Quando me lo dici, sei quasi tranquillo.
È questa la cosa che mi ammazza.
Non hai la voce di uno che sta per buttarmi addosso una bomba. Hai la voce di uno che racconta un fatto, una cosa successa, una parentesi estiva da sistemare dentro la conversazione con la stessa cura con cui si racconta un ritardo del treno. Puerto Rico. Una ragazza americana. Carina. Vi siete frequentati. Lei è tornata là. Tu sei tornato a Roma. A settembre forse viene.
Vediamo se il sentimento c’è ancora.
Vediamo.
Lo dici così.
Vediamo.
Come se io, per sette anni, non avessi vissuto dentro un “vediamo” che non arrivava mai da nessuna parte.
Poi dici la frase peggiore.
Quella che non ha sangue, non ha urla, non ha coltelli, ma mi apre lo stesso.
«Se penso a un futuro, anche matrimonio… con lei mi ci vedo.»
Mi si ferma qualcosa.
Non il cuore. Sarebbe troppo bello.
Il cuore continua. Vigliacco. Fa il suo lavoro. Batte, manda sangue, mi tiene viva anche quando io, per un secondo, non sono più da nessuna parte.
Io resto zitta.
Perché è quello che faccio meglio quando mi stai uccidendo.
Tu parli.
Io muoio educata.
Ti chiedo:
«Ah. Siete così tanto innamorati?»
Lo dico quasi ridendo.
Quasi.
Tu rispondi:
«Ci sto bene.»
Ecco.
Muore lì.
Non con un urlo.
Non con una scena.
Non con una porta sbattuta.
Muore con una frase mediocre.
Ci sto bene.
Due parole senza sangue.
Due parole piccole.
Due parole da gente normale, da gente sana, da gente che riesce a volere senza devastarsi, da gente che guarda il futuro e non ci vede dentro una trincea.
E invece a me quelle due parole entrano in gola e non scendono più.
Perché con me non sei mai stato bene.
Con me sei stato vivo, forse.
Eccitato.
Curioso.
Divertito.
Preso.
Disorientato.
Affamato.
Ma bene no.
Bene era troppo pulito.
Bene era troppo semplice.
Bene era una parola per le altre, per quelle che non ti chiedevano di guardarti addosso, per quelle che non portavano con sé treni, assenze, frasi a metà, desideri storti e tutto quel casino che tu chiamavi profondità quando ti faceva comodo e problema quando bisognava scegliere.
Con me c’era sempre qualcosa che graffiava.
La distanza.
Il momento sbagliato.
Elisabetta.
Massi.
Le città.
I treni.
Le altre.
Le mie scenate non fatte.
Le tue fughe fatte benissimo.
Le parole dette a metà.
Quelle non dette proprio.
Con me era sempre un cazzo di “se”.
Se non ci fosse la distanza.
Se vivessimo vicini.
Se fosse un altro momento.
Se fossimo diversi.
Se non fosse tutto così complicato.
Con lei no.
Con lei: ci sto bene.
E questa è la sentenza.
Non mi hai amata.
Non nel modo in cui io ho amato te.
Non nel modo in cui io mi sono raccontata per anni per non sentirmi una povera stronza con il cuore in mano e nessun posto dove metterlo.
Non mi hai amata.
Mi hai tenuta.
Ogni tanto.
Mi hai cercata quando ti servivo.
Mi hai desiderata quando era comodo.
Mi hai capita, questo sì.
Mi hai capita abbastanza da fare più male.
Mi hai vista.
Mi hai vista benissimo.
E non mi hai scelta lo stesso.
Questa è la cosa che mi ammazza.
Non che non mi vedessi.
Che mi vedevi.
Che sapevi.
Che capivi.
Che forse, in certi momenti, eri anche abbastanza lucido da sapere esattamente cosa mi stavi lasciando addosso.
E non bastava.
Io per anni ho pensato che la tragedia fosse la distanza.
Vicenza-Roma.
Quattro ore di treno.
