Vaffan-Q Fast
Sono andata in farmacia con una richiesta semplice: qualcosa di più potente della camomilla, ma meno devastante delle benzodiazepine. Niente melatonina, ché devo restare vigile e non collassare russando sulla tastiera, e possibilmente non in gocce, perché aspettare che escano una parolaccia alla volta dal contagocce mi fa girare le ovaie (ho detto ovaie?).
Il farmacista, con la delicatezza tipica di chi ha studiato il principio attivo ma dimenticato il principio della discrezione, ha iniziato a disquisire a voce alta delle opzioni disponibili. Una vera dissertazione scientifica itinerante tra gli scaffali, in modalità megafono, degna di un seminario universitario. Solo che invece dell’aula magna della Federico II, c’era una farmacia grande quanto un salotto IKEA e affollata come la metro delle 7:00 a Piazza Garibaldi.
Nel tempo che ha impiegato per scandagliare ogni possibilità tra capsule, compresse, infusi e un paio di pozioni magiche, si è formato un comitato popolare spontaneo. Ognuno ha iniziato a consigliare il proprio prodotto del cuore, testato personalmente e garantito con più fervore di un venditore di QVC. E così mi sono sorbita l’ansia da post-pensionamento del signor Giovanni, le caldane della Sabina quando al marito hanno tolto la prostata, la depressione post partum della nuora della sorella della signora Margherita, l’insonnia cronica di Gennaro, ex guardiano notturno che ha perso il lavoro e, a quanto pare, anche la capacità di dormire.
E lì, nel bel mezzo della discussione su estratti vegetali e neurotrasmettitori, mi sono sentita piccola. Piccola come una capsula da 0,25 mg. Perché io non voglio essere al centro dell’attenzione. O almeno non così. E lo so che, a guardarmi tutta in tinta, truccata, piastrata, e senza un dramma clinico o una sciagura esistenziale da condividere, sembravo la solita donna di mezza età che va in crisi isterica per un’unghia spezzata o si dispera se si accavallano gli appuntamenti dal dentista e dal parrucchiere.
E invece no. Ero solo una persona sinceramente, profondamente, onestamente stanca. Delusa. Sotto pressione. Ma provateci voi a spiegarlo al tribunale popolare del bancone farmaceutico.
Io manco ci provo. Perché, onestamente, me ne frega un quarto di niente delle opinioni altrui, dei sorrisetti malcelati, delle diagnosi da bar e del bisogno che ha il mondo di incasellarti in un cliché digeribile.
Ora capisco perché la gente ordina i farmaci su Amazon.
Alla fine, veramente in imbarazzo perchè ogni scelta comportava scontentare qualcuno dei presenti, mi sono fatta coraggio e ho preso quello che mi stava consigliando la maestra delle elementari di Figlia2. Una donna con una vita familiare che definire incasinata è come dire che il Vesuvio è una collina un po’ nervosa. Ogni mattina insegna a contare a ventiquattro indemoniati tra urla, caccolette e genitori psicotici su whatsapp. Se riesce a rilassarsi lei, senza melatonina, senza gocce, e senza farsi monaca tibetana... allora forse funziona anche per me.
Il farmacista mi consegna il mio pacchetto con un “Mi faccia sapere, sono qui a disposizione” e occhiolino incluso. Avrei voluto rispondere “Le faremo sapere”, in stile ufficio casting. Invece ho detto grazie, con quello che spero fosse un sorriso. O almeno somigliasse più a un sorriso che ad una paresi.
E niè... Kest’è.









