LEGAMI
La stoffa cede al terzo colpo. Lo strappo è molle ed estenuante.
Ti guardo stupita, gli occhi in fiamme.
Apro la bocca e rimane così, priva di suono.
"Giochiamo?" avevi detto.
Giochiamo.
Non era proprio questo che intendevo
Il mio slip è candido trofeo tra le tue dita, adesso.
Lo porti alle narici e ne aspiri l'umidore, ti strofini il tessuto sulle labbra, senza smettere di fissarmi. Diabolico.
"Adesso sistemiamo anche l'altra mano, mia cara"
Prima che tu riesca a prenderla, ti affondo le unghie nella guancia e un rivolo rossastro si fa strada sulla pelle.
Porti un dito sul varco sottile. Guardi un istante il sangue vivido che lo ricopre. Lo lecchi, sorridi nuovamente.
"Cattiva bambina, molto cattiva"
Un lampo di vittoria crudele mi colora le pupille.
Ti avvicini nuovamente, più cauto stavolta.
Tento di sferrare un nuovo attacco ma precedi il mio intento: mi afferri il polso e in un istante lo inchiodi alla sbarra in ottone, coi brandelli dello slip.
"Fa' la brava, abbiamo quasi finito"
Braccia e gambe divaricate. Annodate agli angoli del calorifero. Lo specchio rimanda l'immagine di una X palpitante e balorda. Sono io?
Sosti immobile al lato della tua opera incompiuta. Non sei soddisfatto.
Mi osservi con cura, la stanghetta degli occhiali sospesa tra le labbra, meditando sul da farsi. Quando poggi gli occhiali sul comodino capisco che hai deciso, te lo leggo nelle fessure luccicanti che accerchiano il naso regolare. L'attesa mi eccita dilatandomi ogni poro e annebbiandomi la testa.
Intingi un dito nella pittura umana che ti ho fatto versare, disegni due cerchi rossi attorno ai capezzoli.
Lo sfregio mi rende furiosa, il corpo reagisce strattonandosi, vorrei rimuovere i legacci e fare nuovo scempio di te con le unghie affilate.
Ma il dito è fresco pennello, i capezzoli si inturgidiscono all'istante. Ne prendi uno tra il pollice e l'indice. Lo avviti, lo temperi come l'ultima delle tue matite. Lo sollevi verso l'alto e lo lasci ricadere senza troppa grazia incurante delle mie proteste. Piuttosto flebili.
Avvolgi l'altro con la bocca calda: lo succhi, con cura, metodico. Ti stacchi di colpo e soffi sulla chiazza umida, un brivido s'inerpica per la mia schiena.
"Il gioco ti piace, mia cara?"
Nuda. Annodata a un calorifero bollente. Di fronte alla finestra di un ufficio brulicante di manichini annoiati.
Piace si.
Il buio ed una tenda proteggono da occhi estranei la densa viscosità che scorre nella nostra stanza dei giochi.
Giro appena lo sguardo sugli esseri intenti in altre manovre: fotocopie, telefoni, pc, tuttoè lontano anni luce dal senso che si consuma qui, a pochi respiri di distanza.
Torno a te.
Sei tu il fulcro della mia attenzione in questo macroscopico istante: torpido ti spogli, con maestria, come se non avessi fatto altro nella vita. Scivola la cravatta, si dilegua la camicia. La luce scura che intravedo nelle pupille mentre sfili la cintura in pelle quasi mi spaventa. Ignorare le intenzioni altrui è cosa nuova, mi rende elettrica. Il tuo corpo lucido riaffiora dalla pozza dei vestiti d'ordinanza, quelli da uomo distinto, e mi dedica una decisa erezione. D'improvviso l'impotenza della mia prigionia mi fiacca, sono preda braccata dalle mie stesse voglie: slegami, prego. Devo morderti quel centimetro quadrato alla base della nuca, ne ho bisogno: sentirne la consistenza, il sapore. Dolce. Salato? Aiutami, prego.
Ancora più lento ti avvicini, mi esplode il cuore e scandisce il percorso inarrestabile del mio languore: sgorga sotto lo sterno e mi riaffiora tra le gambe strabordando ogni argine.
Scivoli nello spazio che mi divide dalla finestra, e mi stringi da dietro. Ogni centimetro della tua carne aderisce alla mia, ogni incavo della mia forma si riempie della tua presenza, siamo un unico grumo indefinito al centro dell'inutile universo che ci ignora.
Metallo rovente preme le mie natiche, terribile agonia, farei qualsiasi cosa per potermi muovere adesso.
