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@satanaadolescente
Scrivo qui nella speranza che tu possa leggermi, che per una fatalità del caso queste parole possa giungere da te. Comprendo quanto questo mio desiderio assuma i tratti di una finzione. Ma le finzioni dispongono di un potere creatore - intessono mondi possibili, verso i quali poniamo persino un’impegno ontologico. Crediamo che davvero alcuni scenari paralleli della vita si diano in piani del reale con i quali abbiamo misurato uno scarto profondo. Anche se si trattasse solamente di frantumi spigolosi della coscienza, di lucidi cocci del vaso dell’immaginazione che, stracolmo, si è rovesciato da solo dal tavolo, all’improvviso - anche in quel caso sì, esiste un mondo possibile dove le cose sono andate in un altro modo. In cui di te ho conoscenza certa e non probabile, in cui ti colgo in modo immediato, in cui lo spettro della mente ti coglie tutto intero, in carne e ossa e non solo per rappresentazione distante, come figura indeterminata, attribuzione di proprietà ecc. ecc.
Nell’ultimo periodo, la sera mi assale al petto un tumulto che non mi lascia e non mi spegne. La mia condanna è non riuscire a chiudere gli occhi mentre il mondo affonda nei suoi scarti. Mi interrogo allora di cosa si tratti, mi chiedo persino se la causa sia tu e il tuo volto composto da tratti che compongono stringe indecifrabili. Io non so interpretare questi nuovi modi di raccontare il mondo. Io non so interpretare l’azzurro degli occhi. Gli occhi tuoi bacini di mare difficili da affrontare quando la tempesta sopraggiunge, ti basta chiudere le ciglia per provocare naufragi.
Ma continuo a non dormire e sarà una maledizione lasciata da una mano posata troppo a lungo, qualcuno che mi ha sottratto il cuscino nella notte ed è corso via con le lenzuola ancora umide di sudore e dei segreti che tenevo al sicuro quando ancora la notte era un unico passo verso il giorno.
Se non sei tu è la fine del mondo che sento, la storia che arranca, si ritorce su se stessa anziché avanzare nuovi mondi. Sarà che sento la terra che perde pezzi sotto i piedi, la crosta che si stacca e rivela il nucleo adesso non più caldo come una volta. Ci pensi, ci pensi se il nucleo si raffredda? Io non mi intendo di queste cose, ma fa paura il pensiero, fa paura non sapere resistere al fuoco, bruciare e basta, bruciare tutti, tutti interi.
Forse è che non scrivo da tanto e non so dove ho trattenuto le parole fino ad ora, per tutti questi mesi. Forse, devo aver parlato troppo. Allora mi scuso con chi è stato costretto ad ascoltare le mie narrazioni indistinte e ricorrenti, adesso hanno confuso pure me. Ho passato il tempo a innamorarmi dei fantasmi - succede così ogni volta che cado, è l’amore per una proiezione che si aggira nella stanza, per un’ombra densa come olio che si spande e allaga e aumenta il livello dell’ansia e mi affoga e io non respiro e posso solo dirti quanto batte il cuore, che se sfiori il muro lo avverti, che se posi una mano sul tuo petto lo senti, che smuovo persino il tuo. Eppure non ti commuove niente di tutto questo. Mi porgi un sorriso, mi ringrazi per l’amore che ci metto, non mi dici nemmeno di smettere, né che sia troppo, che forse dovrei procedere a un passo più lento, acquattarmi laddove il muro fa una curva e il corridoio s’interrompe a un altro incrocio senza sonno. Ma è una vita che non so stare al mio posto, è una vita che mi alzo dalla tavola prima che il pranzo finisca e mi attardo lontano dalle voci dei miei commensali e batto sentieri che solo il mio piede conosce, deformo la faccia del prato, al limitare di dove la mia mente può andare mi giro e incontro con la coda dell’occhio uno sguardo estraneo. Non voglio sapere oltre. Allora ritorno indietro, verso la tavola, dove giacciono le forchette e i coltelli tutti appaiati, i piatti sporchi degli avanti e il cane festoso che già aspetta. Ma non c’è più nessuno, sono spariti tutti. E’ rimasto lo spettro del pranzo, scena del delitto silenziosa senza spargimenti di sangue, senza arti mozzati. Pure il cane è sparito. Nella casa, la porta è aperta e dentro regna il silenzio dei mobili troppo pesanti per essere spostati. Impossibile sapere quale via hanno preso gli altri. Mi aggiro nei dintorni e il mio sguardo non incontra nessuno, ma dietro al collo ancora sento che mi spia una certa inquietudine che si è fatta carne e ha preso a camminare dietro a me. Io non posso girarmi, non posso girarmi come non posso smettere di scrivere fino a quando non la uccido. Bisogna avere coraggio, ma non è facile di questi tempi. Qualcuno mi ha detto che è un fenomeno abbastanza comuna ritrarsi indietro e fingere che l’apocalisse sia rimandato a domani. Adesso, gli esseri umani si dividono in due: chi scava sottoterra per costruirsi la fossa e chi affronta a viso aperto lo scadere delle cose e prova mutare la rotta. Io la fossa l’ho costruita da tempo e coricato sto con le braccia conserte ad attendere la fine senza quiete. Tanto vale adesso alzarsi. A questo punto, va bene girarsi. Se tutto finisce lo stesso, che male può fare conoscere l’assassino? Smetterla di fuggire e affrontare chi ti guarda la schiena. Smetterla di fuggire e conoscere chi attente alle tue spalle. Il mio Bruto che alza il coltello lungo la via benedetta dall’ombra.
