Aborigeni pronti per il tè delle cinque
Okay, oggi ho scoperto questo: gli australiani non amano parlare degli aborigeni.
Chiedete a un australiano che cosa pensa di tutta la questione e vi lancerà un'occhiata sfuggente, per poi rispondere: “Che cosa vuoi sapere, esattamente?”. Da lì in avanti, non riuscirete a strappargli altro che monosillabi o – nel migliore dei casi – una sequela di mezze frasi diplomatiche: “Oh, they're alright” oppure “Well, it's a funny situation”. Fine delle trasmissioni. Come se fossero stati colti in flagrante a rubare un barattolo di marmellata (un barattolo piuttosto grande, in realtà) e se ne vergognassero, abbastanza da non riuscire nemmeno ad ammetterlo a se stessi.
Capisco quel sentimento, in un certo senso. E capisco anche che non è colpa loro, non direttamente almeno, proprio come non si può condannare un backpacker tedesco perché i suoi nonni hanno, con ogni probabilità, avallato la sterminazione di un intero popolo.
Eppure, tutta questa omertà è stravagante. C'è un motivo: i programmi scolastici sono zeppi di nozioni sulla Gran Bretagna (presumo l'intera linea di discendenza della famiglia reale e la cinquecentenaria storia del cricket), ma dedicano due ore in un anno (proprio così, due ore) a spiegare che razza di civiltà vivesse qui prima di loro.
Eppure è una civiltà affascinante, complessa. Una civiltà priva, ad esempio, di parole come “ieri” e “domani”. Non intendo nemmeno addentrarmi nell'argomento più del necessario, ma basta un solo dato per capire fino a che punto la reticenza australiana meriti di essere trasformata in un salutare senso di colpa.
Gli aborigeni erano già qui, probabilmente, 60mila anni fa (45mila, a voler essere pessimisti). Ed erano qui perché hanno conquistato questa terra via mare, 30mila anni prima che a qualsiasi Homo sapiens europeo venisse in mente di mettere insieme due assi di legno e allontanarsi dalla costa.
Immaginate se, dopo tutto quel tempo passato a sopravvivere in un continente ostile sotto ogni punto di vista, trasmettendo di generazione in generazione canti che – di fatto – sono autentiche mappe del territorio, a un certo punto vi si presentasse davanti l'insigne capitano James Cook, bianco, a bordo di un'enorme nave.
Sapete qual è stata la reazione degli aborigeni? Hanno dato un'occhiata alla nave, hanno sbuffato e un minuto dopo sono tornati a fare quello che stavano facendo. Nessuno di loro ha pensato alla discesa in terra degli dèi, per capirci. E mentre gli inglesi cercavano di intrattenere faticose conversazioni con loro, essenzialmente per assicurarsi la terra circostante in cambio di collanine colorate, la loro risposta è sempre stata chiara: stiamo bene così, grazie; tieniti quello che è tuo e lasciaci quello che è nostro.
È indicativo che il già citato James Cook annotasse: “Tutto quello che sembravano desiderare era che ce ne andassimo”. Sfortunatamente per loro, non è successo. Il risultato è che gli aborigeni, da proprietari incontrastati di un intero enorme continente, sono diventati l'ultimissima ruota del carro mondiale. Massacrati dall'alcool, senza prospettive, incapaci di comprendere il valore del denaro o della proprietà privata. Stasera mi raccontavano che, da qualche parte nel Queensland, in un goffo tentativo di rendere la comunità aborigena rispettabile, la riserva è stata dotata di nuove deliziose casette.
In poco tempo, gli aborigeni hanno divelto le porte di legno e le hanno usate per fare un falò. Dentro casa.
Credo che un buon numero di australiani lo ritenga un aneddoto abbastanza divertente. Che selvaggi – diranno agli amici durante un barbecue – abbiamo dato loro case prefabbricate nuove di zecca e guarda com'è andata a finire.
Il fatto è che non è divertente. È triste, spezza il cuore. Ed è ancora più triste accorgersi come tuttora le nuove generazioni vengano allenate a considerarli uno spiacevole inconveniente del paesaggio, come le meduse a scatola, il coccodrillo d'acqua salata e il brown snake. Soltanto molto meno pericolosi.
E in tutto questo, l'unica soluzione politically correct sembrano essere le case prefabbricate senza porte o, come insegna la foto qua sopra, un bel completino elegante con cui vestire i capi tribù per il tè delle cinque.