La logistica, i soldi, le vite storte, gli orari, gli esami, il lavoro, tutte quelle cazzate da adulti che usavamo per nobilitare la paura e farla sembrare una cosa seria, una cosa inevitabile, una legge del mondo.
Poi arriva lei.
Un oceano.
E l’oceano diventa un problema pratico.
Una cosa da vedere.
Da valutare.
Da organizzare.
Roma-America si può pensare.
Vicenza-Roma no.
Fine.
Non serve un processo.
Non servono psicologi, amiche, podcast, tarocchi, canzoni di merda alle tre di notte.
Sta tutto lì.
Quattro ore di treno con me erano una tragedia greca.
Un oceano con lei è un’ipotesi.
E allora vaffanculo.
Vaffanculo davvero.
Non alla ragazza americana. Lei non c’entra un cazzo. Lei è solo entrata nella stanza e ha acceso la luce.
Il mostro c’era già.
Io dormivo lì accanto da anni, con la faccia appoggiata alla bestia, convinta che fosse destino.
Vaffanculo alla distanza.
Vaffanculo al “se non ci fosse”.
Vaffanculo a me che ci ho creduto.
Sembra ridicolo, adesso.
Pensare a tutto quello che hai fatto e riuscire comunque a crederci ancora.
Dargli un senso mistico.
Una grande spiegazione da servire al destino su un piatto pulito, come se il destino fosse stato un giudice severo, una forza contraria, una divinità stronza che ci aveva messi vicini solo per divertirsi a tenerci lontani.
No.
Il destino qui c’entra poco.
Anzi, a guardarla bene, quella povera bestia il suo lavoro l’aveva pure fatto.
Ci ha messi sulla stessa rotta.
Ci ha fatti incontrare.
Ci ha dato città, treni, letti, notti, telefonate, baci nei posti sbagliati, frasi dette male, ritorni, occasioni.
Ci ha messi uno davanti all’altra più volte di quante meritassimo.
Poi basta.
Da lì in poi eri tu.
Eri tu che non volevi.
Non il mondo.
Non la distanza.
Non le circostanze.
Tu.
Tu che dicevi “se” quando avresti potuto dire “vediamo”.
Tu che con me trovavi muri e con un’altra trovi ponti.
Tu che con me avevi sempre una ragione elegante per non iniziare e con lei, guarda caso, trovi una forma di coraggio improvvisa, pulita, quasi commovente.
Ed è idiota continuare a raccontarsela.
Idiota.
Da povera stronza.
Sì, perché la stronza sono io.
Sono sceneggiatrice, regista e attrice della mia disgrazia.
Ho scritto la trama, scelto le luci, montato le scene migliori, tagliato quelle che non mi facevano comodo.
Ho preso ogni tuo gesto e gli ho dato il significato che mi serviva per non morire.
Quella volta mi ha cercata.
Quella volta è venuto.
Quella volta mi ha guardata così.
Quella volta ha detto che se non ci fosse stata la distanza.
Quella volta ha preso quattro treni.
Quella volta.
Quella volta.
Quella volta.
Ave Maria, piena di grazia, lui forse mi ama.
Che bestemmia.
Adesso non prego più.
Adesso guardo.
Guardo quella fila di episodi messi in ginocchio come santi storti.
Una chiamata.
Un bacio.
Un viaggio.
Una frase.
Una mano sulla schiena.
Un treno preso male.
Una notte finita troppo tardi.
E mi viene da ridere, perché sembravano prove.
Sembravano.
Invece erano solo avanzi.
E io, con gli avanzi, ho apparecchiato un altare.
Ho fatto una religione con degli scarti.
È questa la cosa peggiore.
Ho fatto tutto da sola.
Non posso nemmeno incolparti come vorrei.
Non posso odiarti con dignità.
Non posso dire: mi hai promesso, mi hai illusa, mi hai mentito.
Perché tu, in fondo, non avevi promesso un cazzo.
E quando potevi essere chiaro, lo sei stato.
«Mi sono chiesto se ti amavo, poi mi sono risposto di no.»
Era lì.
Chiara.
Pulita.
Intransigente.
La frase che avrebbe dovuto salvarmi.
