Dino Buzzati, via San Marco 12 e noi
La prima casa di Dino Buzzati a Milano fu un appartamento al primo piano di via San Marco 12. In quel bel palazzo ottocentesco, dove anche la mia famiglia nacque e io crebbi, Buzzati abitò fino al 1919. Il suo appartamento era forse lo stesso (ma non so verificare) che i miei genitori presero in affitto nel 1965, quando si sposarono.
Qualche anno più tardi, più o meno quando nacqui io, nel 1969, papà Giancarlo e mamma Sylva (foto sotto) fecero uno scambio: lasciarono i locali del primo piano a una inquilina sola, che cercava una casa più piccola, e presero il suo posto nel più grande e comodo appartamento che abitava al quarto. Lì, io e i miei avremmo vissuto gran parte della nostra vita, fino ai primi anni '90. Pagando una pigione, occorre dire, risibile: come tutti gli inquilini di allora, del resto, famiglie affittuarie di lunghissimo periodo.
Il proprietario dell’intero stabile (lo era divenuto molti anni dopo Buzzati) era il signor Mario Mapelli, che di mestiere faceva il direttore amministrativo del Corriere della Sera, come suo padre Alberto prima di lui. Una vera personalità, sulla cui leggendaria parsimonia fiorirono gustosi aneddoti: nelle loro storie del “Corriere” lo citano Massimo Mucchetti, Egidio Sterpa, Glauco Licata, Sandro Rizzi, Pier Luigi Vercesi. Immagino che sia stato lui, grazie alle sue relazioni, a voler prendere nel suo stabile, come inquilini, diverse “firme” di grandi giornali. Non solo mio padre Giancarlo Rizza - una vita a “il Giorno” a occuparsi di nera-, ma anche Dario Mellone, gran pittore e disegnatore: proprio su invito di Buzzati (eccolo che ritorna, nei suoi legami con via San Marco 12), Mellone nel 1950 aveva iniziato a collaborare con la Domenica del Corriere, e nel '67 era poi divenuto illustratore dei fatti di cronaca per le pagine del quotidiano di via Solferino. In via San Marco abitarono anche una collega della Rai e Pier Augusto Macchi detto PAM, storico segretario di redazione del “Corriere”, che si stabilì sopra di noi con la moglie Lydia Sansoni, nota disegnatrice, e i figli Michelangelo e Alfredo, quest'ultimo pure un collega, dal momento che diventò un volto del Tg4.
Una casa di giornalisti, dunque, ma anche di artisti e intellettuali: oltre a Mellone, il famoso pittore Domenico Purificato (foto sopra, da wikipedia), che fu direttore dell'Accademia di Brera, allestì per qualche tempo al 12 il suo atelier (ma nel secondo cortile: quindi al di là delle colonne d'Ercole, per noi della parte nobile).
Oppure il grande scultore Benedetto Pietrogrande, marito della signora Mariuccia, padre del pittore Lorenzo e di Chiara, musicista, e Paola, artista (foto sopra, da www.benedettopietrogrande.it). I Pietrogrande erano una famiglia numerosa. Nel loro appartamento del secondo piano (che era stato di un altro famoso pittore, Filippo De Gasperi) vivevano anche i nonni: Stefania Interdonato, insigne umanista, e Piero Scazzoso, celeberrimo cattedratico alla Cattolica, dove era docente di Letteratura greca. Esperto tra i massimi di filologia bizantina, organizzava in casa dei simposii ai quali partecipavano archimandriti con i loro pittoreschi costumi ortodossi.
Quando Mapelli padre morì, nel novembre del 1984 (leggi, sotto, il ritaglio dal "Corriere" del 2 dicembre 1984), lo stabile finì agli eredi. Il mercato degli affitti, nel frattempo, stava esplodendo.