Mi sciogli dall'abbraccio senza preavviso, e il freddo della brusca assenza della tua carne è pugno nello stomaco. Ho il sangue al cervello quando i tuoi occhi eccitati mi sono di fronte. Mi tendo come un arco, la carne dei polsi sfrigola sotto i legacci, ma brucia meno della voglia della tua bocca. Me ne approprio, con violenza. La lingua ti aggancia, ti riavvicini finalmente. Esploro le storture dei tuoi denti, indugio, delicata, poi no, con forza. Ti lascio e poi ti mordo, lambisco le gengive, succhio le tue labbra, a turno, sotto, sopra, assaggio la tua saliva fin quando il mio sapore si mescola al tuo.
Aspiro il tuo odore di bimbo perverso, mi sciolgo al vapore lieve del tuo sudore. Mi accordo alla profondità del tuo respiro.
"Slegami" ti supplico.
Mi ignori. Ti odio . Mi odio, per avertelo chiesto. Afferri il volto con delicatezza, lo tieni ben fermo di fronte al tuo. Vuoi che ti guardi mentre la mano scivola lenta lungo i nervi doloranti del collo, sul fianco abbronzato. Devia improvvisa al ginocchio, si allarga, risale la morbidezza dell'interno coscia lasciando lividi indelebili che domani conterò. Si sofferma in un punto esatto. La curva in cui la consistenza vellutata dell'arto cede spazio ad altri luoghi.
Ho il pube rasato da poco. Non era per te, ma adesso lo è. Le tenebre te lo avevano nascosto, e la sorpresa ti si stampa sulla faccia annientando il sorriso sfrontato.
Tratteggi numeri primi immaginari sulla pelle liscia e rigonfia del mio sesso, ma il respiro corto ti tradisce dandomi l'illusione di essere padrona del gioco.
Un dito guizza nella mia morbida ferita, strappandomi un gridolino soffocato. Lo rigiri a fondo, gli imprimi una pressione che mi stringe il cervello in una bolla incandescente. In un attimo sono lava tra le tue mani, tremo per lo sforzo di non piegare le ginocchia prive di volontà, potresti chiedermi qualunque cosa, ora, e la sapresti. Per fortuna non lo fai. Una mano tra le cosce ed ecco la fine della guerra, signori e signore! Arma biologica sublime.
Una lacrima scende giù dall'angolo del mio occhio destro. Non è dolore, è rabbia per la sconfitta imminente.
Lasci il volto imprigionato
"Smettila." dici
Abbasso lo sguardo per l'imbarazzo.
Sciogli i lacci, prendi i polsi tra le tue mani e li baci a lungo, lì, dove la pelle è rigonfia e dolente. Poggi le labbra sugli occhi liquidi, uno ad uno. Con la lingua morbida rimuovi le tracce del mio orgoglio violato, e mi tieni così, stretta, avvinghiata.
Ti ho impietosito, infine. Hai frainteso l'orgoglio del guerriero oltraggiato e concedi una tregua. Da brava amazzone approfitto del vantaggio concesso meditando la punizione che ti spetta.
Mi accingo all'azione.
Invece no. Non l'hai bevuta.
Mi sollevi di peso.
Mi sbatti sugli elementi del termosifone divaricandomi a forza le gambe. La sorpresa mi immobilizza facendomi gemere di piacere. Non sento la pelle ustionarsi all'alta temperatura, non c'è un briciolo, di me, che non reclami quello che sta per compiersi in quel preciso spazio, qualunque, qualunque cosa sia. Mi entri dentro furioso, le mani annodate alle tende, vibrando una prima scudisciata incandescente. Chiudo gli occhi all'istante, mi aggrappo alle tue spalle temendo che tu decida di andar via. Non andar via. Perdo ulteriore percezione di me: non so come accada, mi rivolti come un guanto ed ora ti sono di schiena, la faccia all'ufficio di fronte, ad angolo retto sul davanzale su cui faccio leva con le braccia tentando di non smuovere la tenda che ci nasconde. Sono una straccio informe e palpitante, una leonessa che agogna la monta del suo capobranco. Sento le mani forzare l’ingresso del mio corpo, con precisione chirurgica, e in un istante mi squarci aggrappandoti ai seni. E' di dolore, stavolta, che gemo. E piacere. La pressione comprime muscoli celati e le fitte si propagano concentriche nella mia testa fino al punto del non ritorno. Non basta a impietosirti.
Neanche lo vorrei.
Continua.
Prego.
Continua.
Di fronte un omino stempiato si avvicina al vetro. Rivolge uno sguardo distratto nella nostra direzione soffiando sul caffè.