Dentro di me sento che mi volto e ti fisso e costringo a tenere fermo lo sguardo e gli occhi tuoi sono ancora più azzurri, sono ancora l’acqua del fiume che non la smette di scorrere. Vorrei arginarti o accettare il tuo modo di esistere senza sosta scavando la mia roccia. Allungo la mano sulla tua spalla, procedo per la guancia e ti accarezzo. Appena mi sorridi, prendo un respiro, ti strozzo.
t2
Esiste un mondo possibile (e ne sono certo, perché ne posseggo visioni come intuizioni immediate e indubitabili che a volte sopraggiungono) in cui le possibilità si sono dispiegate in modo differente e in cui io sono costitutivamente lo stesso, in termini biologici, e lo sei anche tu, ma con più coraggio e una volontà più ferma. Esiste un mondo possibile in cui la prima sera in cui abbiamo ballato, non ci siamo dati tregua: anziché farti corrompere dal rimorso del tuo amore svalutato dal tempo, hai preferito non rifiutare i miei baci e non accontentarti solo dei miei sguardi. Esiste un mondo possibile dove mi hai insegnato tutte le virtù che hai acquisito e che a me mancano - pazienza, tenerezza, manifesto amore senza vergogna. In questo mondo anche io ti ho insegnato qualcosa, come ad essere irruento, ad importi sulle barricate, a non avere il timore degli ordini che si rompono, a trovare rifugio in chi ti nutre di un nettare simile al tuo. In entrambi i mondi siamo alla fine della storia. Su Terra2 io non sono mai uscito con il tuo migliore amico e non ti ho ricoperto di insulti quando non ho più tollerato la tua indifferenza, su Terra2 non ho mai nutrito reverenzialità nei tuoi confronti e ti ho affrontato nello splendore della sincerità. Su Terra2 trascorriamo l’estati insieme, ci vuole poco, è necessario giusto attraversare uno stretto, ma cos’è uno stretto in confronto a ciò che tratteniamo? Correnti più forti in questa realtà non trascrivibile ci avvicinano e ci allontanano. Io nei miei lombi avverto tutti i tuoi mutamenti, come una crosta terrestre che trema e si spacca all’avvicinarsi del tuo passo, come un cielo che si annerisce al tuo modo di tramontare. Adesso, per esempio, so che in nessun modo posso colmare il calice di cristallo che è il tuo dolore - solo a te stesso è data la pratica di ferirti masticando il vetro. La notte il petto è tumultuoso terreno che disvela antiche reliquie del tuo martirio e io non riesco a dormire. Non so se la mia scrittura riesce a corrompere la crittografia che programma il nostro destino o se l’incommensurabilità delle nostre labbra è il prezzo da pagare in questo mondo per continuare ad amarci negli altri.
L'ultima volta che ci siamo incrociati per l'intrico delle strade che ci sceglie e ci abbandona, non ci siamo sorrisi. È stata la prima volta in cui è mancato il sorriso dalle nostre bocche. Io, che il tuo sorriso l'ho pensato così tanto da renderlo altro, che il tuo sorriso è per me un concetto della ragione ormai da tre anni; un ideale di bellezza a cui tendere senza mai arrivare, ma mi accontento di approssimarmi.
Con te, l'unico amore che mi è dato, si fonda sull'aprossimazione. Sembra che non si giunga mai al punto in cui ci toccheremo.