Io invece l’ho presa e l’ho truccata.
Ho detto: ha paura.
Ho detto: non sa dirlo.
Ho detto: non può ammetterlo.
Ho detto: se lo è chiesto, quindi qualcosa c’era.
Che fatica assurda per non ascoltare un no.
Che lavoro sporco, misero, vigliacco.
Ho tradotto.
Ho tradotto “no” in “ha paura”.
Ho tradotto “non ti amo” in “non sa dirtelo”.
Ho tradotto “non ti scelgo” in “non può”.
Ho tradotto “migliore amica” in “amore che non sa parlare”.
Sono stata una traduttrice disperata della tua mancanza d’amore.
Una falsaria.
Una truccatrice di cadaveri.
Prendevo cose morte e le facevo sembrare ancora vive.
Che umiliazione.
Che vergogna.
Che morte stupida.
Perché non è nemmeno una morte romantica, la mia.
Non è una donna tradita sull’altare.
Non è una sposa abbandonata sotto la pioggia.
Non è una scena grande, di quelle che almeno ti danno il diritto di urlare.
È una cretina che ha letto amore dove c’era affetto.
Una cretina che ha letto destino dove c’era comodità.
Una cretina che ha preso un uomo fermo sulla soglia e gli ha costruito una casa attorno.
Sette anni.
Sette anni non sono una parentesi.
Sette anni sono una pelle.
Io ci ho vissuto dentro.
Ci ho messo amori veri, amori finti, uomini che non c’entravano niente e che si sono trovati il tuo fantasma seduto a tavola.
Ci ho messo scelte, ritorni, bugie, partenze, canzoni, vestiti, fotografie, compleanni, città.
Ci ho messo una versione intera di me.
Una Viola fatta a tua misura anche quando giurava di no.
Io ero quella ferma nello stesso punto.
Quell’idiota della canzone.
Quella che resta lì anche quando tutti le dicono che no, non arriverai.
Quella che continua a guardare la strada, a difendere il posto, a credere che se resta abbastanza a lungo allora l’altro dovrà tornare per forza.
Ma tu non eri bloccato.
Tu ti muovevi benissimo.
Ti muovevi verso altre donne.
Verso altre città.
Verso altre possibilità.
Verso l’America, perfino.
Io ero quella ferma.
Ferma dentro una frase vecchia di anni.
Ferma dentro una versione di te che avevo scritto io.
Ferma dentro una storia che, detta adesso, fa quasi ridere.
Perché la verità è questa:
tu non eri l’uomo che non poteva amarmi.
Eri l’uomo che non mi amava.
Io ho solo preferito la prima versione perché era più poetica.
La seconda era troppo brutta.
Troppo semplice.
Troppo umiliante.
Un uomo non mi amava.
Io sì.
Fine.
E su questa cosa minuscola, volgare, quasi banale, io ci ho costruito sette anni di coraggio messo male.
Sette anni di sopportazione travestita da profondità.
Sette anni di desiderio chiamato destino.
Sette anni di attesa chiamata amore.
Sette anni a stare nello stesso posto, anche quando il posto era vuoto.
Con lei, adesso, puoi dire futuro.
Con lei puoi dire settembre.
Con lei puoi dire America.
Con lei puoi dire matrimonio.
Con me dicevi distanza.
Io non so se ti rendi conto della crudeltà.
Forse no.
Forse non ci arrivi.
Forse per te sono solo situazioni diverse, persone diverse, momenti diversi.
Forse ti dirai che non è paragonabile, che la vita cambia, che adesso sei cresciuto, che con lei è un’altra cosa.
Certo che è un’altra cosa.
È una cosa in cui ti viene voglia di provarci.
Io ero quella in cui ti veniva voglia di sospirare e dire peccato.
Peccato.
Io sono stata il tuo peccato.
Non il peccato carnale, no.
Magari.
Quello almeno ha dignità.
Sono stata il peccato nel senso più miserabile: il quasi, il però, il se, il non adesso, il non così, il non basta.
E io ci ho fatto un’identità.
