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@stanzadie
Il Male Preciso
Mi guarda spaventata mentre faccio scattare in avanti la dentiera come una ghigliottina. Dal faccino rotondo gli occhi si sgranano pronti al pianto che sopraggiunge rapido ed acuto, e in meno di un istante un alveare di persone la soffoca di attenzioni tentando di capire cosa mai l'abbia turbata tanto.
Ad un anno di vita è decisamente difficile che riesca a spiegarlo, e questo è uno dei motivi per cui le ho dedicato il mio scherzetto innocente. L'altro è che io non la sopporto quella gnoma, con quei codini biondi ridicoli, affettata come la madre che poi sarebbe mia nipote e come lei dotata di un repertorio di smorfie false pronte all'uso. Tanto piccola e tanto rovinata.
L'evento smuove le acque e mi regala un po' di tregua in questo ingrato giorno dedicato al mio compleanno. Ogni anno la stessa storia, tutti convinti che io non aspetti altro che averli attorno a festeggiarmi, come se non ricordassi già abbastanza quanto poco manchi alla mia dipartita. Non che mi dispiaccia ricordarlo, ma vorrei farlo sola.
Arrivano in sciame dal mattino, ad allestire per il luttuoso evento la saletta destinata a questa e simili altre sconcezze. Portano palloncini e bouquet di fiori, sprizzano entusiasmo e felicità come se io riuscissi a crederci, come se non sapessi del buio interminabile che accompagna molti di loro quando richiudono alle spalle la porta di casa.
"Come va la nostra giovincella?"domandano garbati agli infermieri, fingendo di ignorare l'esistenza della piaga da decubito che mi porterà alla tomba, e della quale in ogni caso non mi lamento.
Del resto, io non parlo.
Gli altri ospiti della casa mi guardano un po' invidiosi della bella famigliola che mi circonda con tale slancio, qualche cariatide sdentata si affianca sperando di poter partecipare al banchetto, e in effetti qualcuno riesce ad essere invitato. A me non si chiede niente, in genere non reagisco agli stimoli esterni e mi limito ad osservare lo scorrere degli affanni altrui con lo stesso occhio placido riservato alla soap del pomeriggio, quella in cui tutti scopano con tutti in allegria, e nascono figli che sono fratelli dei loro zii e cose del genere, roba che è sempre esistita, solo che in televisione è molto più stupida di come io la ricordi.
A me non si chiede mai niente da un po' di anni, e in tutta onestà devo aggiungere che si fa bene.
Siamo in tutto una decina, grande sfoggio di denti e capelli appena maneggiati dall'eirstailist, e tra cori di auguri ci sediamo in pompa magna dopo che la solita prepotente iperattiva ha deciso i posti ed almeno la metà dei posteggiati ha deciso di cambiarli.
Io sono a capotavola, vestita col vestito delle feste, un abito blu abbottonato sul davanti che mi piace moltissimo, anche se si è deciso con votazione forse segreta che io lo indossi solo alle feste comandate. Speriamo almeno me lo mettano nella bara, anzi, lo lascerò scritto da qualche parte.
Si avvicina la mamma della gnoma tentando di annodarmi un bavaglino al collo. Usa un tono melenso che non mi convincerebbe della sua dolcezza nemmeno se la vedessi a cubetti in una zuccheriera, e credo di averglielo fatto capire, visto che retrocede col bavaglino tra le gambe. Se avessi voglia di dirle qualcosa le direi che mi è ignoto come mia figlia possa averla generata, ci deve essere stato un errore, uno scambio tra culle, o la solita anomalia genetica. Mia figlia è altra sostanza.
Cominciano le portate e si mangia con gusto, nonostante le sbarre alle finestre continuino a ricordarci che non siamo propriamente Chez Antoine. Dopo un'oretta la conversazione è ormai al culmine, fluido è il rumore delle posate sui piatti, satolli gli appetiti e tutti si sono finalmente dimenticati di me.
Solo la gnoma continua ad osservarmi sottecchi dal lato opposto del tavolo, seduta sulla gamba del padre, ma basta che io sollevi appena il labbro superiore scoprendo i denti perché lei decida di affondare il volto paffuto nella camicia candida macchiandola di fragola indelebile.
Il male preciso parte da lì, da quella chiazza rossastra e profumata.