Resisteva, isola nella tempesta, la parrocchia di San Marco, i cui piccoli appartamenti venivano dati in affitto per cifre simboliche ai diseredati. Ma i prezzi folli, di lì a pochi anni, avrebbero spazzato via i commercianti, gli artigiani, le latterie, le botteghe dei riparatori di biciclette, i baretti con bigliardo rifugio degli studenti del “Parini” che bigiavano, e poi tante famiglie della media borghesia. Tutte persone e atmosfere che popolano i ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza, trascorse in una zona Brera unica per bellezza ed eleganza, ma, al tempo stesso, semplice, umana, popolare. Con i vicini pareva di condividere tratti non banali di esistenza quotidiana. Così, almeno, mi suggeriscono le sensazioni di oggi, forse deformate dalla luce opaca del ricordo. Non dimentico i Pasqualino dirimpettai di pianerottolo, lui importante pubblicitario, lei, Elena, sorella di Piero Manzoni, l'inventore della Merda d'artista (morto nel '63, lui pure aveva vissuto lì): avevano cinque figlie vivacissime, e fra loro la povera Pippa Bacca, la “sposa in viaggio” che qualche anno fa hanno ammazzato in Turchia durante la sua performance artistica; o l'inquilino del piano di sotto, Giovanni Cobolli-Gigli, pezzo grosso della Rinascente e poi presidente della Juventus, che una notte d'estate sorprese me e mia madre, di ritorno dal mare, con la roba sporca infilata alla bell'e meglio nei sacchi neri: «Signora, deve essere stata una vacanza indimenticabile...». In certi frammenti, richiamati alla memoria e rivalutati a ritroso, paiono brillare anticipazioni ironiche dell'oggi. Mia madre si affacciava alla finestra della cucina, che dava sul cortile interno, e salutava l'anziana signora Pina, la sarta del 14, che un giorno, tutta compresa, rivendicò con orgoglio: «Dei cinesi sono venuti da me con dieci milioni in contanti, ma i miei modellini non glieli ho mica venduti, sa?! Non sono scema, è il lavoro di una vita!». Dopo la Pina, a Milano, chi altri avrebbe più detto “no” alle profferte liquide dei cinesi?
Ce ne andammo finalmente anche noi, da via San Marco 12, e pazienza. Mellone no: rimase, con pochi altri degli storici inquilini. È morto nel 2000. Nella fondazione a lui intitolata sono impegnati degli eredi Mapelli, i Villoresi. E proprio Valerio Villoresi, in un bel volume dedicato al Mellone illustratore del “Corriere” (Da Milano alla luna, edito da Skira nel 2020), ha firmato un articolo intitolato Il salotto artistico e letterario di via San Marco 12, raccontando come il bisnonno Alberto Mapelli, vero anfitrione, avesse acquistato a inizio '900 il palazzo iniziando a farne una sorta di “nido” di intellettuali e artisti.
A distanza di tanti anni mi accorgo che restano dei fili sottili, quasi enigmatiche coincidenze, nel ricordo, tra la piccola storia di noi Rizza e la grande storia di Buzzati, del quale peraltro era impressionante la somiglianza con mio padre, come un giorno gli fece notare, sgranando gli occhi per la meraviglia, la stessa segretaria dello scrittore. Il legame con Buzzati non viveva solo nella coincidenza rappresentata dalla casa di via San Marco 12, ma anche nell'amore, quasi una fissazione, che io e i miei abbiamo sempre nutrito per il Poema a fumetti, un'opera di culto quasi famigliare, per così dire, che nella mia personale formazione e nella mia crescita emotiva occupa un posto del tutto particolare. Fin da bambino, lo avvertivo come un libro proibito. Lo compulsavo quasi di nascosto, provando i primi fremiti, le prime eccitazioni alla vista delle streghe nude: erano le conturbanti, inquietanti tavole che Buzzati stesso disegnò per trasporre il mito di Orfeo ed Euridice nella “nostra” zona e nella nostra epoca, nella oscura e spaventevole, ma immaginaria, via Saterna, tra largo la Foppa e via Solferino. Una via che non esiste. O non esiste più, come la via San Marco che ricordo io. SERGIO RIZZA













