#Altan
La Striscia Rossa
I'd rather be in outer space 🛸

Love Begins
TMBGareOK. The Official They Might Be Giants tumblr
EXPECTATIONS
The Bowery Presents
No title available
almost home
Cosimo Galluzzi

Discoholic 🪩
Monterey Bay Aquarium
Claire Keane
art blog(derogatory)
No title available

PR's Tumblrdome
h
Interview Vampire Daily
Lint Roller? I Barely Know Her

Origami Around

#extradirty

shark vs the universe
seen from United States
seen from Argentina

seen from Canada
seen from Venezuela

seen from Georgia

seen from Canada

seen from Türkiye
seen from France

seen from Indonesia
seen from Trinidad & Tobago
seen from Jamaica

seen from Malaysia
seen from United States

seen from United States

seen from Italy

seen from Georgia
seen from Ecuador
seen from Canada

seen from United States
seen from Netherlands
@sifossifocoardereilomondo
#Altan
La Striscia Rossa
Una parlata, un accento, un dialetto è un codice, ma anche un luogo. E ciò che urta della rappresentazione di (Z)ZeroCalcare è che la periferia è protagonista autosufficiente, che non si rappresenta necessariamente in contrasto, che ha trovato le sue maniere, di certo dolorose, ingiuste e imperfette, e la sua ragione d’essere, senza sentirsi in dovere di dare spazio o importanza al centro, ai centri. Così distanti che non è più necessario nemmeno nominarli. Il racconto generazionale, se sentissi la necessità di cercarlo, lo troverei qui: abbiamo dovuto fare a meno del rispetto e della considerazione di chi ha ridotto le nostre esistenze in frantumi, siamo diventati in un certo senso corpi marginali autosufficienti nelle città, non lo abbiamo mai espresso per non sentirci vittime; ora che lo rivendichiamo è una verità che non tutti vogliono ascoltare. Dirlo nelle lingue nostre è qualcosa di facile da recriminare (non vi capiamo) e insieme l’affronto più grande, perché è come prendere parola in quella lingua/luogo che il centro credeva di aver eliminato dal discorso. È difficile da ricevere perché il centro si rappresenta come unico luogo in grado di produrre narrazioni. Se questo è il trattamento pubblico riservato a un dialetto, immaginiamo la discriminazione invisibile che si consuma davanti a chi non padroneggia né dialetto, né italiano...
...Il punto di partenza: un ambiente geografico quale una provincia del sud in cui il dialetto si parla fluentemente e in cui sono anche presenti elementi di analfabetismo. Per il centro ricco e produttivo, dialetti e parlate sono un codice indecifrabile, un’esclusione socialmente accettata, giustificata e normalizzata dal discorso pubblico: non ti capiamo, dunque non ci sentiamo in dovere di prenderti in considerazione, anche se il problema nel margine è causato dal centro. Per il centro ricco e produttivo, l’analfabetismo non è percepito come una responsabilità storica e sociale condivisa, come la possibilità negata di ridurre in segni intellegibili l’incredibile vitalità di un vocabolario e di un ecosistema che piuttosto ha dovuto sviluppare altre capacità per adattarsi alla sola forma orale. È così che si arriva al punto in cui si considera la lingua italiana, quella ufficiale, come unica forma possibile di comunicazione, cultura e presenza. Tutto quello che è diverso dal codice del centro è assente, è assenza. Eppure succedono un sacco di cose nei margini.
L'articolo completo di Giusi Palomba
Uno dei livelli di lettura dei fumetti di Zerocalcare, e ora anche della serie Strappare lungo i bordi, forse ancora più identitario della t