Io sono diventata quella che tu non sceglievi ma non perdevi.
Che bel ruolo di merda.
E sai qual è la cosa peggiore?
Che adesso non posso neanche consolarmi dicendo che è stata tutta colpa tua.
Perché io lo sapevo.
Lo sapevo ogni volta che ti vedevo scegliere un’altra e poi tornare da me per respirare.
Lo sapevo ogni volta che mi tenevi stretta e poi mi rimettevi a posto, come un oggetto fragile che non sai dove mettere.
Lo sapevo ogni volta che dicevo “non chiedo niente” e intanto aspettavo tutto.
Lo sapevo ogni volta che facevo quella magnifica vigliaccata di chiamare libertà il fatto che tu non mi dovessi nulla.
Io aspettavo.
Io ho aspettato uno che non mi aveva promesso niente.
Ho aspettato di avere ragione.
Che un giorno la vita dicesse: sì, Viola, non eri pazza.
Era amore anche per lui.
Solo che non si poteva.
Solo che era lontano.
Solo che era presto.
Solo che era tardi.
Solo che eravamo due idioti messi male nello stesso punto sbagliato del mondo.
E invece arriva Puerto Rico.
Arriva una ragazza americana.
Arriva il tuo «ci sto bene».
Arriva il futuro in bocca a te come una cosa normale.
E io perdo il processo.
Tutti gli atti vengono riaperti.
Tutte le prove rilette.
Ogni bacio viene riclassificato.
Ogni chiamata perde valore.
Ogni gesto cambia nome.
Verdetto: la ricorrente ha costruito significati non condivisi.
La ricorrente ero io.
Colpevole.
Di avere amato.
Di avere interpretato.
Di avere aspettato.
Di avere chiamato destino una mancanza.
Di avere fatto di un uomo non innamorato il centro della propria identità.
La pena: vivere.
Non morire.
Vivere sapendo.
Vivere con il ricordo di me stessa mentre mi umilio e la chiamo profondità.
Vivere con la memoria di tutte le volte in cui mi sono fatta bastare meno e poi ho scritto sopra “tanto io non voglio niente”.
Vivere con il fatto che, se oggi mi fa così male, è perché una parte di me ci credeva ancora.
E quella parte non la rispetto.
Non oggi.
Oggi la odio.
Oggi odio la ragazza che sono stata.
Quella che rideva ai tuoi messaggi.
Quella che correva da te.
Quella che faceva la forte.
Quella che si lasciava chiamare migliore amica e intanto sanguinava da tutte le parti.
Quella che sentiva «ci vediamo presto» e lo prendeva come una promessa.
La odio perché mi ha portata qui.
In questa chiamata.
A sentire un uomo parlare di un’altra con la leggerezza con cui io avrei voluto essere pensata almeno una volta.
Questa è la mia condanna.
Non posso nemmeno accusarti di avermi mentito abbastanza bene.
Tu la verità, ogni tanto, me l’hai data.
Io l’ho presa e l’ho truccata.
Tu dicevi no.
Io sentivo non ancora.
Tu dicevi distanza.
Io sentivo destino.
Tu dicevi bene.
Io sentivo amore.
E invece no.
La frase era quella.
Non mi hai amata.
Fa ridere, quasi.
Tutta questa letteratura, tutti questi anni, tutte queste città, tutta questa carne, tutta questa fame, tutto questo teatro interiore, per arrivare alla frase più banale del mondo.
Un uomo non mi amava.
Io sì.
Fine.
Non è come nei film, la fine.
La morte.
Non c’è la musica triste al momento giusto.
Non ci sono tutti che piangono.
Non c’è il cuore che crolla facendo un rumore riconoscibile.
Non entra nessuno dal buio a gridare: eccola! Guardatela bene. È qui che si spezza.
Non c’è la catarsi.
Non c’è il pensiero consolatorio che forse, sotto tutto questo dolore, c’è un significato più grande.
Non c’è il tramonto giusto.
Non c’è la pioggia sui vetri.
Non c’è la poesia.
No.
Morire è una cosa da niente.
Non fa rumore.
