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@sommersadasola
Rome, 2020
“Due etti e venti,
che faccio, lascio?”
Lei si chiama Rosaria ha 81 anni e da poco ha imparato a fare la spesa.
Perché prima, la spesa, la faceva suo marito Carmine. Rosaria gli dettava cosa comprare e Carmine, con la sua calligrafia, provava a stargli dietro.
Ed ogni qualvolta ritornava a casa, Carmine e Rosaria litigavano.
Quelle litigate che viste dagli occhi di un nipote fanno tenerezza, fanno quasi bene al cuore.
Quelle litigate in cui pensi “Ma questi davvero hanno fatto 4 figli e 11 nipoti?”.
Litigavano per il resto sbagliato, ma soprattutto per i due etti e venti invece che due. Litigavano, ma poi si amavano come ora non siamo più abituati a fare.
Si amavano forte senza whatsapp, chiamate, tag sulle foto.
Ora Carmine soffre di alzheimer e a volte Rosaria non se la ricorda più. Anzi più passa il tempo e più dimentica le cose.
Allora, da un po’ di tempo a questa parte, Rosaria va a fare la spesa, torna a casa e lascia la spesa vicino la porta della stanza da letto.
“Ti sei di nuovo fatto fare 2 etti e venti?” lo ammonisce Rosaria, speranzosa.
Carmine si alza, raccoglie le buste e per pochi istanti anche la memoria: crede di aver fatto la spesa, come sempre.
“Perché ti lamenti sempre?”.
Rosaria e Carmine così iniziano a litigare e ad amarsi un pò.
Ancora un pò.
- Nicola Conversa
Caro papà, ti scrivo questa lettera per poterti dire tutto quello che mai ti ho detto. Lo so, non sono di molte parole, non mi confido mai, e a te, pur essendo il mio papà, non ti dico quasi mai che ti voglio bene. Vorrei che sapessi tante cose, ma non so se in questa lettera confusa riuscirò a rimediare al mio silenzio. Innanzitutto, scusami. Scusami se ti ho trattato male, scusami se non ho pensato a te, scusami se ha prevalso l’egoismo. Scusami e basta. Per te potrei costruire una torre, indistruttibile come il tuo amore. Ogni volta con il sorriso, ogni volta con la testa alta sei uscito da quella porta, e sei venuto da me. Papà, io ti voglio bene, lo sai, anche se non te lo dico mai. Ma sono fatta così, e me ne vergogno un po’. Per me speri tutto il meglio possibile, ma oggi voglio sperare anche io per te. Spero che la vita ti porti dei regali bellissimi, come quelli che con sacrificio portavi tu a me. Spero che il lavoro che ti ha fatto tanto stare male non ti abbandoni più fino a quando sarai pronto a dire basta. Spero che il tuo passato sia solo un dolce ricordo, e non ti faccia mai soffrire. Spero che la tua vecchiaia scorra nel piacere della vecchiaia. Spero tante cose, forse troppe, ma quando ti guardo penso a quanto vorrei vederti un po’ più felice. Sai, papà, da bambina eri il mio gigante buono, così grande, così inimitabile, ma quando stringevo la tua mano enorme e guardavo le nostre dita intrecciarsi, sentivo come tra noi ci fosse qualcosa di speciale. Eri il mio compagno di giochi, il migliore, l’unico. E certo, ti vedevo poco, ma stare con te era semplicemente bellissimo. Ricordo quando mi accompagnavi a scuola, ed io scendevo dalla macchina senza nemmeno il tempo di darti un bacio. Ma tu non hai mai abbassato lo sguardo, hai controllato se ero felice, se non inciampavo sui gradini, e anche quando gli altri papà suonavano il clacson, tu sei rimasto lì, fermo davanti al cancello della scuola a salutare un’ultima volta tua figlia. Poi, ovvio, si cresce, e sei cresciuto anche tu. I capelli sono più grigi, le spalle più curve, il corpo più stanco. Ma il tuo ruolo di babbo è sempre stato impeccabile. Hai lottato tanto, contro tutti, contro chi voleva il male, e contro il destino che