Per mesi interi ci siamo solo guardati. Più avanti, dallo sguardo abbiamo intrapreso ad accennare saluti. Il saluto, la mano protesa, le labbra dischiuse, è divenuto slancio di gioia, un salto sull'erba, la vestigia che deforma il prato, la scarpa di un bambino sporca del fango del campo.
Potessi tenere traccia di tutti i fiori calpestati guardandoti.
Ci siamo scritti per mesi, per gli unici mesi in cui siamo stati lontani. Tu dichiaravi amore come si dichiara guerra. Senza diplomazia alcuna, ti sei schiantato contro di me. Io ti ho aspettato. Eppure, nei chilometri che ci separavano, ci siamo disciolti. Hai deciso che l'amore non si faceva più a un certo punto. Non era conveniente, sai bisogna procedere per austerity. Il conflitto non è produttivo. Non espandiamoci. Rimaniamo come siamo, dai. Non ci rimanere male se sono tornato indietro, se non ce l'ho fatta.
Avrei voluto dirti che ho atteso tre anni per una tua carezza, che la tua mano così tanto l'ho pensata che si è fatta dorata. Mi sono pettinato i capelli allo specchio sempre più forte. Ho avuto timore con lo stomaco capovolto che della tua assenza non mi sarei mai saziato.
Ho provato a essere più bello, ci sono riuscito. Ho provato ad essere migliore con gli esami e poi è successo. A brillare nella scrittura, ad avanzare teorie filosofiche e stranamente tutto è venuto. Mi sono sforzato per te. Poi ho capito, non potevo competere. Non potrò mai competere con chi ti sta accanto. Chi ti sta accanto possiede la comodità dei divani su cui ci si adagia quando si è più vicini al sonno, la tenerezza che assumono certi letti la domenica mattina. Chissà cosa hai pensato quando sei tornato al tuo posto, chissà come deve essere stato abbandonare il pensiero di me, concederti al sogno, alla stanchezza della sera che assale, mentre io ti aspettavo per danzare sopra alla luna.
Se mi chiedi di fare un bilancio dell’intero anno, ti rispondo che è stato magnifico, meglio dei precedenti due, ma non abbiamo concluso niente. Le questioni sono sempre le stesse: cerco di fare luce nel mio passato come se stessi interpretando una cronologia antica, un codice che non mi appartiene. A me angoscia questo, mi angoscia non comprendere dove è che si è inserito il virus, il momento della contaminazione. Mi sono sempre sognato incorruttibile, eppure proprio quest’anno ho traboccato anarchico come un vaso troppo pieno. Ho rigettato tutto, sono fuggito dalla falange senza preavviso alcuno. Ho abbandonato chi lottava insieme a me: qualche familiare diventato sconosciuto dopo un paio di sguardi più approfonditi.
Non ho sentito peso nel lasciare le mie persone. E’ un gesto che in altre parole ho compiuto con sollievo. Quando ho chiuso l’ultima valigia e ho preso il volo per Amsterdam, tuttavia, non mi sarei aspettato di ritrovare salute mentale a pacchi. Per la prima volta, ho pensato di recente, ho costruito dei rapporti sinceri, con persone sincere. All’inizio mi ha impaurito realizzare che quasi la totalità di queste persone fossero maschi bianchi etero. Ma si sono rivelati marxisti. Vinnie tira un sospiro di sollievo e ringrazia la generazione in cui è nato.
Nota di demerito: mi hanno dato più affetto gli uomini che mi sono scopato negli ultimi sei mesi, che quelli che ho provato ad amare negli ultimi due anni.
Mi manchi un po’, di già. Te lo dico alzando la cornetta, ti dico: amorino, quando ci vediamo? Le strade senza di te sono pericolose. Come fare a meno dell’asfalto però? Come fare a meno dei coltelli lunghi che scivolano sulla schiena e mai colpiscono il punto preciso per rendermi mortale?
Una settimana addietro, in questa camera mi sono addormentato tra le tue braccia, eri marmorea sconfitta di muscoli piegati al servizio di chi devi curare. Con la mano nella tua, al risveglio ho aperto gli occhi sul mondo e dal basso dell’abisso sono stato respinto contro la rigidità del tuo petto.
Bimbo mio, esclami.