Non fa casino.
Non sposta le sedie.
Non fa tremare i lampadari.
Uno può morire mentre l’altro parla tranquillo al telefono.
Mentre dice:
«Ci sto bene.»
Mentre fuori qualcuno parcheggia male.
Mentre il vicino chiude una persiana.
Mentre il frigorifero parte con quel rumore stupido e domestico.
Mentre io annuisco, magari sorrido pure, perché sono stata educata perfino nel momento esatto in cui mi hanno seppellita.
È questa la parte più volgare.
Che la mia morte non ti ha disturbato.
Tu non l’hai vista.
Non potevi vederla.
Io non te l’ho mostrata.
Sono morta benissimo.
Composta.
Disponibile.
Quasi simpatica.
Una morte da donna adulta, insomma.
Di quelle che non fanno pena a nessuno perché hanno ancora la voce normale.
E intanto dentro qualcuno chiudeva la bara.
Dentro qualcuno diceva:
basta, Viola.
Basta raccontartela.
Non era destino.
Non era distanza.
Non era la vita stronza.
Era lui che non ti amava.
E tu che hai preferito una fiaba alla frase più semplice del mondo.
Non c’è poesia qui.
Non voglio mettercela.
La poesia è stata il modo in cui mi sono rovinata.
Ho reso bello l’inaccettabile.
Ho reso profonda la sproporzione.
Ho reso epico un uomo che non mi sceglieva.
Ho reso sacra una mancanza.
Adesso basta.
Questa cosa non è bella.
È una donna che ha dato sette anni a un uomo che le voleva bene.
Bene.
Che parola del cazzo.
Mi volevi bene.
Io ti amavo.
Mi volevi bene come si vuole bene a una persona che ti ha visto brutto e non è scappata.
Come si vuole bene a un posto dove tornare ogni tanto.
Come si vuole bene a una canzone che ti ricorda un periodo.
Come si vuole bene a qualcosa che non vuoi perdere, ma che non metteresti mai al centro del tavolo.
Io invece ti ho messo al centro.
Ho spostato tutto il resto attorno a te.
Uomini.
Amicizie.
Città.
Possibilità.
Versioni di me.
Ho vissuto come se tu fossi una verità nascosta.
Eri solo una persona che non mi amava.
Dio, che frase.
Sembra piccola.
Invece è una fossa comune.
Ci butto dentro tutto: i baci, le chiamate, i “ci vediamo presto”, le tue mani, i treni, il tuo odore, le volte in cui mi hai fatta ridere mentre volevo morire, le volte in cui ho pensato che nessuno mi avrebbe mai capita come te.
Ci butto dentro anche la ragazza che ero.
Quella che ci credeva.
Quella muore qui.
Non elegantemente.
Non con una scena bella.
Muore male, come muoiono le cose che hai tenuto vive troppo a lungo contro natura.
Muore strozzata dalla frase Roma-America.
Muore con la voce tua che dice futuro parlando di un’altra.
Muore capendo che dovrà portarsi addosso per sempre la vergogna di aver chiamato amore una cosa che dall’altra parte aveva un nome più piccolo.
E non so come si vive dopo.
Davvero, non lo so.
Perché se tolgo te dalla mia storia, non so quanto resta mio e quanto era costruito per arrivare a te, tornare da te, superarti, dimostrarti, aspettarti, perdonarti.
Sette anni di identità messi male.
Sette anni in cui io ero anche “quella di Ale”, anche quando Ale non era di nessuno.
Soprattutto quando Ale non era di nessuno.
Adesso devo restare sola con me stessa e fare l’inventario.
Questa parte era amore?
Questa era fame?
Questa era paura?
Questa era desiderio?
Questa era trauma?
Questa era poesia?
Questa era solo una donna che non sapeva andarsene?
Che fatica schifosa.
E tu intanto magari vai in America.
O lei viene a Roma.
O vi lasciate tra due mesi.
Non importa.
Non importa nemmeno se con lei finirà male.
Non è quello il punto.
Il punto è che l’hai pensato.