Valigia Blu
“HO PAURA DI DIVENTARE UNA POETESSA”. IN MEMORIA DI KATERINA GOGOU, UN’ARTISTA VOLUTAMENTE IGNORATA: DONNA, LIBERTARIA, SUICIDA, CONDANNÒ SENZA APPELLO IL REGIME DEI COLONNELLI
“Quello che mi spaventa di più,
è diventare una “poetessa”...
Chiudermi nella stanza
osservando il mare
e dimenticare…”
Poche righe di una sua celebre poesia descrivono meglio di qualunque altra parola la vita e la storia di Katerina Gogou. Poche righe che contengono un invito all’azione individuale, e non solo. Un messaggio libertario, un messaggio di rifiuto per le numerose ipocrisie della società.
Katerina nasce il primo giugno del 1940 in Grecia, il paese che la vedrà crescere e maturare non solo in ambito poetico, ma anche come attrice. Eppure oggi, persino nel paese ellenico, è difficilissimo procurarsi una sua poesia o una sua opera. Perché il lavoro di Katerina è sempre stato scomodo. Non scomodo verso questo o quel partito, verso un solo governo, ma contro chiunque volesse, a modo suo, reprimere l’anelito di libertà dei giovani greci.
Poetessa e attrice, dicevamo. Quando era ancora una ragazza fu più la seconda che la prima. Suo malgrado, si ritrovò a lavorare nei teatri della Grecia del secondo dopoguerra e in seguito dei colonnelli, dove i ruoli femminili si limitavano a riproporre modelli patriarcali e capitalisti.
Fu anche “grazie” a certi ruoli che Katerina iniziò a sviluppare una coscienza femminista e a interessarsi a questioni di genere e ai diritti LGBT. E proprio questi suoi interessi la misero all’angolo non solo nel contesto della società greca prima, durante e dopo la dittatura dei colonnelli, ma anche all’interno del campo degli oppositori politici che andavano dai comunisti del KKE agli anarchici.
In particolare veniva visto con disprezzo il suo interesse verso la prostituzione e il tentativo di sviscerarne le origini e la questione sociale alla base del fenomeno stesso. Particolarmente aggressivo fu poi il suo attacco contro il Partito Comunista Greco, che tentò di monopolizzare il dissenso contro i governi post-giunta, arrivando persino a inviare squadre di picchiatori contro gli anarchici e altri dissidenti di sinistra. Ma nel frattempo in questi ambienti e in tutto il quartiere ateniese di Exarcheia, Katerina divenne un simbolo, sempre in prima fila durante i cortei, voce libera di critica a ogni tipo di oppressione, attrice in film “scomodi” e di denuncia. Anche per questo ai suoi funerali, nell’ottobre del 1993, erano presenti migliaia di persone. Katerina era stata ritrovata priva di vita in casa sua, il decesso era stato causato da un abuso di farmaci e alcool. E se, come detto, è ancora oggi difficile procurarsi i suoi film o le sue opere, la sua spinta irrefrenabile verso la libertà e contro ogni potere vive ancora nel cuore di Exarcheia e di tutta la Grecia.
Cannibali e Re
Cronache Ribelli
La sua storia è raccontata anche nel secondo volume di Cronache Ribelli, che trovate qui:
https://bit.ly/3pr0znL
Lascia calmare...
Cosa succede dopo che ti hanno ammazzata?
"Sono il padre di una ragazza meravigliosa uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla. Mia figlia aveva 35 anni e morì di coltello per mano del padre dei suoi figli. Lei era con i suoi bambini, quel giorno di marzo del 2015: teneva per mano la piccola di tre anni ed era accanto al più grande, di sei. L’assassino li sorprese davanti alla porta di casa e mia figlia non ebbe scampo. I bambini la videro nel sangue prima che il grande riuscisse a portar via la sorellina e fuggire dalla vicina per chiedere aiuto, mentre suo padre gridava «bastardo, dove scappi?».
