alcuni punti chiave del pensiero filosofico di EMANUELE SEVERINO (1929-2000)
Il pensiero di Emanuele Severino è uno dei più radicali e originali del panorama filosofico contemporaneo, centrato sul recupero dell’ontologia parmenidea per denunciare quello che egli definisce il “nichilismo” dell’intera civiltà occidentale. [1, 2] 1. L’Eternità di tutti gli Enti Il pilastro fondamentale della sua filosofia è che ogni ente è eterno. Riprendendo il principio di Parmenide…
L’inoltrarsi nell’apparire non ha compimento (se il compimento è il compiuto apparire del Tutto): inoltrandosi nell’apparire il Tutto eterno continua a sorgere e la sua forma compiuta continua a rimanere nascosta. L’inoltrarsi del Tutto è l’accadimento della terra.» (E. Severino, Destino della necessità, p. 127)
Teodosio Orlando: "Ho sottoposto il breve testo severiniano a Chat gpt 5.6. Sostiene che il contenuto è assai meno portentoso dell’apparato oracolare che lo avvolge e tenta una "traduzione" in italiano corrente, sostenendo poi che il testo severiniano è meno portentoso di quanto sembri:
"Nel corso della storia entrano continuamente nell’esperienza nuovi aspetti della totalità eterna delle cose. Questo processo non giunge mai al punto in cui la totalità si mostri completamente: il Tutto si manifesta progressivamente, ma la sua configurazione integrale rimane nascosta. Ciò che chiamiamo storia del mondo è appunto questo continuo apparire di parti sempre nuove della totalità."
Nel lessico severiniano, infatti, «sorgere» non significa cominciare a esistere: tutti gli enti sono eterni. Significa entrare nel «cerchio dell’apparire». La «terra» non è semplicemente il pianeta, ma il contenuto complessivo che progressivamente appare: gli enti, le loro relazioni, la loro storia. La letteratura severiniana esplicita proprio questa distinzione fra l’essere eterno di ogni ente e il suo ingresso e la sua uscita dall’apparire.
Una volta decifrato, il passo dice dunque una cosa coerente:
La totalità eterna si manifesta progressivamente, ma non arriva mai a mostrarsi tutta. La storia è questo processo inesauribile di manifestazione.
È una tesi metafisica discutibilissima, ma non una sequenza casuale di parole.
Il problema è il modo in cui viene detta
Il confronto con Gandalf è feroce, ma coglie un dato stilistico reale. Severino non scrive:
«La totalità non si manifesta mai integralmente».
Scrive che «il Tutto eterno continua a sorgere», che la sua «forma compiuta continua a rimanere nascosta» e che questo «inoltrarsi del Tutto» è «l’accadimento della terra».
Le maiuscole, il sorgere, il nascondimento, la terra, il destino, l’apparire producono un tono cosmogonico e rivelativo. Il lettore non ha l’impressione di trovarsi davanti a una proposizione da controllare, ma alla proclamazione di qualcosa che si manifesta da una regione più alta del pensiero.
E la prosa è particolarmente irritante perché Severino non intende presentarsi come un poeta o un mistico. Pretende che quelle conclusioni derivino con necessità rigorosa dalla struttura originaria. Il linguaggio, però, finisce per assomigliare più a quello di una rivelazione sapienziale che a quello di una dimostrazione.
Fin qui Chat gpt. Per parte mia, mi sembra che nel passo citato risuoni chiaramente il campo lessicale dell’ultimo Heidegger, anche se poi Severino si opporrà radicalmente a Heidegger e lo collocherà nella storia del nichilismo. Ma può combattere Heidegger continuando a parlare una lingua che da Heidegger ha ereditato molto. Anche la critica severiniana della concezione heideggeriana della presenza viene formulata entro quel medesimo universo, con tanto di apparire, nascondimento e disvelamento.
C’è però una differenza importante. L’ultimo Heidegger rinuncia programmaticamente alla forma della dimostrazione tradizionale e tenta un linguaggio meditativo e poetante. Severino, invece, conserva la pretesa della prova apodittica, ma adotta contemporaneamente la voce del pensiero oracolare. In questo senso il risultato può essere ancora più indisponente: sembra Gandalf, ma pretende di avere dimostrato ogni frase mediante il principio di non contraddizione.
Forse si esagera quando si dice che soltanto in Italia Severino avrebbe potuto essere preso sul serio. Anche nel mondo anglofono esistono ambienti continentali perfettamente disposti ad accogliere Heidegger, Derrida o una metafisica speculativa molto ardua. Non è affatto certo che tutti avrebbero riso.
È però vero che, in un ambiente analitico, un passo simile sarebbe stato immediatamente sottoposto a domande piuttosto distruttive.
Severino non fu però del tutto privo di traduzioni: una traduzione tedesca importante di Essenza del nichilismo, Vom Wesen des Nihilismus, uscì già nel 1983, dunque nel pieno della sua attività. La prima traduzione inglese di rilievo dello stesso libro arrivò invece soltanto nel 2016.
La vera operazione sistematica di internazionalizzazione è però molto recente: Bloomsbury ha avviato una collana che presenta le prime traduzioni inglesi delle opere principali; Beyond Language è uscito nel 2023 e The Originary Structure soltanto nel novembre 2025, cinque anni dopo la morte di Severino. La collana prevede traduzioni corredate da introduzioni e glosse esplicative redatte da studiosi che conoscano a fondo l’apparato teorico severiniano: un’ammissione indiretta della difficoltà quasi eccezionale di trasferire quel linguaggio in un’altra lingua.
