Storia di un albero di Natale
Per i miei bimbi e per tutti gli adulti che credono alle favole.
C'era un volta, e c'è ancora, un abete triste ed infelice. Timido ed insicuro, sognava ogni giorno di diventare come le rose che crescevano accanto a lui: colorate, con quel profumo delicato che si diffondeva per tutto il giardino quando i raggi del sole, all'alba, le accarezzavano con mani gentili. Avevano le spine, è vero, per questo non si fidava del tutto di loro. Ma erano così belle! Lui no. Lui era verde. Solo verde. Sempre verde. Così passava le sue giornate ad ammirare quelle strane creature, pensando che era un vero peccato che fossero cosi pigre ed altezzose, perché se ne stavano a dormire tutto l'inverno e regalavano i loro petali odorosi solo per pochi mesi all'anno. E poi, si stancavano subito! L'essere umano che le accudiva, aveva un gran daffare ad innaffiarle, toglier loro i pidocchi (che vergogna! Delle rose coi pidocchi!), e loro, come ringraziamento, fiorivano per qualche giorno e poi, puff, stanche morte lasciavano cadere i loro petali ai piedi dell'abete che, senza farsi vedere, li raccoglieva ad uno ad uno. Li conservava in una bella scatola di legno e quando arrivava l'inverno, e le rose se ne andavano a dormire, indossava quei petali ormai sbiaditi ed accartocciati. Si guardava allo specchio sentendosi un re, ma quello che vedeva, ahimè, ogni anno, non era una bellissima rosa, ma un sempreverde addobbato con vecchi petali rinsecchiti. Si guardava. E si sentiva ridicolo.
Un mattino però, mentre così agghindato si aggirava sconsolato per il giardino silenzioso, si accorse che una rosa rossa, risvegliata di soprassalto da un caldo raggio di sole, inaspettato a novembre, lo stava osservando nascosta tra i rami dell'agrifoglio.
L'abete arrossì per la vergogna, si tolse in fretta e furia tutti i petali di rosa e corse a nascondersi nell'angolo più lontano del giardino, vicino al melograno spoglio. Lui, il melograno, era un gran lavoratore! Foglie, fiori come campanelle a richiamare api e colibrì, e poi quei frutti rossi come il sangue. Tanti. Tantissimi! Per forza, quando arrivava il freddo, non ce la faceva più! Mica come le rose!
L'abete si sentì un vero stupido, e per la rabbia divenne ancora più rosso. «Non sarò mai una rosa!» urlava, come nessuno mai lo aveva sentito fare. «Non potrò mai essere una rosa!». E mentre gridava queste parole, agitava al vento i suoi lunghi rami verdi, che brillavano al sole e parevano delle enormi ali d'angelo.
Tutti gli alberi del giardino rimasero a bocca aperta. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi a quello strano sempreverde che sembrava come impazzito!
Ma guardarlo era davvero uno spettacolo! Quell'alberello triste, insignificante, con le spalle sempre curve e le braccia in balia di ogni alito di vento, all'improvviso sembrava agli occhi degli altri alberi un vero re della foresta. Con la schiena dritta, e le sue lunghe braccia spalancate, toccava il cielo!
In preda alla sua furia, l'abete non si era accorto che la rosa, con passi di velluto, si era piano piano avvicinata. Assonnata ed infreddolita, lasciò cadere tutte le sue spine e dolcemente si arrampicò sul tronco dell'albero che, all'improvviso, si calmò.
Il calore di quell'abbraccio, mai provato prima, lasciò l'abete senza fiato. Non sapeva cosa fare né cosa dire. Stava lì, muto, con quelle sue ali rivolte verso il cielo. La rosa gli si attorcigliò sul tronco fino ad arrivargli all'orecchio e gli sussurrò: «Sei bellissimo quando diventi rosso…» e si staccò un petalo che pareva proprio un cuore, un piccolo cuore rosso, e lo appuntò sul petto dell'albero.
«Non potrai mai essere una rosa» gli disse «perché non è nella tua natura».
A quelle semplici parole, l'abete cominciò a piangere, ma le sue lacrime erano delle meravigliose perle del colore dell'ambra che in un batter d'occhio riempirono il giardino di un profumo così intenso che l'albero stesso se ne stupì. Non era come il profumo delle sue amate rose, dolce e delicato; il suo era un profumo forte, pungente, che lo faceva pensare a lunghe corse a perdifiato, a picchi innevati e cieli azzurri ed al tepore di un camino acceso.
Allora l'abete, con il suo fragile petalo di rosa rossa al petto, corse a guardarsi allo specchio: l'immagine riflessa era quella di un abete fiero, tenace, maestoso. Si trovò bellissimo. E pensò che la sua amica rosa aveva ragione: il rosso gli donava! Spiccava, quel piccolo petalo color del cuore, tra i suoi lunghi rami , che per la prima volta non apparivano più ai suoi occhi come sempre verdi, bensì straordinariamente verdi!