Tiro su le serrande. Preparo un caffè. Ti ritrovo sul davanzale di camera mia a fumare una sigaretta, mentre mi proponi della musica che mi è rimasta nell’eco registrata dal palmo della mano, quando come una conchiglia lo accosto all’orecchio e i tuoi sospiri assumono lo stesso meditare sapiente del mediterraneo che si ritrae.
Tu, amore, sei la polvere sotto i tappeti.
Tu, amore, sei il silenzio che non mi eviti.
Così me ne vado lontano, lo sai. Ti spaventano le mie spalle voltate, vedermi inghiottito in aeroporti zeppi di luce?
Torino, Roma, Amsterdam, Catania.
A piedi, a ritroso, ti cerco per tutta l’Europa, senza avere il coraggio di chi sa come affrontare il tuo sguardo.
Qualche giorno fa, dicevi, a voce bassa: bimbo, hai la febbre?
Lamentavi il calore della mia pelle. Io mi ero condotto da solo al rogo per bruciare nel tuo santissimo nome. Ai tuoi piedi una frattura di terra allargata, un terremoto che parte da dentro il corpo, un abisso remoto che fa risalire solo succhi gastrici. Non c’è niente da smaltire. Niente, niente. Niente da dover fare fuoriuscire.
Se tu te ne andassi domani, qui lasceresti solo altra polvere sotto i tappeti. Non è un problema, sul serio. Posso ancora ingoiare scarti di tessuto, materiale che mi occlude la gola, materiale che toglie il respiro. Tu sei materiale che mi toglie il respiro.
Ma quanto ti piace baciarmi?
Sulle labbra mi hai squarciato un sorriso, a tradimento. La felicità costa cara sul mio volto, è un capo di sartoria artigianale cucito apposta per la mia vita.
Mi piace baciarti perché è così che si ama la tenerezza, con uno scherzo, con la malizia dei bambini alle scuole elementari, alla ricreazione, a confidare nella forza degli unici tabù che è necessario rendere immortali. Parliamo senza fare nomi, inseguiamo stazioni di via crucis ma non ci fermiamo mai a pregare. Qui non è morto nessuno. Per noi mai nessuno è salito in croce. No, non è vero. E’ tuttavia bello pensare di non conoscere l’amore, il buio omega, la sparizione dell’ultimo essere umano, la solitudine di un pianeta che ha perduto la propria orbita.
Sai che significa, amore, andare alla deriva dove non c’è il tempo, senza sbattere contro i muri?
Preferisco lo schianto, io. Preferisco le spalle contro l’intonaco gelido. Il cemento mi conforta. La fine, il termine ultimo è sicurezza. Ciò che mi spaventa è l’incertezza dei limiti, è ciò che non è stato tracciato. Non sapere quanto in fondo ci si possa spingere.
L'amore a vent'anni siamo noi, che giaciamo perduti sulle balaustre delle terrazze, nelle discoteche desolate. L'amore a vent'anni è una festa dove non si balla, dove le nostre schiene affilano la notte. L'apocalisse, amore, è vicino. L'apocalisse di Genova, a vent'anni, i nostri corpi assemblati per l'eternità. È un progetto divino incastro ineluttabile che ci costringe insieme. Impossibile evitare la collisione delle bocche, crateri pieni di vino al banchetto che non ha ospiti se non noi. Ti ho voluto bene quando mi hai chiesto se fossi contento.
Lo sono, ti ho detto.
Avevi il timore di non rendermi felice.
Apri le tapparelle per favore. Ho bisogno di incrociare i tuoi occhi. Annidarmi nelle tue palpebre in chiusura. Rimanere strisciante per tutto il tuo volto. Rigarti la pelle come con un auto posteggiata male. Odio la consistenza delle tue mani, il derma viscoso. Non tollero la facilità con cui sostieni il termine ultimo del mare. Io per un'onda mi spezzo.
Sei contento?
Voglio solo che tu sia contento.
Sul treno di ritorno, mi hai reso felice.
Ancora prima, a Nervi, in una galleria d'arte, mi hai fotografato accanto a un quadro.
Ti assomiglia tantissimo, è incredibile!
Fossi per te opera d'arte, pittura rupestre da riconoscere con le dita negli abissi. Tu sapresti già a memoria l'erosione della mia pietra. Se si gioca, vinci tu.
Nel bagno di una discoteca, mi hai ritrovato risplendente di malizia di fronte a uno specchio. Turbato dal riflesso del mio volto, fallivo nel tentativo di risistemare i capelli.
Allo stipite, mi osservavi pieno di una stupida gioia. Pieno di ebbrezza, forse imbarazzo.
