Ore 19.30. Ho corso parecchio per arrivare a Carles de Gaulle in tempo per l’imbarco.
Il volo per Milano è in ritardo di un'ora. Ho corso inutilmente, anche questa volta.
Gate 50. Combatto per un posto a sedere. Le poltrone dell’aeroporto sono confortevoli, ma nessuno sembra accorgersene. O forse sono solo stanca.
Sistemo la valigia, tolgo la giacca. L'attesa è piuttosto lunga e non ho più forza per camminare avanti e indietro tra i negozi in aeroporto.
Non ho forza per essere bombardata da immagini pubblicitarie, promozioni di carte mille miglia (che poi dove cazzo dobbiamo andare), odori di fragranze al duty free (che manco mia nonna mentre cucina la parmigiana alle 6 del mattino, fa tanta puzza) , informazioni (che non ricorderemo), rumori (il sottofondo delle nostre notti).
Allora mi siedo, metto le cuffie e una playlist che verrà interrotta dalla pubblicità. Si, perché spotify premium io non ce l’ho.
L’ultima volta che mi sono seduta ad aspettare, a parte l’attesa della visita medica, non me la ricordo.
Ma tu, da quanto tempo non ti fermi?
Le persone accanto a me non staccano lo sguardo, chi dal cellulare, chi dalle carte d’imbarco con l’ansia perenne di aver sbagliato volo, gate, orario. Chi sistema per l’ennesima volta la valigia perché "chissà se me la fanno passare".
Altri lavorano, domenica non è ancora finita, ma domani è pur sempre lunedì e se non sei pronto non hai tempo e se non mangi il tempo, non sarai pronto e poi ti viene il diabete e la pressione a mille e a quel punto con il tempo ti ci pulisci il culo. BOOM!
Per oggi cambio strategia e decido che questa domenica mi deve bastare e che al lunedì, ci si penserà domani.
Mi abbandono alla musica così familiare e così alta da lasciare il resto del mondo fuori.
Il battito cardiaco rallenta.
I muscoli del corpo si rilassano.
Mi abbandono piano alla poltrona stanca.
Scivola la schiena. Alzo la testa e ti trovo li.
Strana finestra sul cielo che, finestra non è.
La falsa immagine blu, retroilluminata, incastonata tra i pannelli del gate 50.
Sei un’immagine semplice. Uno squarcio di cielo, tra nuvole ed alberi per farlo sembrare reale.
Nessuno sembra essersi accorto di te, mentre io ti guardo incantata con un velo di tristezza e malinconia.
È tragicamente curioso come questo cielo nascosto nel soffitto, si illuda di darci conforto. Lì a ricordarci che, questa scatola da cui passano milioni di persone ogni giorno, è solo un mezzo, un punto di passaggio per raggiungere casa.
Fuori il cielo c’è. Gli alberi ci sono.
Ce ne siamo forse dimenticati?
Troppo occupati a spiare gli altri, a metterci in mostra, ad andare oltre, sempre in cerca di qualcosa che dovrebbe essere meglio di quello che abbiamo.
Non ci fermiamo mai.
Oggi mi sono fermata.
Ti ho guardato, cielo finto, per circa un'ora e mi è venuta tanta voglia di guardarne uno vero.
Non di passaggio, ma fermandomi.
Ma stiamo imbarcando, vivo a Milano e domani è già lunedì.