Il punto è che la possibilità ti è venuta in mente.
Il punto è che io, per anni, ho vissuto sotto la legge della distanza, e poi scopro che quella legge non era universale.
Valeva solo per me.
E questa cosa non la perdono.
Non oggi.
Forse un giorno farò la persona evoluta, dirò che ognuno ama come può, che non esistono colpe, che le storie sono complesse.
Oggi no.
Oggi voglio essere cattiva.
Oggi voglio dire che mi hai fatta sentire una cretina.
Che mi hai lasciata abitare una fiaba in cui tu entravi quando volevi e uscivi quando ti conveniva.
Che ti sei goduto il calore senza mai accendere davvero il fuoco.
E io ti ho lasciato fare perché ti amavo.
Che frase disgustosa.
Ti amavo.
Ti amavo mentre tu valutavi quanto poco potevi darmi senza perdermi.
Ti amavo mentre tu prendevi il meglio di me senza sporcarti davvero le mani.
Ti amavo mentre io diventavo ridicola e tu restavi innocente per mancanza di contratto.
Eri bravo.
Io ero peggio.
Io ero fedele a una cosa che non esisteva.
E questa è la parte più mortificante: non posso nemmeno dire che mi hai tradita.
Non eravamo niente.
Che formula perfetta per farla franca.
Non eravamo niente, quindi nessuno deve scusarsi.
Non eravamo niente, quindi nessuno ha promesso.
Non eravamo niente, quindi se fa male è un problema mio.
E infatti è un problema mio.
Lo sarà per tutta la vita, forse.
Non perché ti amerò per tutta la vita. Magari no. Magari passerà, magari diventerai solo una cicatrice brutta sotto i vestiti.
Ma dovrò fare i conti per sempre con la donna che sono stata per te.
Con quanto poco si è fatta bastare.
Con quanto ha mentito.
Con quanto ha chiamato coraggio la propria umiliazione.
E questa non è colpa tua.
Questa è mia.
Tu non mi amavi.
Io sì.
Tu sei stato chiaro abbastanza.
Io ho scelto di non capire.
E adesso pago.
Pago tutto insieme, in una chiamata qualunque, mentre tu parli di una ragazza americana e di un futuro possibile come se non stessi scavando una tomba sotto sette anni della mia vita.
Solo il referto.
Causa della morte: amore non corrisposto, diagnosticato tardi per volontà della paziente.
Aggravanti: ostinazione, orgoglio, dipendenza da mezze frasi, abuso di significati, resistenza alla realtà.
Ora del decesso: durante una telefonata qualunque, quando lui disse «ci sto bene» parlando di un’altra donna.
Nessun testimone.
Nessun colpevole abbastanza pulito da essere condannato.
Nessuna assoluzione possibile.
Solo una donna seduta da qualche parte, ancora viva, con sette anni morti in grembo.
Non so cosa risponderti.
Forse dico una battuta.
Sicuramente dico una battuta.
È la mia ultima difesa da poveraccia.
Rido.
Ti dico qualcosa tipo:
«Ammazza, sei diventato internazionale.»
E tu ridi anche.
Perché tu non senti il cadavere sul pavimento.
Io sì.
È la nostra storia.
È morta mentre tu ridevi.
E io, per non disturbare, ho riso con te.
Poi la chiamata finisce.
Resta il silenzio.
Un silenzio vecchio.
Non quello pulito delle cose finite.
Un silenzio marcio, pieno di anni.
Mi siedo.
Guardo il telefono.
Non aspetto che riscriva.
Non aspetto più niente.
Non perché sono guarita.
Perché non c’è più nessuno che possa tornare.
Quello che aspettavo non è mai esistito.
Non tu.
Non così.
Non quello che avevo costruito io.
È rimasta solo la versione vera: un uomo che mi voleva bene e una donna che lo amava.
Che frase piccola.
Che fossa enorme.
La nostra storia non finisce.
Peggio.
Viene declassata.
Da destino a equivoco.
Da amore a interpretazione.
Da tragedia a referto.
E questa è una morte senza resurrezione.








