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BoJack Horseman (2014 - Present)
Aimee Lou Wood as Chelsea in The White Lotus Season 3 (2025)
L’uomo avevendo perduto il senso del divino e il timor di Dio ricomincia ad errar per le selve a guisa di fiera
-Vico
Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po' di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.
- Emanuele Trevi, Due vite
Egon Schiele, Embracing Couple, 1911
egon schiele, lovers & sleeping couple, 1939
Doing something great is overrated; 'cause then people expect that from you all the time. What they don't realize is that you're just as screwed up as they're.
- Marianne, Mare of Easttown
“La mia casa è qui: nel tuo abbraccio. Che sollievo, che pace. Niente più traslochi, niente più valigie e spazzolini e armadi: tutto quello di cui ho bisogno è qui, tra le tue braccia. Il mio domicilio è semplicemente – nell’angolo del tuo corpo dove posso ascoltare il battito del tuo cuore. ””
— Ghiannis Ritsos
“E se nessuno ti parla, allora ti tocca pensare. E io non facevo altro, allora. Pensavo tanto che mi faceva male la gola, perché è li che si fermano le tristezze.”
— Stefano Benni
Tutti coloro che ami sono altro da te. Conoscerai solo una piccola parte dei loro pensieri, e loro non conosceranno i tuoi. Avranno gioie e pene in cui tu non sei compreso, e giorni e notti in cui non sarai presente nelle loro emozioni. La loro storia è piena di ore che ti resteranno nascoste. È meraviglioso averli vicino, ma la loro vita non ti appartiene. Ascolta la pena che provi quando vi allontanate per un attimo,o per lungo tempo. Capirai quanto sarà triste perderli per sempre, o quando loro ti perderanno. Per ciò che manca al vostro amore, amali di più.
-Stefano Benni, Giura
Partecipazione
C’è questa cosa che non riesco a togliermi dalla testa, perciò vediamo se inquadrarla in un post mi aiuta a esorcizzarla.
L'altro giorno, mentre ero in pausa tra la milionesima riunione di lavoro e la successiva, mi son fatto un caffè e mi stavo soffermando su alcuni micro video e meme su Tumblr e Twitter. Era una pausa senza pretese, col solo obiettivo scaricare la tensione. All'improvviso però mi sono imbattuto in un tweet che ha cambiato tutto. Il tweet era taggato “Or dic una poesia”, che, per chi non lo sapesse, è un riferimento a Brunello Robertetti (Nota: se non sapete chi o cosa sia, shame on you ;) Andate a guardarvi un paio di cosette, le origini qui e una cosa più recente qui)
Il tweet era un frammento di vita in parlamento. C'era questo personaggio, un onorevole, che stava dichiarando le proprie intenzioni di voto. Non era in grado di parlare, pareva Robertetti. Letteralmente, non era in grado di pronunciare una frase in italiano di senso compiuto. Mi ha fatto ridere, all'inizio. Poi però ho continuato a pensarci, e ci penso ancora adesso.
Ora, io non so se questa persona stesse male, fingesse, o ci fosse dietro un disegno. Non importa. Il problema non è quell'individuo. Il problema siamo noi, siete voi, sono io.
La politica in UK ha molti problemi, amaramente noti, che non sto a elencare o questo post diventa un romanzo. Tuttavia:
Qui in UK, quando un voto importante passa per il parlamento, ciascun cittadino può andare a verificare quale sia stato il voto del proprio rappresentante, cioè la persona eletta nella propria circoscrizione. Nel caso vi sembri inverosimile, ecco qui un esempio
Qui in UK, la stragrande maggioranza degli aventi diritto al voto, se sono elettori attivi, conoscono il nome e cognome dell'onorevole (MP) che hanno eletto e che li rappresenta. E se i voti in parlamento, gli interventi e il loro percorso politico di quell'MP non è in linea con ciò che ci si aspetterebbe, ne chiedono conto. Scrivono loro lettere o email, e se non ottengono le risposte che si aspettano, quella persona scomparirà dal parlamento al prossimo giro.
Tornando al Tweet, quante persone conoscono il nome del proprio rappresentante in parlamento? Il nome della persona che il vostro voto ha contribuito a far eleggere. Quante persone ne conoscono il percorso e i voti espressi durante le votazioni più significative? Se li conoscete, vi ammiro e avete la mia stima. Se non li conoscete, rifletteteci.
Tutto questo per dire che la libertà, come diceva Mister G, non è stare sopra un albero, non è avere un'opinione, o poter fare una corsa: è partecipazione (Di nuovo, per chi non sapesse a cosa mi sto riferendo, ecco qui. Dal minuto 1:00, se andate di fretta).
Perciò, se e quando deciderete di tornare a votare, ignorate le parole dei leader di partito che sono sempre in TV o sui social. Pensate a Mister G, a quel tweet, o persino a questo post. Andate a verificare a chi state consegnando le chiavi della porta del parlamento. E decidete di conseguenza.
Ho un borsellino pieno di sogni Che io mi perdo in ogni vestito È tanto piccolo sta dappertutto Persino in un angolino E ogni volta che io lo apro I vecchi sogni volano via Ci entrano nuovi piccoli sogni Peccato son sempre più grigi Ho una valigia grande Con tutte le mie delusioni La trovo sempre sul mio cammino Persino sotto il cuscino La apro spesso specie la sera Quando ritorno più tardi a casa Metto ammucchiate le mie tristezze E non ce ne stanno più Proprio più
Il rimedio è la povertà, Goffredo Parise, Corriere della Sera, 30 giugno 1974
Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo. Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”. Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo. Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà. Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione. Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà. Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni. Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo. I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo. La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese.
Dov'è che vanno gli amori quelli che non ce la fanno
Quelli che restano dentro e non se ne vanno
-Galeffi, Tre metri sotto terra
“Anniek Cojean racconta che un preside di un liceo americano aveva l’abitudine di inviare questa lettera ai suoi insegnanti, all’inizio di ogni anno scolastico: “Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università. Diffido - quindi – dell’educazione. La mia richiesta è la seguente: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani”.”
— Anniek Cojean, “Les mémoires de la Shoah” fonte Michela Murgia fb
Ogni singola storia d’amore, vissuta o inventata, riesce a essere unica e diversa e irripetibile rispetto ai miliardi di altre storie già accadute, che accadono, che accadranno. Insomma, l’amore non s’impara né teoricamente né andando a bottega da altri. S’impara amando, vale a dire perdendosi.
Andrea Camilleri - Segnali di fumo
Addio Maestro
Capii di provare qualcosa in più per te, quando un mattino mi svegliai e mi resi conto che la notte precedente mi ero addormentata subito dopo aver fatto l'amore con te. Non avevo dovuto sciogliere i nodi di quel immenso filo di pensieri su cui ogni notte inciampavo. E pensai che forse l'amore faceva proprio questo: mettere in ordine i pensieri e in subbuglio il cuore.
Joy Musaj