E' quello l'istante esatto in cui comincio a cercarti, e il mio sguardo circumnaviga la stanza come sapesse di vederti entrare da un momento all'altro.
E nei miei occhi indossi un pantalone bianco ed una camicia azzurra, discreta ed elegante nel corpo snello che sono fiera di averti plasmato cellula dopo cellula mese dopo mese fino a nove. Hai addosso gli orecchini di mia madre, piccole pietre trasparenti che non riescono a brillare più di te, nonostante il taglio prezioso ad opera di mani esperte. Non credo di averti mai visto senza, come se tu volessi con quel dono sigillare un affetto che mi è sempre stato sconosciuto, al quale non mi era permesso prendere parte. Sei riuscita ad amare mia madre più di quanto mi sia stato possibile, e più di quanto lei stessa abbia fatto con me. Com'è che è successo, mi racconti?
Ho tante cose da dirti.
Dei silenzi che mi ferivano più della cinghia senza ottenere nulla, delle lacrime nascoste tra carezze violate: tracce della mia infanzia che hanno invaso anche la tua, malgrado mi fossi ripromessa che mai e poi mai avresti avuto sentore della mia debolezza, o della mia colpa.
Di come il muscolo cardiaco sia forgiato per amare più persone e con la stessa intensità, nonostante la morale di comodo sostenga il contrario, e quello che ti è successo non avrebbe dovuto spaventarti, e non lo avrebbe fatto, se solo me ne avessi accennato.
Di come avrei voluto stringerti forte e asciugarti le lacrime al calore del mio respiro il giorno che quel bambino ti spezzò il cuore, se avessi saputo come fare.
Di quanto ho gioito nel vederti crescere, anche se l'ho fatto di nascosto, come una ladra: perché ho sempre sentito quanto la tua presenza diafana e impalpabile non mi spettasse.
Di come il mio animo straripasse al suono della tua voce che leggeva per me e mi inventava favole che mai avevo avuto in dono. E di come sanguini adesso al pensiero dei ti voglio bene intrappolati nel reticolo dei miei stolti pudori, e che voglio dedicarti, ora che ho imparato a farlo.
Ora che non so più distinguere tra le rughe della faccia e quelle della voce.
E il silenzio di cui mi ammanto, a cui ho abituato gli altri fino a far perdere le tracce del suono delle mie parole, lo scioglierò solo di fronte ai tuoi begli occhi limpidi. E' una promessa che non mi hai richiesto e che non condivideresti, ma che io manterrò.
Dimmi dove sei, adesso.
In quale punto dell'universo scivola la tua anima chiara. Devo imprimerne le coordinate nella memoria per poterti subito ritrovare, non appena mi sia concesso di liberarmi di questo corpo pingue e inanimato.
Ho ancora troppe cose da dirti.
DEMONS
Sono il primo a scorgere la pozza di urina che si allarga ai tuoi piedi, è un bocciolo giallastro che rapido si schiude sulle logore mattonelle esagonali.
Il tanfo di ammoniaca ci investe tutti, si mescola al vapore dei piccoli corpi sudati che hanno appena preso posto tra i banchi, di ritorno dall'ora di ginnastica.
“Che puzzaaaaaaaaaa” “ Che schifooooo”
Comincia uno, poi l'altro, poi l'altro ancora, fin quando nessuna voce è più distinguibile, uno scroscio querulo scuote l'aula e i nervi della maestra, inizia ad urlare dalla cattedra, incapace di ristabilire l'ordine.
Non smetto di guardarti, come se non ti avessi mai notato prima e in effetti così è, per quanto io mi stia sforzando non riesco a ricordare nemmeno il suono della tua voce.
Osservo le tue guance in fiamme, il corpo goffo chino sul banco, gli occhi socchiusi: stai dormendo?
Sembra che niente, di quel che sta succedendo al di sotto di te, ti riguardi.
E quando manchi, spesso, lunghe settimane da cui rientri grasso e pallido, dove te ne vai?
Poi rimango rapito dalla chiazza limpida affiorata tra le suole delle tue scarpe, ci vedo riflessa la gomma da masticare attaccata sotto la sedia.
Ti volti verso me, nell'attimo che ti separa dall'istante in cui tutti sapranno, e che ci unisce: il segreto è ancora tuo, è ancora nostro.
