Intervista impossibile: Ho combattuto a Campaldino. Sesta parte
Ho combattuto a Campaldino
Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte e ultima parte Racconto della vita di un protagonista di un fiorentino: Pagolo di Francesco di Banco
Si fermarono a guardare i ballerini e scorti fra il pubblico i Cerchi, gli andarono addosso spingendoli con i cavalli. Questi reagirono e ne nacque una violenta zuffa, nella quale a Ricovero dei Cerchi fu tagliato il naso. In quell’anno ero stato sorteggiato come Priore con Dante Alighieri, per il periodo 15 giugno – 15 agosto, era entrato in politica, con la sua integrità, ma dava noia ai più. La carica di Priore durava due mesi, per permettere una certa mobilità fra i suoi partecipanti. Abitavamo presso la Torre della Castagna, il Palazzo dei Priori al quale lavorava Arnolfo di Cambio non era terminato. Eravamo nutriti a spese dell’erario, non potevamo uscire, ne parlare con alcuno, potevamo parlare nelle pubbliche udienze. Potevamo uscire solo per gravi motivi. Per lo scontro di Calendimaggio, per dare una calmata alle due fazioni dei Bianchi e dei Neri, furono esiliati otto Guelfi Neri e sette Bianchi, fra i quai c’era l’amico di Dante Guido Cavalcanti. Questa mossa, fu l’inizio della fine della carriera politica del poeta.
Gualtieri di Brienne Duca di Atene era un nobile francese conosciuto dai noi fiorentini per essere venuto a Firenze, molti anni prima come Vicario di Carlo di Angiò Duca di Calabria. Nel 1342 fu chiamato a Firenze a ristabilire l’ordine provocato dalle lotte cittadine fra Guelfi e Ghibellini e per la crisi economica provocata dalla mancata restituzione dei fiorini prestati dai fiorentini dal re Edoardo III di Inghilterra in guerra con la Francia. Le lacerazioni interne dovute alle fazioni che si affrontavano senza posa. Firenze era in guerra con Pisa per il controllo sulla città di Lucca da sempre Guelfa. Il Capitano del Popolo con il suo consiglio, con votazione segreta, gli offrì la carica di Podestà fino al 1343, che la carica fosse a vita, per limitare l’azione dei magnati. Gli atti ufficiali parlano della sua assunzione che io facente parte del consiglio del Capitano del Popolo trascrissi negli atti del consiglio per leggerlo al popolo che aspettava nella piazza della Signoria “Excellens d.d. Guartierus athernarum dux ac defensor Florentie, nec non capitaneus ad ugerram Communis.
Questo fu un errore da parte della Signoria che volle, con l‘approvazione del popolo minuto la carica a vita. La sua politica scontentava tutti, Firenze era provata dal fallimento delle Compagnie dei Bardi e dei Peruzzi dato che non erano stati restituiti i denari avuti per la Guerra dei Cento Anni contro la Francia. Il Gualtieri tassava pesantemente i mercanti, per rimpinguare le casse del Comune vuote, mentre le somme di denaro finivano nelle sue tasche. Qualcuno come Antonio di Baldinaccio Adimari, tentò di togliere di mezzo l’ingombrante duca, ma venne scoperto e incarcerato. Nel mese di luglio il giorno 26 Sant’Anna del 1343, ci fu una sommossa contro il tiranno. Il popolino finse una zuffa in mercato vecchio per distrarre la guardia di Gualtieri. Rimasto solo si rinchiuse nel Palazzo della Signoria deciso a resistere. Intanto in città nei giorni 27/28 arrivarono rinforzi per noi cittadini da Siena, San Miniato, Prato. Mentre il Duca resisteva. Intanto cercavamo una via d’uscita a questa situazione, blandendo e minacciando il Duca. Finalmente il primo di agosto accettò di lasciare la città. Se ne andò dal Palazzo uscendo da una porticina secondaria che sbuca in via della Ninna, scortato dal Conte Guido dei Guidi, per la sua incolumità. Lo scortò fino al Mugello e lasciato libero dì tornare di in Francia. Il cronista della Nuova Cronica Giovanni Villani, riporta questo episodio con dovizia di notizie. Noi facenti parti della Signoria decidemmo che il giorno 26 luglio di ogni anno fosse festa, con l’esposizione delle bandiere delle Arti ad Orsanmichele, nessuno doveva lavorare come nel giorno del Santo Patrono Giovanni Battista. Un anno dopo fu messa una taglia sulla testa del Gualtieri, e venne ordinato al pittore Giottino Maso di Stefano di affrescare sulle mura del palazzo del Podestà a ignominia perpetua le effigie dei traditori: Cerrettieri Visdomini, Ranieri da San Giminiano suo fratello Giotto, Guglielmo e Gabriele d’Assisi, Meliaduso d’Ascoli. Sotto i ritratti vi furono messe parole infamanti.