ti ha tolto l’amore del tuo papà troppo presto. Sei un babbo autodidatta, tu. Ma non per questo meno perfetto. Hai vissuto per me dal primo momento che sono nata, ed ora forse ti è difficile accettare di non vedermi più bambina. Sai, in fondo ti capisco, ci provo. E so che non ti aiuto, quando, ribelle, mi allontano dalle tue conversazioni, quando mentre parli scrivo al cellulare, quando mi rifiuto di seguirti. Scusami per questo, per non saperti dimostrare che ti voglio bene. Ma sai, papà, anche io faccio fatica ad accettare tante cose. Le ingiustizie, ad esempio. O quella che chiami sfortuna. Non capisco. Sei una persona fantastica, che per gli altri farebbe tutto, e anzi, ha già fatto tanto. Sei una persona disponibile ad ogni ora, per una parola, un abbraccio, un consiglio. Ma poi, quando il bisogno ce lo hai tu, a chi ti rivolgi? Non ti ho mai visto chiedere nulla, papà, e la cosa mi dispiace. Mi dispiace, perchè so che il tuo orgoglio a volte ti impedisce, lo so, perchè da te l’ho ereditato, e a volte piega anche me. Ma vedi, non devi provare vergogna davanti a una domanda, sono altri che devono vergognarsi. Papà, in questa lettera non posso farti altro regalo che le mie parole, ma so che da me aspetti solo questo. Ti parlo e ti racconto ogni giorno di decine di persone, ma tu non ti ricordi mai i loro nomi. Ed io mi arrabbio, perchè mi sembra di parlare al vento. Che sciocca! Non capivo che aspettavi solo il mio nome, nell’elenco. Hai ragione a domandare, e sono io che se non rispondo è perché ho paura. Non so di cosa, forse ho paura di non essere alla tua altezza. Sai, papà, ricordo come da bambina a scuola mi vantavo di te e del bel lavoro che facevi, di come fosse fica la tua macchina, di come fossi un bell’uomo e di come amassi le automobiline da corsa, ed ora non accade più, di te non parlo quasi mai. E scusami anche se non so capirti, a volte, perchè se ti comporti come quando ero piccola, è solo un segno che ti manco. Ma anche tu mi manchi, papà. Mi manchi sempre, anche se non te lo dico mai. Ti ho sempre visto indistruttibile, forte, come un supereroe, poi ti ho visto steso sul divano, ed ho capito che sei un essere umano. Ho capito anche che non ti serve stare bene per pensare a me, ho capito che per me faresti qualsiasi cosa, qualsiasi sacrificio, ed ora, mentre ci penso e scrivo, non so più che altre parole rivolgerti. Sono piena di grazie per te, che non mi hai lasciata mai da sola, che per me trovi sempre tempo, che per me rinunceresti a tutto. Ma oggi, papà, voglio vedere il tuo egoismo esplodere, voglio vederti comprare quella maglietta, che avevi riposto sullo scaffale per potermi comprare quelle scarpe. Voglio vederti fare merenda, mangiando il mio gelato. Voglio vederti mettere da parte lavoro ed orgoglio, e voglio vederti ridere, ridere di gusto, come non fai da tempo. Sai, papà, a volte penso a quando un giorno qualcuno ti porterà via. E penso che non saprò come fare senza di te. Non ci vediamo spesso, ma sei fondamentale, credimi. Papà, tu sei la mia sicurezza, la mia certezza, la mia metà originaria, il mio babbo preferito. Tutto ciò che ci lega, papà, è qualcosa di imprescindibile e indistruttibile, saranno forse le tue forze estreme, o forse le tue capacità…ma di certo non sono io. Sei tu, sempre tu, papà, che riesci a strappare un sorriso ovunque, e che anche nella sofferenza riesci a metterti in disparte, preoccupandoti per gli altri. Ma voglio dirti solo un’ultima cosa, e forse la più importante: non si può misurare il bene che ti voglio. Non cesserà mai di esistere l’idea della tua figura come il mio supereroe, papà, perchè