“AHHHHHH, è stato lui E' STATO LUI!!!!! AH AH AH AHHHHHH! PI-SCIA-SO-TTO! PI-SCIA-SO-TTO! PI-SCIA-SO-TTO!”
“CI-CCIO-NE! CI-CCIO-NE!
“Basta ragazzi smettetela, SMETTETELA HO DETTO!”
Hai gli occhi tristi, neanche questo avevo mai notato
Ma una famiglia ce l'hai? Una famiglia intera, intendo, una famiglia oltre tua madre, secca e sperduta tra le pieghe dei vestiti, solo la testa si intravede: un ciuffo di capelli che ti aspetta alla fine della strada, dietro l'acero. Lei secca tu ciccione, bella coppia davvero, come si fa a non prenderti in giro, capisci?
Un po' ve la siete cercata, tu e tua madre, dai.
Però hai gli occhi maledettamente tristi, e non smetti di guardarmi, in quest'istante infinito che ci crocefigge all'eternità.
E la schiena mi formicola, e mi sudano le mani: cosa mi stai facendo, ciccione bastardo, cosa vuoi da me?
Penso “Però ci vuole coraggio a farsela sotto, amico”, e quasi mi scappa tra i denti,
invece mi sento dire “PI SCIA SO TTO! PI SCIA SO TTO!”
Mi unisco al coro dei piccoli erode, un biondo aguzzino dagli occhi chiari, mia madre è bella e bello e forte è mio padre, che mi aspetta, mentre il tuo no.
Hai distolto lo sguardo, un vento di ghiaccio soffia sui polsi e sul cuore, per sempre: tra i ghigni degli infanti carnefici sei uscito, dalla stanza e dalla mia vita.
"Let your Demons come (to me)"
UNA PORCA STORIA
Un muretto non nasconde abbastanza.
Anche se è alto due metri, ed è largo, bianco candido e avvolto da piante rampicanti ed allegre.
L'estate E' quel posto, e d'estate in quel posto lei lo sa cosa succede, a volte, a due metri d'altezza e sette di lunghezza dai suoi giochi - innocenti o meno.
Almeno in una occasione ha osservato, rimuovendolo poi dalla memoria con rocambolesca astuzia, il preciso momento in cui la lama stretta e appuntita centra la vena del collo, e il sangue zampilla come una fontana di fuoco: il piccolo suino a zampette legate non ha il tempo di urlare, il musetto simpatico si contrae appena, stordito dal doloroso spavento, mentre zio #######, zio di tutti e zio come tutti, lo pugnala, gentile e silenzioso, prima lui poi un altro, con la stessa cura diligente di chi affetta una pagnotta in modo che le fette siano graziose alla vista e non rovinate dalla sciatteria di un taglio affrettato e sghembo.
Davvero un buon lavoro, come gli ha insegnato suo padre, che aveva imparato da suo nonno, al quale aveva insegnato il suo bisnonno, eccetera eccetera.
Poi lo lascia gocciolare a testa in giù, in un grosso secchio di plastica azzurra che velocemente si colora di rosso.
Quando ritiene di averli prosciugati a sufficienza, lui e gli altri, li lancia in un angolo, l'uno sugli altri, fino a inventare pallide colline di soffici sacchetti rosa dalla gola forata.
Ed è lì, adagiati in un abbraccio tiepido e mortale, che ha inizio il loro pianto cucciolesco, flebile, estenuante.
Ed il mio.
99 (lividi)
Ho percorso il sentiero nel silenzio che il gelo impone ai muscoli del volto, calibrando il passo per la neve fresca e quello per il ghiaccio letale.
Ho preservato il fiato, ogni piccolo alito ha soccorso la pelle delle mani, il vapore tiepido ha reso conforto agli occhi accecati dal bianco eterno.
Ho raggiunto il rifugio, il brodo fumante, la stanza stretta ed accogliente come un loculo in festa.
Nel buio ti ho guardato guardarmi, chiedermi senza chiedere, l'amore ingordo ha mosso le mani sui fianchi e le labbra sui seni.
Poi, la notte chiara di luna mi ha avvolto strappandomi al sonno, mestamente ho ripreso la via bugiarda della quiete.
Mordo l'aria, lentamente, tra un colpo di tergicristalli e l'altro, debole come sono non riesco a fare altrimenti nonostante mi manchi già l'ossigeno, e tu.
