"Quando tornai in Algeria dopo undici anni di assenza, mia madre mi fece il caffè. In Italia avevo imparato a berlo amaro, nella ghurba, nell'esilio, si cambia anche in questo. Da noi si beve con quattro o cinque cucchiaini di zucchero, più zucchero che caffè. Lei me lo portò con lo zucchero a parte, come sempre. Rifiutai lo zucchero. Mi guardò a lungo, con una serietà che non le avevo mai visto, e disse: lo sai, avevo un figlio. È andato via un giorno e non è mai più tornato. Pensavo fossi tu quel figlio. Molti sono venuti a dirmi che mio figlio era morto, ma non ci credevo. Fino a oggi. Cercai di interrogarla su quel figlio partito senza tornare, sapendo bene che nessuno dei miei fratelli era emigrato. Lei, senza scomporsi, mi disse: tu hai preso il posto di mio figlio. Sono il primo di nove figli. Ho dovuto raccontarle cose che sappiamo solo io e lei per convincerla che ero suo figlio. Che ero ancora vivo. Mia madre, che non ha mai imparato a leggere né a scrivere, mi ha insegnato quello che nessun libro mi aveva detto con altrettanta precisione. L'immigrato conosce la morte in vita. Muore a degli affetti, a una lingua, a dei paesaggi. Rinasce altrove ad altri affetti, un'altra lingua, altri paesaggi. Ma per chi resta, quella partenza è già sepoltura. E chi torna, torna come un altro: il figlio che era partito non è mai più tornato. Al suo posto è arrivato qualcuno che conosce gli stessi segreti, ma beve il caffè amaro"
(Tahar Lamri, scrittore algerino che vive in Italia da anni)