tu mi hai amata incondizionatamente nonostante ogni parola ostile che ti ho rivolto, e sei qui, adesso, senza chiedere nulla se non la mia presenza, anche oggi, festa del papà. Ma quel tuo amore quotidiano che mi rivolgi, papà, oggi voglio che sia rivolto a te, incondizionatamente rivolto a te, perché anche se non hai ricevuto questo amore da bambino, voglio ora che tu lo riceva da adulto, e da babbo. Caro papà, concludo questa lettera sperando che tu mi capisca, ma so che sarai sempre lì, come ogni giorno, anche se dovessi dimenticarmi di dartela. Lo so, perchè il tuo amore è il legame più speciale che io abbia mai visto, e non può cambiare nè ora nè mai. Caro papà, ora un ordine per te: esci. Esci da queste mura, prendi la tua valigia piena di desideri, e soddisfane quanti più puoi, fallo per me, fallo per la figlia che tanto ami e che vorrebbe, almeno oggi, vederti uomo, e non solo babbo. Perchè lo so, so che non sei un vero supereroe, e so che hai bisogno di ossigeno per respirare. Papà, ti voglio bene, tanto, non lasciarmi mai…
“Chissà se mi pensi, abbi cura di te.”
Ti vorrò bene sempre, perché tu me ne hai voluto quando nemmeno io me ne volevo.
continua il tuo viaggio, dritta verso i tuoi obiettivi, un passo per volta ✨
I am Bubbles
“E da te io più vorrei allontanarmi e più ci torno”
— Buenos Dias, Fred De Palma(via @soffrendodiventiamocattivi)
21 Febbraio 2020.
Ho letto Il Piccolo Principe un sacco di volte, tanto da entrare di diritto nella lista dei miei libri preferiti (se non IL preferito), e per quante volte l’ho riletto, c’è una parte che non riuscivo davvero a comprendere perché fosse così tanto emotiva.
E’ la parte dei tramonti, il frammento in cui Exupery racconta di come il Piccolo Principe se ne sta incantato a guardarli tutti, prendendo il suo sgabellino, sul suo Asteroide B612: li guardava dal primo all’ultimo, tutti e quarantatré, ogni giorno, e leggendo quella parte, non ho mai capito quanto fosse poetica.
Per lo meno, non fino a quando è capitato anche a me.
Mi trovavo al Parco Degli Acquedotti, un paio di settimane fa.
Ci ero arrivata dopo un vagare interminabile ed una giornata passata a macinare chilometri.
Non mi ero nemmeno resa conto che fosse già l’ora del tramonto: la mia testa era piena di pensieri che facevano decisamente troppo rumore, e non era il caso, non in quel momento, non in quella circostanza.
Ho varcato la soglia dell’entrata al parco, leggermente infreddolita, musica soft nelle orecchie, e mi sono seduta su una panchina ad aspettare che il flusso dei pensieri riprendesse una logica ragionevole, o quanto meno si placasse un pochino.
Quando ho alzato lo sguardo verso il cielo, in quel preciso istante, ho improvvisamente capito la poesia di un tramonto.
Si sa che i tramonti sono poetici per eccellenza, e spesso vengono abbinati all’amore, ma per me non è stato così.
Mi sono sentita proprio come il Piccolo Principe.
“Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti”.
Incantata, persa a guardare quel cielo che da azzurro stava diventando incandescente tutto d’un botto, esplodendo in una palette di colori così assurda da sembrare innaturale.
I tramonti sono magici.
I tramonti ti fanno venire voglia di riflettere su ciò che più desideri, e sono quasi peggio delle stelle cadenti: nel momento esatto in cui il cielo prende fuoco diventando arancione, ecco che anche i tuoi desideri prendono fuoco con lui.
E non te ne frega se si avvereranno o meno: in quel momento ti importa solo di saperli bruciare dentro di te, come quel tramonto davanti ai tuoi occhi, come una fiamma che ti tiene in vita.
X.
Café de flore