Sulla mia pelle ritrovo lividi, uno per ogni impronta:
1, 2, 3....
Il tuo passo non è mai lieve quando arrivi a fottermi il respiro.
...97, 98, 99.
- Trrrra
ottocento
me-e-etri
svoltare
addde-e-estra -
Se solo riuscissi a vederla, la destra.
Ora scende la neve.
No, non è esatto. Precipita.
Quando si vuole qualcuno, 99 è solo il numero dopo 98 e prima di 100: il dolore non conta nulla.
Binario n. 9
Le previsioni, per una volta, scorrono come lancette di orologio, e la tempesta scocca esattamente alle tre.
Siamo già in salvo, io e il mio cdv, sotto un cielo di vetro e metallo, insieme a centinaia di figure animate che schizzano impazzite da un lato all'altro, nei bar, nei negozi, in file scomposte davanti alla biglietteria.
Il vociare incomprensibile di suoni provenienti da ogni anfratto del pianeta mi ricorda immediatamente dove ci troviamo. Dicono che Roma sia il centro del mondo, io dico che Roma Termini è il centro della torre di Babele.
Fa freddo, e ho i sandaletti ai piedi. Siamo in quattro in questa marea umana ad aver scelto di calzare sandali allacciati alle caviglie: una è una vecchia sdentata, avrà cent'anni almeno; l'altra è una valchiria bionda e con trecce, alta quasi due metri; poi c'è una spagnola carina, piccoletta, che si accompagna ad un tipo senza occhiali.
Il mio cdv invece gli occhiali li porta, e sono molto belli, ed eleganti. Le stanghette sono sottili e di alluminio opaco, le lenti rettangolari, appena arrotondate. Gli occhiali che indossa sono molto belli anche perchè sono molto belli gli occhi azzurri che ci vivono sotto.
Ho freddo, non basta l'impermeabile leggero a scaldarmi adesso che un'aria gelida si è infilata in galleria, scivola tra i risvolti dei pantaloni, si avvinghia alle rotaie.
Il mio cdv insiste nel prestarmi il maglioncino leggero sbucato dalla sua 24ore, insiste perchè lui non lo indosserà, anche se non credo che il suo completo giacca pantaloni in fresco di lana sia caldo a sufficienza.
Bella anche la cravatta.
Lui insiste ma io non posso accettare. Baciare sulla guancia uno sconosciuto dal sorriso innocente è un conto, indossare il maglioncino di un semisconosciuto bellocchiuto è un altro.
Quindi continuo ad avere freddo, il cdv osserva la pelle d'oca arrampicarsi fin sotto la mia gola, e mi parla con la sua voce calda, se allungo le mani posso provare a scaldarmi con quella.
Non riesco a concentrarmi su quello che dice. Una telefonata mi ha spalancato la porta sul precipizio, i sentieri che posso inforcare sono svariati, alcuni mal illuminati, devo decidere su quale incamminarmi, ed anche in fretta, ed io sono così stanca.
Mi sta parlando dei sandali. Ha un sorriso delizioso, malizioso, per un istante lo immagino sfilarsi gli occhiali, poggiarli sul comodino e...
Grossi sassi rotolano nella mia testa, e un precipizio mi lecca le caviglie ed i lacci, non ho tempo per immagini di stanghette – e comodini - di alcun tipo.
Un messaggio dal cellulare mi saluta.
Mi augura buon rientro, se non sono già partita.
Mi dice di aver consumato gli occhi, a forza di osservare i piedi di chiunque sia dotato di piedi, in questo momento, in questa stazione.
Sorrido, a lungo, il mio cdv continua a fissarmi mentre scrive mail dall'altro lato del tavolino, due caffè ci separano, mi chiede per cosa sorrido, per chi.
Un altro messaggio mi avvisa che Panatta è ingrassato. Al binario numero 9.
LEGAMI
La stoffa cede al terzo colpo. Lo strappo è molle ed estenuante.
Ti guardo stupita, gli occhi in fiamme.
Apro la bocca e rimane così, priva di suono.
"Giochiamo?" avevi detto.
Giochiamo.
Non era proprio questo che intendevo
Il mio slip è candido trofeo tra le tue dita, adesso.
Lo porti alle narici e ne aspiri l'umidore, ti strofini il tessuto sulle labbra, senza smettere di fissarmi. Diabolico.