Smettila dai! Sei già bellissimo.
Ti ho sorriso, rimandandoti frantumi di me, un tesoro di vetro che scintilla e si rabbuglia.
Io ti ricordo per sempre alla finestra del salone, di quell'appartamento a Nervi, fumare una sigaretta senza fine. Le spalle a me voltate. Un coltello nascondo dietro la schiena. Arrivo di soppiatto, ti accarezzo tra le scapole. Vorrei pugnalarti e sparire. Vorrei sottrarti dal mondo, nasconderti come la polvere sotto i tappeti. Invece, a te concedo solo baci.
Tu eri lì senza che io lo sapessi. Tu eri lì, alle sette del mattino, il prato vuoto balbettante passi d’addio. Tu eri lì a fissare come il migliore dei voyeur. Telecamera in spalle, una vertigine alle ginocchia, un calcio allo stomaco. Le mie orecchie infiammate mentre bacio l’ultimo uomo che ho amato. Tu eri lì che guardavi, mentre al mattatoio incosciente mi donavo, mentre con un velo coperto il volto fingevo di sposare il nulla, credere ciecamente nel rombare dell’Audi che sarebbe tornata da me, bianco latte versato.
Tu eri lì come se ci fossi stato sempre, come se avessi contato i giorni, le occasioni, se avessi calcolato il futuro attraverso una probabilità logica. E quante ce n’erano? Che tu, quel caldo giorno di luglio, mi trovassi amante imputato - che il mio capo d’accusa fossi tu,alle mie spalle e non l’uomo dinanzi alla bocca.
Per questo è stato facile sgusciare dentro alle mie camera. Le avevi già viste tutte. Sapevi i libri accasciati negli scaffali. Sapevi la polvere sulle mensole. L’asciugamano del bagno blu. Sapevi l’odore delle mie lenzuola.
Quando il tempo è maturo, mi sono detto. Quando il tempo è maturo, tu voltati.
tu per me sei un po’ una beatrice santificata, un’icona sacra che osservo dietro le vetrate dei campus, nelle biblioteche dove studi. un tuo sorriso è già un canto da offertorio, mio signore. un tuo saluto è una mano di fuoco contro al petto, che affonda, che marchia il derma come fossi una mucca, vado al mattatoio a occhi aperti.
ti osservo giacere spesso dinanzi alle soglie: un passo e sei dentro e io invasato come un derviscio roteo.
ti osservo appeso agli stipiti delle porte e mi piaci inchiodato accanto a Barabba, perdere tutte le scommesse.
sei angelo delle feste in disco, cammini senza affondare su fiumi di alcol versato, camuffi il passato nei fianchi degli uomini voltati, sei martire di chi ami nel sepolcro di chi odi.
eppure oggi ti saluto e sorrido, ti dico ciao e basta, allora tu mi sorridi e basta.
Mi piace parlare con te della notte. Estenuante pensiero immortale che mi punti alla gola, mentre costipato ti attendo. Se non mi tocchi io mi estinguo, ti dico. Se non sei in agguato per le strade, rimango in casa. Ti appartengo con lo stessa danza delle prede dissolte con l'arrivo del giorno. Ti appartengo nell'attesa dei miracoli. Ti appartengo come acqua santa sulla fronte, poi sulla bocca, dentro alla gola. Se le strade sono sicure, non mi importa camminare. Io per te agito le anche solo dove il pericolo è vivente e cammina in marcia sopra la mia dorsale. Se tremo, un sisma ti sotterra di palazzi che hai lasciato indietro. Se mi lasci al freddo, il mondo ti si rivolta contro.
L’amore a vent’anni è mangiare l’oroscopo del giorno prima. E’ una profezia da luci da discoteca, globo stroboscopico che mette al mondo notti doppie senza fondo. L’amore a vent’anni è una festa in maschera con i volti coperti da passamontagna. L’amore a vent’anni è un omicidio sulla pista da ballo, senza nascondersi, con i fari da palcoscenico per uno spettacolo che va sempre in tour. L’amore a vent’anni sono gli occhi tuoi verdi di pozza stagnante, di fossa nel prato sventrata, di gravida pancia che si apre come una buccia d’arancia. A vent’anni ti do fuoco sempre se ti bacio. Se ti bacio mi passa uno pneumatico contro la guancia. Se ti bacio giaccio disteso sull’asfalto sotto un camion in moto.
