Being sensitive is a strength—it means you feel deeply. But unkindness? That’s a choice, and a sad one.
he wasn't even looking at me and he found me
Noah Kahan
𓃗
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Sweet Seals For You, Always
"I'm Dorothy Gale from Kansas"

❣ Chile in a Photography ❣

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@sottocoperta
Being sensitive is a strength—it means you feel deeply. But unkindness? That’s a choice, and a sad one.
look da concerto
sciogliere i muscoli e le articolazioni, sciogliere i pensieri, la lingua, i nodi. sciogliersi i capelli al sole. sciogliere la neve e le riserve. sciogliersi addosso, in un crogiolo. scioglie la cera nella candela, farla colare. Sciogliere un ghiacciolo sul fuoco solo per riderne.
Hands of Jean Cocteau by Berenice Abbott, 1927
allora vi racconto questa cosa. In quarta elementare mi hanno iniziato a trattare la scoliosi con fisioterapia due volte a settimana, cosa che richiedeva l’uscita anticipata da scuola al pomeriggio. Con l’inizio delle medie mi hanno detto che avrei dovuto mettere il corsetto. Ebbene questa gabbia di plastica ha profondamente segnato i primi due anni di medie: non lo volevo mettere a scuola, mi vergognavo da morire, mi sentivo come se tutti mi guardassero e avevo paura di essere toccata per sbaglio e così avrebbero sentito qualcosa di duro e si sarebbero straniti. Liti quotidiane con i miei genitori. Qualche volta riuscivo a sfangarla nascondendolo nell’armadio la mattina prima di uscire, mettendomi sopra il giubotto così che non si capisse che lo avevo tolto (mio papà, che mi accompagnava a scuola, non si accorgeva. si è poi accorta mia mamma con drama a seguito). A dire il vero i miei compagni di classe (che poi erano quasi tutte femmine) non mi hanno mai fatto sentire sbagliata. Nessuno mi ha mai preso in giro, almeno non apertamente. È sempre stato tutto nella mia testa. Per assurdo la liberazione è arrivata in terza media con il busto di gesso da tenere per 4+4 mesi. Non ci potevo fare niente, non potevo toglierlo a meno di romperlo. I compagni di classe ci avevano disegnato sopra. È stato l’anno in cui mi sono sentita più ben voluta.
Tolto il gesso, con l’inizio delle superiori, avrei dovuto tornare a mettere il corsetto di plastica. Che ve lo dico a fare, l’ho messo ben poche volte a scuola al primo anno. Lo tenevo su a casa e di notte. Lo indossavo per molte meno ore di quelle prescritte. Ma la curva sembrava essersi stabilizzata ormai e ai controlli l’ortopedico mi diceva di ridurre le ore (le avevo già ridotte io eheh). Vabbè credo verso i 16 anni ho abbandonato corsetto, fisioterapia e ortopedico. Sono ancora storta ma la situazione non è così grave. Probabilmente ne soffrirò di più con l’andare del tempo.
Spesso mi capita di pensare che questi avvenimenti (che mi rendo conto essere delle cazzate in confronto ad altro) abbiano non dico causato ma forse peggiorato una mia situazione psico già non splendente. Sono diventata improvvisamente timida dalla prima elementare, per quello che mi ricordo. Non so dire perché. La timidezza ha poi preso la forma dell’insicurezza cronica, della paura di essere esclusa, rifiutata, quasi del ritiro. In questo bel humus, l’obbligo di presentarsi ogni giorno a scuola indossando un odioso busto rigido che si vede sotto i vestiti, esce da sotto la maglia, ti fa muovere come un robot, ha rappresentato una minaccia fortissima al mio scudo emotivo, in parte sfidata.
A volte mi sento ancora come intrappolata in un contenitore rigido, è un’immagine che mi torna spesso alla mente quando sono sommersa dalla paura (di tutto). Ma mi piace anche dirmi che se ho affrontato quegli anni forse un po’ di forza ce l’ho.
le penitenze che mi auto infliggo non si spiegano
ho dato uno sguardo più in là nel vuoto
penso di vivere dentro una bolla trasparente di solitudine
Stasera non ho fatto la doccia in palestra perché ho dimenticato l’asciugamano ma sull’autobus sono comunque tra i più profumati
ronf