"Adesso sistemiamo anche l'altra mano, mia cara"
Prima che tu riesca a prenderla, ti affondo le unghie nella guancia e un rivolo rossastro si fa strada sulla pelle.
Porti un dito sul varco sottile. Guardi un istante il sangue vivido che lo ricopre. Lo lecchi, sorridi nuovamente.
"Cattiva bambina, molto cattiva"
Un lampo di vittoria crudele mi colora le pupille.
Ti avvicini nuovamente, più cauto stavolta.
Tento di sferrare un nuovo attacco ma precedi il mio intento: mi afferri il polso e in un istante lo inchiodi alla sbarra in ottone, coi brandelli dello slip.
"Fa' la brava, abbiamo quasi finito"
Braccia e gambe divaricate. Annodate agli angoli del calorifero. Lo specchio rimanda l'immagine di una X palpitante e balorda. Sono io?
Sosti immobile al lato della tua opera incompiuta. Non sei soddisfatto.
Mi osservi con cura, la stanghetta degli occhiali sospesa tra le labbra, meditando sul da farsi. Quando poggi gli occhiali sul comodino capisco che hai deciso, te lo leggo nelle fessure luccicanti che accerchiano il naso regolare. L'attesa mi eccita dilatandomi ogni poro e annebbiandomi la testa.
Intingi un dito nella pittura umana che ti ho fatto versare, disegni due cerchi rossi attorno ai capezzoli.
Lo sfregio mi rende furiosa, il corpo reagisce strattonandosi, vorrei rimuovere i legacci e fare nuovo scempio di te con le unghie affilate.
Ma il dito è fresco pennello, i capezzoli si inturgidiscono all'istante. Ne prendi uno tra il pollice e l'indice. Lo avviti, lo temperi come l'ultima delle tue matite. Lo sollevi verso l'alto e lo lasci ricadere senza troppa grazia incurante delle mie proteste. Piuttosto flebili.
Avvolgi l'altro con la bocca calda: lo succhi, con cura, metodico. Ti stacchi di colpo e soffi sulla chiazza umida, un brivido s'inerpica per la mia schiena.
"Il gioco ti piace, mia cara?"
Nuda. Annodata a un calorifero bollente. Di fronte alla finestra di un ufficio brulicante di manichini annoiati.
Piace si.
Il buio ed una tenda proteggono da occhi estranei la densa viscosità che scorre nella nostra stanza dei giochi.
Giro appena lo sguardo sugli esseri intenti in altre manovre: fotocopie, telefoni, pc, tuttoè lontano anni luce dal senso che si consuma qui, a pochi respiri di distanza.
Torno a te.
Sei tu il fulcro della mia attenzione in questo macroscopico istante: torpido ti spogli, con maestria, come se non avessi fatto altro nella vita. Scivola la cravatta, si dilegua la camicia. La luce scura che intravedo nelle pupille mentre sfili la cintura in pelle quasi mi spaventa. Ignorare le intenzioni altrui è cosa nuova, mi rende elettrica. Il tuo corpo lucido riaffiora dalla pozza dei vestiti d'ordinanza, quelli da uomo distinto, e mi dedica una decisa erezione. D'improvviso l'impotenza della mia prigionia mi fiacca, sono preda braccata dalle mie stesse voglie: slegami, prego. Devo morderti quel centimetro quadrato alla base della nuca, ne ho bisogno: sentirne la consistenza, il sapore. Dolce. Salato? Aiutami, prego.
Ancora più lento ti avvicini, mi esplode il cuore e scandisce il percorso inarrestabile del mio languore: sgorga sotto lo sterno e mi riaffiora tra le gambe strabordando ogni argine.
Scivoli nello spazio che mi divide dalla finestra, e mi stringi da dietro. Ogni centimetro della tua carne aderisce alla mia, ogni incavo della mia forma si riempie della tua presenza, siamo un unico grumo indefinito al centro dell'inutile universo che ci ignora.
Metallo rovente preme le mie natiche, terribile agonia, farei qualsiasi cosa per potermi muovere adesso.
