(self)question time #7 - overtime
L’avevo fatta franca, quest’anno, dagli storni che oscurano i cieli fondenti di maggio.
Pure le cicale hanno preso a frinire tardi.
Persistenti, tenaci, instancabili.
Ma pur sempre ritardatarie.
Nel frattempo, però, sono trascorsi cinque anni.
E non c'è proprio nulla che assomigli a ciò che era.
Prendo luglio, ad esempio.
Ora ha un nuovo e sottilissimo vestito a fiori, con cui va a pagare le tasse.
Ci sfioriamo di pomeriggio, quando la controra mi bracca sotto casa, introitandomi nella sua marea torpida e totalitaria.
Non c’è un cane per strada.
Solo l’aureo controllore ad appianare - come troppo spesso accade - i colori che di nuovo mi esplodono confusi in petto.
Sono fresca di doccia.
Raduno i pensieri dietro gli enormi occhiali da sole.
Rallento, inseguo l’ombra, respiro.
Guardo di nuovo luglio (di sbieco) e sorrido del suo passo da bersagliere fiacco.
Ci assomigliamo più di quanto ammetteremo mai.
La stessa - puerile e talvolta sfocata - autoconsiderazione da provinciali.
Decido di fare un pezzo di strada affianco a lui.
Respingendo le imboscate del controllore, prendo a raccontare.
Il tradimento della vecchia umanista.
La lista dei problemi che lui mi ha lasciato per tenermi impegnata e trattenermi dallo sprofondo dello strazio.
Le soluzioni, un po’ per volta.
L'impeto e la ferocia dell’essere uguali.
Ammettere che sei la persona che scrive meglio al mondo, tanto da saccheggiare e deturpare tutto.
Nutrirmi per mesi di pugni di calce.
Accettare che la vita non sei tu.
Ricominciare a scrivere io.
La partenza di Clint.
Gli abbandoni.
Lo spregio intellettuale degli amici ad orologeria.
La trincea, i coltelli tra i denti, gli imprevisti nella fusciacca.
Piangere sul canale di Anversa.
La concentrazione.
Non riconoscersi.
Gli interi capitoli di romanzi, quando è sabato mattina e sono arcionata su di una scala a pioli.
Conoscersi, per due anni, essendo lontani senza essere distanti.
Le riparazioni della semplicità e della resistenza.
L’affetto.
Le vagonate di scarpe.
Il perdono, finché ce n’è.
Gli affondi.
Studiare ancora.
I nuovi teatri.
Il fruscio intermittente, tondo e ruvido come seta aggrinzita, di un giradischi che va a vuoto alle dieci di sera.
Spaccare coi denti la crosta sottile e croccante di un desiderio.
Più di uno, magari.
Mi interrompe l’apparizione delle torri superstiti della vecchia cementeria.
Potrei approfittare del silenzio improvviso per farmi un amico.
O inanellare un po’ di metafisica a buon prezzo.
Invece, porto luglio in un bar portuale.
Un rivolo di caffè al ghiaccio corre a rigarmi un ginocchio.
Le cicale hanno smesso di tormentarsi.
Almeno per un po'.