Da quel giorno io, mia moglie e i nostri nipotini facciamo parte di quella marea di persone che si chiamano «vittime collaterali», gente che ha perduto tanto o tutto e che però è ancora qui, con tutto il dolore e le difficoltà del dopo. Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi. Sulle difficoltà del dopo. Vorrei che per qualche minuto chi legge provasse a immaginarsi nei nostri panni, a seguire la nostra sofferenza e a capire la nostra solitudine immensa. Siamo soli ogni santo giorno, vessati da una burocrazia a dir poco molesta, da regole a volte incomprensibili e pagamenti che per decenza nessuno dovrebbe chiederci.
Fra pochi giorni si celebrerà, come ogni anno, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ogni anno sento nomi nuovi nell’elenco infinito delle vite perdute e mi chiedo: cosa celebriamo se non cambia mai niente? Mia figlia ne sapeva qualcosa, di violenza. E parlo quasi esclusivamente di violenza psicologica, perché quell’uomo in questo era un professionista: nell’umiliarla, minacciarla, farla sentire una nullità. E se la prendeva anche con i suoi figli: svegliava il maschietto di notte per fargli paura, gli diceva cose orribili, lo trattava male. Un orco. Ogni volta, quando si parla di femminicidi la parola d’ordine è: denunciate, non rimanete in silenzio. Mia figlia lo aveva fatto. Sette mesi prima di essere uccisa era andata dai carabinieri, si era rivolta al consultorio familiare, aveva raccontato dei maltrattamenti subiti, aveva avviato un procedimento penale. Ma le cose invece di migliorare peggiorarono in fretta e quel momento lì — quello della denuncia — è stato per lei la condanna.
E così siamo rimasti io e mia moglie con le sue creature innocenti, bambini fantastici che ogni minuto delle loro piccole vite lottano per non annegare nel mare dei cattivi ricordi. Io ho 74 anni, mia moglie 67. Siamo vecchi, diciamocelo. Ma dobbiamo sperare che la salute ci assista ancora a lungo perché questi piccoli hanno bisogno di noi. Le nostre energie non sono infinite e molte ne abbiamo sprecate per seguire i tre gradi di giudizio per l’omicidio. Altre se ne sono andate per tormenti giudiziari diversi: le cause civili per l’affido dei piccoli, quella per gli alimenti (i genitori di lui pagano per i bimbi 800 euro al mese), quella per escludere che la famiglia di lui possa avere notizie dirette sui bambini, quella penale per i maltrattamenti che mia figlia stessa aveva cominciato (anche lì dal primo grado alla Cassazione). E ora ne avremo un’altra per togliere a lui i diritti sulla casa.
Non è possibile, perché non è umano, descrivere il grado di complicazioni e burocrazia che c’è dietro tutto questo. Passo giorni interi fra rendiconti ai servizi sociali, giudice tutelare, fila davanti a qualche sportello, tribunale dei minori... Uno sfinimento che non auguro a nessuno.
Io e mia moglie siamo ex insegnanti e abbiamo una pensione dignitosa ma certo non ricca, e il finale delle nostre vite non è proprio come lo avevamo immaginato. Da quando è successo il fatto dobbiamo per forza di cose tirare la cinghia, non ci siamo più comprati nemmeno un paio di scarpe o un vestito — per dire — né tolti uno sfizio. Tutto è per loro, per i bambini, com’è giusto che sia.