Il racconto della vita degli altri è un prodotto letterario. La tensione, il discioglimento finale. I personaggi tutti oggetti della finzione. Esistiamo ancora e in che grado?
La notte mi soffoco di lenzuola. Ho gli occhi sempre aperti perché mi hanno strappato le palpebre. La mia condanna è di vedere tutto.
In questi mesi sono uscito con un paio di ragazzi, niente più. Ho baciato un tipo ad una festa e ne sono rimasto disgustato. Volevo portarlo a letto ma quando l’ho scoperto solo composto di carne e sangue volevo spaccargli il cranio per vedere cosa ci fosse dentro.
Ho bisogno di sventrare un’albicocca, ho bisogno di irriducibile vita. Niente polpa e solo nocciolo. Ho bisogno di essere uranio impoverito. Voglio amore nucleare.
Vado avanti a pane e arance. Vado avanti e scrivo poco.
Il karma non mi presenta mai i conti corretti, così sbaglio ancora di più.
Ho trascorso gli ultimi mesi dormendo con un ragazzo che non ho mai baciato né sfiorato. Mi sono chiesto chi fosse l’uomo con cui divido i pasti e il letto. Il mio ragazzo? Un mio amico e fratello?
Poi lui parte per Venezia e io rifiuto la sua esistenza. Anche lui oggetto di finzione. Grado ontologico uno sottozero.
Mi hanno offerto un lavoro come modello di intimo. Per fare carriera bastava offrire prestazioni sessuali ad un uomo di settantanni. Mi ha strisciato mille euro sotto al naso. Gli ho sputato in volto. Sono andato via.
Di chi è la colpa?
Forse mia, del mio volto, delle mie fattezze. Forse me la sono cercata. Forse del modo in cui assemblo i passi uno dopo l’altro, del mio lessico, dei miei zigomi.
Mi sento brutto.
L’unico ragazzo a cui volevo dare affetto mi ha risposto di sentirsi spaventato intellettualmente da me.
Non sapevo, non pensavo. Mi credevo inferiore. Non posso competere, mi sono detto. Poi lo schianto. In realtà non entro in nessuna gara. Corro da solo e mi spavento per la mia miseria che non viene compresa.
ti penso spesso
oh
come stai?
quiescente
Adesso succede, adesso io sento qualcosa più lieve del battito fondo che proviene dalla miniere. E’ il disordine che raggruma e poi sputa, è il sangue nato rappreso che invece scola, gronda dolciastro in barile di caramello in industrie per dolci morbidi senz’aria: soffoco, soffoco in te il mio nome, il tuo, il perdono, il cilicio che stringo alla mia gamba, il silenzio che tengo nella mia tomba già predisposta, mi han detto sette metri sotto al petto giace una radice di pianta grassa, giace humus e preistoria falsa.
Da quando torni come fantasma dormo con l’anta dell’armadio aperta. Se la chiudo tu risorgi dalle maniche dei maglioni sporchi.
Da quando ho deciso che non torni perché non ti voglio tu affondi nel cestino della mia spazzatura: tabacco indolente e seccato, bottiglia di plastica raggrinzita ed esclamante sete, organico che brama boccate di fango. E’ santo, è santo il futuro, l’amore che verrà.
Il collo bianco suo contro i capelli rossi poesia. L’orecchino dorato, il cappotto nero. Io lecco il suo collo e non più il tuo. Ma anche lui vive distante, la notte poi scavalca l’ultimo tornante e va lontano, oltre le metropolitane. I pullman lentissimi lo cullano verso Venezia.
E tu Roma.
E io Torino.
E’ santo il futuro, è fango il passato. Lo rimesto la notte piangendo dalle nocche.
Lo rimesto e ci trovo reliquie di beato, le ossa dei morti le mangio solo in Novembre.
E’ santo l’amore che verrà.
Sarà alto, più alto degli altri, al collo nessun cappio ma una cinta di oro splendente. Denti Inox. Già mi guarda come si guarda il coltello invischiato di marmellata e grasso. Poi mi spalma su una fetta di pane.
Siamo lontani dalla pianura Padana.
Che Dio ci benedica.
Da qua, amore mio, ti voglio portare via. Tu ti meriti il mare, i teatri greci, la pietra lavica, le palme, i vulcani, l’ustione d’estate che ti sbuccia la scorza, che la solleva e rimani scattante meccanismo di muscoli amari.
Un mio bacio e ti rompi, un mio bacio e ti spezzi e mai ti pieghi.