La mia casa risuona delle voci dei miei nipoti. Sento le mamme che gli sgridano per il troppo chiasso, non disturbano il mio riposo. La gotta mi tormenta, il medico Mastro Antonio, con l’aiuto di un flebotomo, ha inciso la carne della coscia sinistra e vi ha applicato delle sanguisughe. Bisogna toglier tutto l’umore nero. Questa pratica dolorosa non mi da alcun sollievo. Passo le giornate fermo a letto. La piccola Chiara è venuta a farmi visita, porta con se la bambola di cencio, si arrabbia quando mi appisolo. Ho notizie sulla vita cittadina. Orio Pepi fratello del marito di Luisella viene giornalmente a trovarmi e mi informa di quello che accade. Ora all’età di 75 anni, sono arrivato alla fine della mia vita. Ho dato tutto per la mia Firenze e per la famiglia, sono felice! E’ venuto il notaio Ser banco detto Goccia, per il suo naso gocciolante sempre e il mio confessore don Franzese Capocci, per accompagnarmi nel momento del trapasso.
I miei cari amici Dante Alighieri, è morto a Ravenna in esilio nel 1321, Cecco Angiolieri, se n’era andato nel 1310, dopo una vita dissipata, ora sto per raggiungerli. Ho dettato al notaio le mie ultime volontà. Ai tre figli maschi di Ruggero, ho lasciato i miei magazzini di vendita di lana e seta. A Luisella, la mia preferita, ho assegnato una cospicua somma per sposarsi bene. A Banco, il più riservato dei miei figli, ho regalato una villa in località Bagno a Ripoli e una somma di denaro per ristrutturarla. Ad Angelo, quello che più mi assomiglia come carattere, l’ho fatto direttore della filiale di Cambio a Bruges. A Maria Antonia che ha molti figli lascio una cospicua somma di denaro, per dargli una adeguata istruzione. A Clelia Maria badessa del convento degli Angeli, lascio una somma di denaro per il convento e una altra per recitare messe per la salvezza dell’anima mia. Ecco l’ora del trapasso si avvicina. Accanto a me ci sono i miei figli con i nipoti, i miei fedeli servi piangono in silenzio. Clelia Maria è uscita dal convento, è seduta vicino al letto, mi accarezza e mi dice parole di conforto. Ecco l’ora del trapasso si avvicina, sono pronto! Chiamo accanto a me don Franzese per ricevere il viatico. Mi ha assolto per tutti i miei peccati, mi ha dato la comunione, ora sono pronto a lasciare tutto quello che ho avuto e con l’anima in pace. A fatica, con l’aiuto del confessore, mi siedo sul letto, tutti piangono. Con un filo di voce li conforto. Dico loro che vado a raggiungere la mia amatissima Madonna, la vostra madre la mia moglie che è mancata da molto tempo. Sono stanco, mi adagio sui cuscini e chiudo gli occhi. Amen.
Alberto Chiarugi