Siamo ogni giorno alle prese con i loro psicologi perché ne hanno bisogno come l’aria, con gli insegnanti di sostegno, con le spese che sono necessarie in ogni famiglia per due bimbetti di quell’età. In questi anni, poi, abbiamo speso un mare di soldi in avvocati, salvo uno di loro che ci ha assistito gratis e che non finiremo mai di ringraziare. Stiamo pagando la parte di mutuo sulla casa che mia figlia non aveva ancora estinto ma anche quella che toccherebbe all’assassino, perché lui non la paga e se non lo facessimo noi la banca la pignorerebbe, ai bambini non rimarrebbe nulla e noi non abbiamo un conto in banca che garantisca un po’ di tranquillità nel loro futuro. Il Comune in cui viviamo ci ha riconosciuto 4 euro al giorno di aiuto per ciascun bambino ma il pagamento è fermo al 2016, poi più nulla. Non sappiamo neanche più quanto spendiamo fra occhiali, visite mediche o medicine per farli dormire perché dormire è un tormento. Dio solo sa cos’è successo nelle teste di questi due bambini dal giorno dell’omicidio. Riescono a prendere sonno soltanto abbracciati a mia moglie, tutti e due. Li spaventa ogni rumore, ogni persona adulta che si avvicina, anche se con il tempo stanno lentamente migliorando. Sono terrorizzati dall’idea che un giorno il loro papà possa ripresentarsi perché vivono nella certezza che voglia tornare per ucciderli.
Lui ha preso 30 anni per l’omicidio e altri 4 anni e 8 mesi per i maltrattamenti, ma non c’è un numero di anni di prigione che tolga la paura. Più di una volta ho dovuto portare il bambino davanti a un carcere vicino alla nostra città per vedere le guardie, le sbarre, il filo spinato e le camionette perché lo tranquillizzava. La loro domanda più ricorrente è: «Nonno, le sbarre non si possono aprire con un coltello, vero?», oppure — quando vedono gli altri bambini con i loro genitori —: «Perché abbiamo avuto un papà che ha ucciso la mamma?».
Io e mia moglie dobbiamo sempre avere la prontezza per rispondere bene, per sorridere, anche se delle volte ci verrebbe da piangere. Ogni tanto arriviamo a pensare che nostra figlia morendo abbia finito di soffrire e che quasi quasi è andata meglio a lei... Ma poi sentiamo la vocina dei bimbi che vengono a darci un bacetto e a dirci «siete i nonni migliori del mondo» e ritroviamo le forze per andare avanti. Noi «vittime collaterali» abbiamo l’obbligo di essere forti, è una questione di sopravvivenza. Vorremmo solo che le istituzioni ci fossero più vicine invece che esserci quasi nemiche, vorremmo che ci semplificassero un po’ la vita. Nel nome di nostra figlia e di tutte le altre.
[Testo raccolto da Giusi Fasano - Corriere della Sera]
Valigia Blu
La notte tra il 24 e il 25 novembre 1943, i fascisti arrestano i sette fratelli Cervi e poco più di un mese dopo, il 28 dicembre, li portarono al poligono di tiro di Reggio Emilia per fucilarli insieme a Quarto Camurri.
Mai DIMENTICARE
#fratellicervi
#live #banda #popolare #emilia #rossa #Modena #guitar #chitarra #violin #violino #percussion #percussionista #pianoforte #piano #voice #voce #bass #drums #keyboard #rebel #ribelle #Notav #Antifa
Banda POPolare dell'Emilia Rossa
#Antifascist #Revolution
Lunga è la notte
Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
né il canto del gallo,
né il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.
Peppino Impastato
sprofondati nell’abisso