Ma perché Severino non scrisse direttamente in tedesco o in inglese? Non ho elementi per affermare che sia stata una scelta deliberata allo scopo di evitare il controllo internazionale. E non sappiamo se possedesse una competenza attiva del tedesco tale da consentirgli di scrivere autonomamente opere teoretiche in quella lingua: leggere Heidegger in originale e comporre un libro filosofico tedesco sono capacità molto diverse. In inglese poi penso che la sua competenza si limitasse alla lettura passiva.
Resta però un’impressione fondata: l’internazionalizzazione del proprio pensiero non fu una sua priorità perché in Italia aveva una grande scuola; editori prestigiosi; cattedre importanti; un pubblico colto assai vasto; una presenza stabile nel maggiore circuito giornalistico; discepoli disposti a sviluppare il suo vocabolario.
Non aveva quindi l’incentivo professionale che spinge molti filosofi italiani a tradurre il proprio lavoro nel lessico del dibattito internazionale.
Ma vi è probabilmente anche una ragione filosofica più profonda. Severino non concepiva il proprio sistema come una teoria fra le altre, da sottoporre al confronto su un terreno comune. Dopo Destino della necessità definiva il proprio filosofare «il linguaggio che testimonia il destino»: un linguaggio che pretende di testimoniare l’incontrovertibile, rispetto al quale ogni negazione sarebbe già autonegazione.
Una simile autorappresentazione non favorisce il dialogo. Gli altri filosofi non sono interlocutori dotati di paradigmi alternativi: diventano spesso momenti della storia del nichilismo, già collocati e superati dal sistema severiniano. Severino si confronta estesamente con Parmenide, Aristotele, Hegel, Gentile, Nietzsche e Heidegger, ma raramente entra in un’autentica discussione paritaria con la filosofia internazionale contemporanea, analitica o continentale.
Avrebbe potuto, per esempio, proporre in tedesco le proprie tesi agli heideggeriani, agli ermeneutici e ai metafisici tedeschi. Non lo fece sistematicamente. Non direi che temesse la «sonora risata»; direi qualcosa di forse più significativo:
Non sentiva il bisogno di uscire dal proprio linguaggio e di sottoporre le proprie tesi alla traduzione concettuale richiesta da una comunità filosofica diversa dalla sua.
E la traduzione non è mai un fatto puramente linguistico. Tradurre Severino in una lingua filosoficamente più neutra significa anche scoprire se termini come destino, terra, apparire, isolamento, sorgere e Tutto designino distinzioni indispensabili oppure producano soprattutto l’aura del sistema.
Francesco Berto: "Severino semplicemente non aveva idee molto chiare su cosa succedesse fuori dal circoletto in cui si era formato. Che più o meno è quello in cui han formato anche me. :-)
Poi, io non ci metto nulla a tradurti dal severinese (che non è altro che un mix di neoscolastica, neoidealismo, continentalese locale e fenomenologese) nel gergo della koiné anglofona internazionale, perché parlo ambo i linguaggi.
Secondo me il nonno non era né un genio né un cialtrone; ha detto un tot di cose intelligenti, e un tot di cose sbagliate, e io posso make sense più o meno di tutto quel che dice. Ad esempio, spesso faccio più fatica a capire quel che dice Hegel nella Scienza della logica o nell'Enciclopedia, pur avendo fatto il dottorato esattamente su quello, avendoci scritto un libro e vari paper.
(...)
Non ho neanche mai letto la famosa intro di Severino all'edizione dell'Aufbau, però ho ricordi di una conversazione in cui mi fece cambiare idea sui neopositivisti, e anche se ho dimenticato gli argomenti, mi ricordo il punto fondamentale. Notare che ai tempi (penso fosse durante il mio dottorato, forse 2002 o 2003) per me il neopositivismo era morto per le ragioni per cui mi avevano insegnato che era morto, ossia ragioni essenzialmente quineane, da Two Dogmas.
Mi ricordo che mi convinse che la distinzione analitico-sintetico era nei guai, per nulla per ragioni quineane, ma perché mette insieme ('surrettiziamente', come diceva lui 🤣 ) due distinzioni molto diverse: quella fra il necessario e il contingente, e quella fra l'empirico e il non-empirico. Che è esattamente quel che direbbe chi compra argomenti Kripkeani sul necessario a posteriori/il contingente a priori. Secondo me Severino non si era mai letto Kripke. L'idea però è semplice: analitico è equivalente a, o quantomeno implica, sia necessario che a priori. Ma la distinzione necessario/contingente e quella a priori/a posteriori non coincidono neanche estensionalmente, come sappiamo dopo Kripke. Quindi la nozione di analiticità è gerrymandered: è disgiuntiva, e in a bad way.
È uno di vari esempi di situazioni a cui ho assistito, in cui il nonno non sa un tubo della letteratura rilevante, ma arriva a una buona conclusione puramente a naso. Un esempio non privato, ma pubblico, perché è in print e non in una chiacchierata, è la critica di Severino alla teoria dei tipi alla Russell, che è del tutto analoga a quella di Fitch e che un sacco di gente (me incluso) prende come una obiezione decisiva contro i tipi esclusivi, semplici o ramificati. Secondo me il Seve non aveva neanche mai letto Fitch!"


