E a ben guardare, non di un verde soltanto: si poteva riconoscere il verde della felce, quello del muschio, quello dell'oliva e persino quello dello smeraldo!
Decise che non si sarebbe mai più addobbato con quei vecchi petali di rosa rinsecchiti! D'ora in poi si sarebbe vestito solo di rosso! Prese la sua bella scatola di legno, gettò tutti i petali che aveva negli anni conservato e cominciò a pensare a qualcosa di rosso.
«Rosso… Rosso…» ripeteva tra sé e sé. Ma non gli veniva in mente nulla. Nessun oggetto rosso da poter mettere in quella scatola.
Allora prese tra le mani il piccolo petalo del color del cuore che gli aveva regalato la sua amica rosa, chiuse gli occhi e pensò se tra le cose che da bambino lo rendevano felice, ce ne fosse stata almeno una rossa.
La cosa più rossa che gli venisse in mente erano i caldi, dolci baci col rossetto che la sua mamma gli stampava sulla fronte. La sua mamma ora era un angelo. Bisognava trovare un angelo rosso! Ma non un angelo qualsiasi, perché la sua mamma era speciale, con quella chioma sempre ben pettinata, i suoi vestiti eleganti, le borsette frou frou.
Doveva trovare un angelo rosso che assomigliasse alla sua mamma! Quando lo trovò, mise la sua mamma-angelo vicino al petalo rosso che le aveva regalato la sua amica rosa. Era perfetto!
Allora si ricordò che anche la mano forte del suo papà era rossa, quella mano che tante volte aveva stretto la sua nei giorni di tempesta e lo aveva fatto sentire al sicuro. Era rossa anche la musica che suonavano le sue sorelle e i suoi fratelli alberi, quando il vento si divertiva a scompigliar loro le chiome e a far volare le gonne. E le risate dei cuccioli degli umani che correvano in giardino… anche quelle se le immaginava rosse… E lo sguardo buono e profondo di quel grosso cane nero che nei caldi pomeriggi d'estate si sdraiava all'ombra dei suoi rami… Anche quello aveva qualcosa di rosso…
Capì in quel preciso istante che se avesse voluto diventare il più bel abete che si fosse mai visto, avrebbe dovuto addobbarsi con i propri sentimenti, quelli rossi come il petalo a forma di cuore che portava, fiero, ormai da giorni, appuntato al petto.
Quando gli alberi del giardino si svegliarono, la mattina dell'8 dicembre, si trovarono di fronte l'abete più bello, profumato, luminoso e colorato che avessero mai visto! Tra i suoi rami pendevano un numero infinito di cuori, angeli, stelle, slitte, babbi Natale, calzette, cagnolini, casette, caramelle, biscotti… Gli uccellini, richiamati da tanto scintillio, cinguettavano e svolazzavano felici tra i rami dell'abete, facendo danzare dolcemente i pendagli rossi, che con la complicità dei raggi del sole, sembravano brillare come diamanti. Persino le stelle, quando la notte calò, decisero di scendere dal cielo e si appoggiarono tra gli aghi dell'abete, illuminandolo, nella notte buia, come tante lampadine.
Una stella cometa richiamata da tanto clamore, volle scendere a vedere cosa stava succedendo in quel magico giardino. Lei veniva da molto lontano e quando si trovò di fronte all'abete, la notte di Natale, rimase senza parole: avrebbe voluto fermarsi, ma si sa, le stelle comete hanno sempre una gran fretta! Con lei viaggiava un piccolo pupazzo di neve, da qualcuno dimenticato nelle gelide terre del Nord. La stella cometa lo aveva conosciuto in uno dei suoi tanti viaggi: era un tipo molto buffo e indossava una giacca scozzese ,una sciarpa verde ,un cappello a cilindro e delle manopole di panno blu. Ma era divertente ed erano diventati subito grandi amici, tanto che la stella cometa aveva deciso di portarlo con sé, nonostante la sua presenza la rallentasse molto nei suoi lunghi e rocamboleschi viaggi.
Il pupazzo di neve, quando vide l'abete, non riuscì a resistere alla tentazione di arrampicarvisi sopra, fino alla cima, dove i rami dell'albero parevano toccare il cielo.
Rimase lì, con un sorriso stampato sulla faccia e le braccia spalancate ad imitare quelle del suo nuovo amico albero.
La stella cometa, guardando il pupazzo di neve, capì che questa volta non l'avrebbe seguita nel suo nuovo viaggio. Ma non era triste, perché quel buffo, stravagante, nostalgico pupazzo di neve aveva trovato una famiglia su quel meravigliosamente rosso albero del Natale.