Ogni tanto una buona notizia, si è conclusa con l'archiviazione l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per #GianAndreaFranchi e la moglie #LorenaFornasir volontari triestini impegnati ad assistere le persone provenienti dalla #rottabalcanica. La solidarietà non è reato.
Diritti umani e Giustizia sociale
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Eugenio Montale.
- Serata giochi da tavolo! Tutti pronti?
- Avete notato come la serata giochi da tavolo abbia sostituito senza che ce ne accorgessimo la serata droga?
- Zitti! Questa sera: Trivial.
- No!
- Trivial no, dai!
- Ma è bello.
- Ho capito che è bello, ma ci abbiamo giocato allo sfinimento, Sergej conosce tutte le risposte a memoria.
- Lago Pistono, Scipione l'Africano, Quinto Secolo avanti Cristo, il transistor…
- Sentilo, pare Rain Man, non c'è più gusto.
- E poi hai una versione del 1976 e a mi tocca rispondere “Andreotti” a più domande di quante vorrei.
- Per non parlare del razzismo serpeggiante.
- Il “famoso n***o che vinse quattro medaglie d'oro alle olimpiadi del '36?”
- Non è cosa.
- Tranquilli ragazzi, ho comprato Trivial Extreme.
- Che è Trivial Extreme?
- È la versione superdifficile di Trivial. Quella per professionisti.
- Grande!
- Finalmente un po' di sfida.
- E allora dai, carichi che ci divertiamo.
- Comincio io! Son capitato su filosofia. Ma c'è filosofia?
- In questa versione sì.
- Ma è bellissimo.
- Allora, pronto?
- Vai, spara.
- Chi è Dio?
- …
- …
- Come scusa?
- Chi è Dio?
- È questa la domanda?
- Sì.
- Chi è Dio.
- Sì.
- Ma… ma… è a scelta multipla?
- No, risposta secca. Dai, rapido che non blocchiamo subito il flusso del gioco.
- Ma mi sembra una domanda un tantino…
- Un tantino?
- Chi è Dio, abbi pazienza. Cioè non è una cosa che…
- Senti, la sai o non la sai?
- No che non la so.
- E ci voleva tanto! Sergej, chi è Dio?
- Ma in che senso?
- Raga, che vi siete rincoglioniti? Come in che senso. Chi è Dio? Avete presente Dio?
- Dio… quello della Bibbia?
- Bravo! Quello. Mo, chi è Dio?
- Tu intendi l'entità superiore che… nelle varie culture…
- No! Dio. Chi è Dio? Dimmi esattamente in cosa consiste la vera natura di Dio.
- Uhm…
- Ao, è una domanda da due punti eh, tanto per scaldarci.
- Non lo so.
- Niente allora. Prossimo turno.
- No, scusa, scusami... ma dietro c'è la risposta?
- Dove?
- Dietro alla scheda, c'è la risposta?
- Sì.
- C'è scritta la vera natura di Dio?
- Sì.
- Ed è giusta?
- Mi sembra appropriata, sì.
- Leggicela.
- Col cazzo.
- Come col cazzo?
- Ti piacerebbe, eh? Così mi brucio la scheda. Poi se la dobbiamo usare di nuovo già sapete la risposta e tanti saluti alla rigiocabilità.
- Va be', però, ci sta scritta la vera natura di Dio…
- Basta. Avanti, a chi tocca? Sergej.
- Tiro. Allora, mi è uscita Scienza/Natura.
- Oh, Scienza/Natura, vediamo, vediamo. Eccola qua. Qual è il senso della vita?
- Come?
- Qual è il senso della vita?
- Ma che domande sono?
- Trivial Extreme, ragazzi.
- Il senso della vita…
- Allora, o lo sai o non lo sai, non stiamo qui a tergiversare per favore...
- Ma nessuno lo sa. È alla base dell'esistenza non sapere cosa…
- Non lo sai. Se non lo sai, non lo sai. Io non capisco perché sta sera fate tutte ste storie. Te? Sai la risposta?
- Mi butto. La fratellanza.
- Sbagliato.
- La fregna.
- Sbagliato. Scurrile e sbagliato. E comunque non toccava a te.
- Ma come fai a dire sbagliato?
- C'è la risposta dietro.
- La riposta al senso della vita?
- Sì.
