo, confrontandoci su collassi familiari, violenza domestica, improbabili serie romcom e matrimoni in vista a cui speriamo di non essere invitate. Il divano ci fa da culla mentre i nostri corpi si distendono pigri uno accanto all’altro, disegnando geografie sconosciute. Sentirsi a casa ovunque (e da nessuna parte) a volte fa paura, altre - come in questo caso - assomiglia un po’ alla salvezza
Google Calendar mi ricorda che domani rivedrò la psicologa dopo mesi per un follow up. Cosa le dirò? Non ho idea, so solo che appena uscirò di lì mi verrà in mente tutto ciò a cui adesso non riesco a pensare
Pauline à la plage, 1983
Quando mi chiedo che senso abbia vivere poi mi maledico perché a domande del genere si rischia di caderci dentro e restarci secchi
Quando una persona con cui ho avuto pochissimi contatti mi riserva un gesto di cura, mi commuovo sempre. Adesso, ad esempio, mi ha scritto dal nulla una collega a cui l’anno scorso per qualche giorno ho fatto da tutor. Ci ho scambiato poche frasi e qualche sorriso d’intesa, niente di più. Ricordo anzi che la sua presenza mi metteva un po’ a disagio perché io, più piccola di lei e con meno esperienza, sentivo di non poter insegnarle proprio niente. Ricordo che le palesai questo disagio e lei, di tutta risposta, alla fine di una lezione mi disse “che bello questo metodo partecipato di correzione che usi, penso che te lo ruberò. Vedi, c’è sempre da imparare!”. Mi fece un sacco piacere e da quel momento - essendo noi in due plessi diversi - quelle rare volte in cui capita di vedersi ci salutiamo con un sorriso. Ma, ripeto, niente di più. E nulla, ora mi ha scritto per farmi le congratulazioni per un traguardo raggiunto di cui ha saputo da terzi ed io, che non me lo sarei mai aspettata, così: 🥹
Solo io - grazie alla fantastica collaborazione di Google Maps - potevo finire in una stradina nel pieno centro storico di un paese abbandonato da Dio con una festa di non so che tipo in corso per cui ogni persona presente urla cose incomprensibili ed io non so come uscire quindi seppellitemi nella mia auto è stato bello conoscervi addio
Poche cose mi rendono felice come l’acquisto di nuovi libri
Pare che ovunque si stia riprendendo un attimo di respiro tranne qui, dove il sole rimane sempre nella stessa indisturbata posizione. Nel frattempo devo prendere una decisione importante in poche ore ed io sono un’esperta nel fare scelte sbagliate quando sono sotto pressione, quindi ottimo
“La morte: avevo esaminato la cosa da vicino. La morte era il soffitto. Quando si conosce il soffitto meglio di sé stessi, questo si chiama morte. Il soffitto è ciò che impedisce agli occhi di salire e al pensiero di elevarsi. Chi dice soffitto dice tomba: il soffitto è il coperchio del cervello. […] Quando la metropolitana sbuca fuori dalla terra, quando le tende nere si aprono, quando l’asfissia è finita, quando gli unici occhi indispensabili ci guardano di nuovo, è il coperchio della morte che si solleva, è la nostra tomba cranica che diventa un cervello a cielo aperto.”
Amélie Nothomb - Metafisica dei tubi
Stasera ho accompagnato mia nonna ad un evento nel suo paese. Odio la provincia e tutto ciò che comporta, ma era così entusiasta che non me la sono sentita di sottrarle questa gioia così semplice. Adesso l’ho riaccompagnata a casa e le ho lasciato un bacio leggero sulla guancia prima di ripartire. Mi ha guardata con occhi lucidi e mi ha sussurrato “grazie, non mi sentivo così bene da tanto”. Sono morta di tenerezza
Nikolaos Gyzis
Wishbone
1878
Y Tu Mamá También (2001) dir. Alfonso Cuarón cine. Emmanuel Lubezki
Torno ora da un pomeriggio infinito a scuola (i collegi che durano più di quattro ore dovrebbero essere dichiarati illegali) con una temperatura percepita di 38 gradi. Pro della giornata: la collega troppo cute che, abbracciandomi, mi dice “senza di te quest’anno non ce l’avrei fatta”. Contro: la ciclista che, superandomi da destra su una rotonda, mi urla “ma chi cazzo te l’ha insegnato a guidare”. “Per fortuna non chi le ha insegnato ad andare in bici, signora!!!” Questo l’ho pensato e non l’ho urlato in risposta, però avrei dovuto, e sarei stata comunque troppo buona.
Ho avuto l’infelice idea di rileggere i miei diari delle superiori perché mia madre era sul punto di gettarli. L’unica cosa carina che ci ho trovato dentro: io che segnavo una parola greca al giorno con tanto di definizione e (talvolta) emoji esplicativa