Intervista impossibile: Ho combattuto a Campaldino. Terza parte
Ho combattuto a Campaldino
Prima parte Seconda parte Terza parte Racconto della vita di un protagonista di un fiorentino: Pagolo di Francesco di Banco La battaglia
A Campaldino nella guerra contro i fiorentini, furono scelti dai loro comandanti Bonconte da Montefeltro e l’Arcivescovo di Arezzo Gugliemino degli Ubertini, fra i cavalieri più valenti, per caricare i feditori fiorentini. Con il braccio destro reggevo la lancia poggiata sulla resta, con il sinistro lo scudo con lo stemma della mia casata; una candida colomba in campo rosso. Le gambe si stringevano con forza intorno alla groppa del mio cavallo, sotto l’elmo pregavo il Signore di salvarmi. Lo scontro con il cavaliere aretino fu violento. Con la lancia, lo avevo colpito nello scudo e si era spezzato, il mio avversario era stato disarcionato e ora disteso in terra, impossibilitato ad alzarsi per il peso dell’armatura. Mentre cercavo di estrarre la mazza ferrata, fui caricato da un altro avversario e sbalzato dalla sella. Il colpo ricevuto e l’impatto con il terreno, mi avevano fatto perdere i sensi. Il mio avversario credendomi morto stava duellando con la spada con un cavaliere fiorentino. Quando rinvenni, fui aiutato a rialzarmi e a incitato a combattere, era Cecco che vedendomi cadere era corso in aiuto. Raccolsi la spada e scudo e mi gettai nella mischia.
L’aria era satura dell’odore del sangue, e del pulviscolo provocato dalla carica dei cavalli. Il sangue cadeva copioso sul terreno inzuppandolo. Il clangore delle armi, le urla dei feriti, il nitrito dei cavalli e le urla dei cavalieri coprivano ogni altro rumore. Il caos era completo. Cavalli feriti fuggivano per ogni dove del campo di battaglia spaventatissimi. Gli aretini con l’impeto della carica, avevano costretto i feditori fiorentini a retrocedere verso i nostri palvesi. Gli scudi erano fermati a terra, formando un muro di difesa, Dietro, c’era un fante armato di lancia infilzava i nemici, mentre un balestriere scagliava dardi senza posa. La battaglia era totale, dietro ai Paladini ormai soccombenti, errano giunti i pedoni aumentando il caos. Intanto Neri il mio salvatore mi incitava a seguirlo nella mischia, ferendo o uccidendo i fanti nemici. Mi gettai nella mischia, abbattendo coloro che mi si paravano davanti.
Intanto pensavo: dove sono Cecco e Dante dispersi nella mischia? D’un tratto li vidi. Erano ancora in sella e combattevano con valore. La battaglia si era bloccata. I fanti di Arezzo non riuscivano a sfondare la nostra linea di difesa, fermati per il valore dei miei compagni. I Paladini erano caduti quasi tutti, i superstiti appiedati, venivano infilzati dai nostri verrettoni. Il Vescovo Guglielmino degli Ubertini era morto, seguito da suo nipote Pazzo, che con slancio di protezione aveva scambiato le insegne con l’anziano parente per salvargli la vita. Il comando della Taglia Aretina era passato al Tarlati di Pietramala, che incitava i ghibellini innalzando le insegne Imperiali. Intanto Corso Donati Podestà di Pistoia se ne stava nascosto con i suoi soldati in attesa di intervenire. L’ordine era di rimanere nascosto in attesa degli ordini di entrare in battaglia. Se avesse disubbidito, avrebbe subito il taglio della testa per insubordinazione.
Ad una certa ora del pomeriggio, vide l’occasione di entrare in azione, la battaglia era in posizione di stallo, pertanto decise che quello era il momento per entrare in combattimento e scompaginare i nemici prendendoli di sorpresa. Arringò i suoi cavalieri con parole forti. O moriamo in battaglia o stasera tutti a Pistoia per la dannazione. L’arrivo dei cavalieri pistoiesi presero alle spalle e li fecero fuggire. Gli aretini, non si aspettavano questa mossa. La tenaglia fiorentina si stava chiudendo e iniziò il massacro. Anche gli aretini avevano una riserva. Il Conte Guidi dalla chiesa di Certomondo, dove era in attesa di ordini per intervenire, vide volgere le sorti della battaglia in favore dei fiorentini, si ritirò nel suo castello a Romena. I ghibellini battuti sonoramente furono fatti prigionieri per pretendere il riscatto dai loro familiari. Noi vincitori ci demmo al sacco delle loro salmerie.
Alberto Chiarugi








