Sfogo e propulsione: tutte le antitesi di una vita indaffarata
Sono satura, ma in maniera tacita, sotterraneamente. Nel mio sottosuolo ribollono miriadi di pensieri che si appigliano a ogni capello e tirano forte e li vedo rimanere incatillati nella mia spazzola alla sera, prima di andare a dormire.
Sono un vulcano. Non so quando erutterò. Ogni giorno mi dico "Non oggi, resisti fino a domani" e fino ad ora ha funzionato. Ma "domani" prima o poi arriverà.
Il lavoro mi appaga. In verità, ne ho tre. E pure lo studio, la lettura di testi che trovo interessantissimi, anche se per metà ne intuisco il contenuto o azzecco le risposte: è così quando ami un qualcosa e lo rendi passione, oltre che semplice lavoro. Resisto e macino ogni giorno chilometri di parole, le riverso nel web, su carta, su entrambi; anche in formato radio. Sono felice, quasi serena.
Mi arrabbio poco. Le litigate sono ridotte al weekend, quando una scaramuccia si tramuta in guerra, mentre basterebbe un respiro profondo. Credo sia normale, dopotutto.
Sono satura. Satura del tempo libero che manca, satura di non potermi sedere cinque minuti a non fare niente, satura di sognare gli impegni della mia agenda, di sognare la mia voce che scorre il dito sulla pagina e dice "Allora, oggi devi fare questo e questo e questo". Satura del collo teso, dei sospiri stanchi la sera, di addormentarmi di sasso la notte (tranne questa), di aver constatato che non vedo nessuno e che devo calibrare il tempo a disposizione per poter ascoltare le risposte audio di dieci minuti ai miei "Come stai?" da parte delle persone che amo: "Oggi a chi dedico il tempo mentre lavo i piatti del pranzo? A questa persona o a quell'altra?"; che poi alla fine non li ascolto nemmeno per davvero, quegli audio. Sono altrove. Con la testa, con il - no, il corpo è lì, ma è una macchina che agisce in maniera del tutto automatica. Sono un automa.
E mi piace essere impegnata, giuro che mi piace. E che sono serena. Per la prima volta in vita mia faccio persino parte di un'associazione.
Ma un po' non mi ha stupito stendermi a letto stasera e scoppiare in lacrime senza un apparente motivo (che in verità c'è, ma non è causa primaria, solo un pretesto per). Domani la mia giornata lavorativa incomincerà alle 7 e terminerà alle 20. Poi ci sarà il weekend, in cui studierò, lavorerò ancora, farò altri lavori. E la prossima settimana avrò due esami, uno dopo l'altro. Scenderò fino alla destinazione, poi proseguirò verso casa. Il giorno seguente risalirò l'Adriatico ancora una volta e tornerò indietro. Forse il giorno seguente tornerò ancora una volta in Veneto e di nuovo giù.
E avrei una pila di cose da fare che non so dove incastrare. Tipo scrivere per me, leggere per me, pensare a una tesi, crearmi un mio spazio nel web. Ad oggi mi sembrano cose così lontane da me, persino alcune di queste che già avevo deciso: ora mi appaiono stupide.
Ma sono serena e, giuro, trovo anche il tempo di sorridere mentre faccio tutto questo; sono soddisfatta del mio percorso.
Ma piangere è normale. Piangere è naturale, è sano, è comprensibile. Non si può essere una pentola a pressione senza avere una valvola di sfiato: si esplode, altrimenti.
Perciò stasera piango e ve lo racconto. E non perché sia triste, ma anzi, perché sono infinitamente felice e soltanto un po' stanca. Succede anche questo quando si è all'apice della propria montagna e si decide di scalarne altre.
La felicità non è una cosa rilassata, non c'entra con l'ozio. Non è perfetta ed è costellata anche di pianti di sfogo e di qualche paura e di qualche imprevisto. Non è statica. O almeno, non lo è per me.
Essere felici è la cosa più laboriosa del mondo e non è affatto vero che lo stupido è sempre felice e che sono le persone intelligenti che soffrono: la felicità richiede testa. Testa per saperla apprezzare, testa per saperla mantenere.
E io ci sto provando con tutta me stessa.