- La riposta al senso della vita è scritta sul cartoncino che tieni in mano?
- Sì.
- Potresti cortesemente mannaggia ai santi dircela così da sciogliere quel vuoto esistenziale che attanaglia l'essere umano da quando ha cominciato a pensare?
- No.
- Perché no?
- Va contro le regole.
- Macheccazzo.
- E poi mi si brucia la scheda.
- No, comunque ha ragione. Mica possiamo bruciarci le schede così. Appena comprato il gioco, poi...
- Va be', va be', sentite, continuiamo che è meglio.
- Tocca a te.
- … storia, son capitato su storia.
- E storia sia. Cerchiamo un po'. Eccola qua. Data della tua morte.
- Eh?
- Scusa, scusa, ho sbagliato.
- Ah, meno male.
- Devo porla in forma di domanda. Qual è la data della tua morte?
- No, fermi tutti. Il gioco sa quando muoio?
- Sì. È scritto qua dietro la scheda.
- Ma come…
- Trivial Extreme, baby. La sai o non la sai?
- No che non la so! E non ci tengo neanche a saperla!
- Serataccia. Sergej?
- Ma scusa, volevo chiedere: essendo che la domanda passa a me, adesso è la mia morte o è la sua?
- No, no, la sua. Sempre la sua.
- Come sempre la mia?
- Ah okay.
- Okay un cazzo!
- Vuoi un aiutino?
- No che non lo vuole!
- Sì che lo voglio.
- È in settembre.
- Smettetela!
- È il 23?
- Quasi.
- 25.
- Grande!
- Come grande?
- Anno?
- Boh… qua vado un po' alla cieca. Vediamo… duemila… duemila e cinquanta?
- Nooo, nooo…
- Prima?
- Mooolto prima. Vai, vai in retro tranquillo.
- No! Scusate! Ma ha già dato una risposta! Che è? Non si segue più il regolamento?
- È vero, Sergej. Ha ragione.
- Visto? Ho ragione.
- Oh, però sei pesante. È un gioco. Stai là col libretto delle istruzioni in mano a questionare. E cicì e cocò. Viene quasi voglia di essere contenti che è prima sta data…
- Calmi, stiamo calmi. Ricordiamoci che siamo qui per divertirci. Chi tocca? Sergej?
- No, no per carità che poi qua il signor precisino mi s'arruffa tutto.
- Questo gioco per tutta la famiglia. Conosce. La data. Della mia. Morte.
- Emammamia che piaga che sei. Dai, tira sti dadi.
- Tiro. Attualità. Oh. Finalmente una roba tranquilla.
- Benissimo. Attualità. Pronto?
- Sentiamo.
- Chi è l'amore della tua vita?
- L'amore della mia vita.
- Sì. L'amore della tua vita, l'altra metà della mela, l'anima gemella insomma.
- … io… non… aspetta… è Lei? Sarà Lei. La persona con cui sto, no?
- Sbagliato.
- Come sbagliato?
- Sbagliato. Risposta sbagliata.
- …
- …
- Dammi quella scheda.
- No.
- Dammi subito quella scheda!
- Rovini il gioco!
- Dammi quella cazzo di scheda, Primo, o giurosuddio!
- Oh, giù quelle le mani!
- Tienilo fermo!
- La scheda!
- Che fa? Morde! Oh! Morde!
…
- Sono tornato.
- Ciao amore, com'è andata la serata giochi da tavolo?
- Bene.
- Io mi sono masturbata un sacco.
- Brava.
- Che succede? Hai una faccia?
- Tranquilla.
- Ma sei tutto sanguinante. Hai fatto a botte?
- Non è niente. Senti, dobbiamo parlare di una cosa seria…
- Dimmi, dimmi che io intanto mi lavo i denti.
- Vedi, c'è un tizio in Vietnam che…
- Come dici?
- Dico che in Vietnam ci sta un contadino di cinquantacinque anni che io credo probabilmente vorrei… dovrei… conoscere...
- Vorresti andare in Vietnam? Ma è fantastico! Io è una vita che sogno di andarci.
- Sì?
- Sì.
- Sai cosa facciamo, troviamo subito un volo e ci andiamo quest'anno che viene. Niente scuse.
- Va bene.
- Che bello amore! Il Vietnam! Ma ci pensi?
- Eh.
- Potremmo fare a settembre.
- No! Prima, prima! Che a settembre ho un altro mezzo impiccio...
Non è successo niente
Morroco