Mi sciogli dall'abbraccio senza preavviso, e il freddo della brusca assenza della tua carne è pugno nello stomaco. Ho il sangue al cervello quando i tuoi occhi eccitati mi sono di fronte. Mi tendo come un arco, la carne dei polsi sfrigola sotto i legacci, ma brucia meno della voglia della tua bocca. Me ne approprio, con violenza. La lingua ti aggancia, ti riavvicini finalmente. Esploro le storture dei tuoi denti, indugio, delicata, poi no, con forza. Ti lascio e poi ti mordo, lambisco le gengive, succhio le tue labbra, a turno, sotto, sopra, assaggio la tua saliva fin quando il mio sapore si mescola al tuo.
Aspiro il tuo odore di bimbo perverso, mi sciolgo al vapore lieve del tuo sudore. Mi accordo alla profondità del tuo respiro.
"Slegami" ti supplico.
Mi ignori. Ti odio . Mi odio, per avertelo chiesto. Afferri il volto con delicatezza, lo tieni ben fermo di fronte al tuo. Vuoi che ti guardi mentre la mano scivola lenta lungo i nervi doloranti del collo, sul fianco abbronzato. Devia improvvisa al ginocchio, si allarga, risale la morbidezza dell'interno coscia lasciando lividi indelebili che domani conterò. Si sofferma in un punto esatto. La curva in cui la consistenza vellutata dell'arto cede spazio ad altri luoghi.
Ho il pube rasato da poco. Non era per te, ma adesso lo è. Le tenebre te lo avevano nascosto, e la sorpresa ti si stampa sulla faccia annientando il sorriso sfrontato.
Tratteggi numeri primi immaginari sulla pelle liscia e rigonfia del mio sesso, ma il respiro corto ti tradisce dandomi l'illusione di essere padrona del gioco.
Un dito guizza nella mia morbida ferita, strappandomi un gridolino soffocato. Lo rigiri a fondo, gli imprimi una pressione che mi stringe il cervello in una bolla incandescente. In un attimo sono lava tra le tue mani, tremo per lo sforzo di non piegare le ginocchia prive di volontà, potresti chiedermi qualunque cosa, ora, e la sapresti. Per fortuna non lo fai. Una mano tra le cosce ed ecco la fine della guerra, signori e signore! Arma biologica sublime.
Una lacrima scende giù dall'angolo del mio occhio destro. Non è dolore, è rabbia per la sconfitta imminente.
Lasci il volto imprigionato
"Smettila." dici
Abbasso lo sguardo per l'imbarazzo.
Sciogli i lacci, prendi i polsi tra le tue mani e li baci a lungo, lì, dove la pelle è rigonfia e dolente. Poggi le labbra sugli occhi liquidi, uno ad uno. Con la lingua morbida rimuovi le tracce del mio orgoglio violato, e mi tieni così, stretta, avvinghiata.
Ti ho impietosito, infine. Hai frainteso l'orgoglio del guerriero oltraggiato e concedi una tregua. Da brava amazzone approfitto del vantaggio concesso meditando la punizione che ti spetta.
Mi accingo all'azione.
Invece no. Non l'hai bevuta.
Mi sollevi di peso.
Mi sbatti sugli elementi del termosifone divaricandomi a forza le gambe. La sorpresa mi immobilizza facendomi gemere di piacere. Non sento la pelle ustionarsi all'alta temperatura, non c'è un briciolo, di me, che non reclami quello che sta per compiersi in quel preciso spazio, qualunque, qualunque cosa sia. Mi entri dentro furioso, le mani annodate alle tende, vibrando una prima scudisciata incandescente. Chiudo gli occhi all'istante, mi aggrappo alle tue spalle temendo che tu decida di andar via. Non andar via. Perdo ulteriore percezione di me: non so come accada, mi rivolti come un guanto ed ora ti sono di schiena, la faccia all'ufficio di fronte, ad angolo retto sul davanzale su cui faccio leva con le braccia tentando di non smuovere la tenda che ci nasconde. Sono una straccio informe e palpitante, una leonessa che agogna la monta del suo capobranco. Sento le mani forzare l’ingresso del mio corpo, con precisione chirurgica, e in un istante mi squarci aggrappandoti ai seni. E' di dolore, stavolta, che gemo. E piacere. La pressione comprime muscoli celati e le fitte si propagano concentriche nella mia testa fino al punto del non ritorno. Non basta a impietosirti.
Neanche lo vorrei.
Continua.
Prego.
Continua.
Di fronte un omino stempiato si avvicina al vetro. Rivolge uno sguardo distratto nella nostra direzione soffiando sul caffè.