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🌈1° Happy Anniversary, Sprunki🥳
01.09.22 1° F Frigid, but fabulously beautiful morning in the woods
Assim dizia o conto popular:
Espelho espelho meu, existe alguém mais bela que Aoi Futaba?
Me quedaba viendo el cielo, en una de tantas noches que arrojaba tu nombre al vacío inconmensurable del universo. Esperaba que un latido de mi ser me hiciera comprender si éramos eternos o simplemente un fugaz pasatiempo acordado. No daba vueltas de página, porque ponía tu nombre y le demás sobraba. No tenía intenciones o tal vez si, aunque las olvidaba cuando te hacía reír hasta llorar. Pensaba en todo y en nada en frente de ti. Mi nombre tomaba sentido entre tus labios, tu nombre era el génesis entre los mios.
-Ventum.
La Basilica abbaziale di San Miniato al Monte e Cimitero delle Porte Sante di Firenze: 1° parte
La Basilica abbaziale di San Miniato al Monte e Cimitero delle Porte Sante di Firenze
Storia del luogo e del santo
1° parte
La basilica minore si trova in un luogo elevato che sovrasta la città da cui si ha un bel panorama su Firenze. Per raggiungerla a piedi dal centro occorrono circa 40 minuti, così facendo si scoprono tra i vicoli della città piccole chiesette, botteghe e scorci deliziosi. Uscendo da porta San Miniato, dunque dai resti delle mura fiorentine, si percorre una strada piuttosto ripida che porta al monte.
Si accede alla basilica grazie ad una doppia scala che porta ad una terrazza che si affaccia sulla vallata e dunque sulla città, poi da qui si sale per un’altra gradinata centrale che immette prima nel cimitero che circonda questo capolavoro in stile romanico fiorentino, poi all’entrata.
San Miniato è il primo martire conosciuto della città, forse era un mercante orientale o un principe armeno in pellegrinaggio diretto a Roma. Si sa che giunse intorno al 250 a Firenze dove dette inizio alla sua vita eremitica proprio su quel colle che da lui avrebbe preso il nome, nel bosco che si chiamava Selisbot o Elisbots oppure Val di Botte, nel quale si rifugiarono i primi seguaci delle dottrine evangeliche che sembra avessero edificato qui un oratorio dedicato a San Pietro.
La leggenda scritta subito dopo il Mille, ricorda i numerosi tormenti subiti dall’uomo, che uscì illeso da un forno arroventato; si liberò miracolosamente dei ceppi che lo stiravano sul cavalletto; e fece stramazzare un leone facendosi il segno della croce all’interno dell’anfiteatro che era sito fuori città, oggi appena riconoscibile dal perimetro ricurvo.
L’agiografia, riporta che Miniato si allontanò dal luogo del suo martirio portandosi via la propria testa dopo essere stato decapitato a seguito delle persecuzioni cristiane dell’imperatore Decio. Oltrepassò l’Arno, per giungere dove ora sorge la sua basilica che si erge sul Mons Florentinus. Ma questa storia ha un risvolto spirituale, la testa portata fino alla sommità del colle potrebbe simboleggiare il cammino del fedele, che dalla terra si eleva verso il cielo. Non dimenticandoci poi anche che secondo la dottrina neoplatonica, la testa racchiude la mente, l’intelletto e l’anima e che questa leggenda può anche indicare il viaggio dell’anima dal monte verso l’eternità.
La chiesa è ricca di simbologie che richiamano queste teorie: dalla cripta, che affonda nelle radici terrene attraverso l’intelletto, si sale per sette scalini, che nella simbologia dei numeri rappresenta l’ingresso nella vita e nel tempo in correlazione con i sette giorni della creazione. La navata si sviluppa sulla terra, da qui partono sedici scalini, il doppio di otto, raddoppiando così il valore inerente all’eternità. Il presbiterio si eleva fino al catino, proprio dov’è raffigurato Cristo in cielo. Un’iscrizione sulla facciata recita: “Haec est porta coeli”(Questa è la Porta del Cielo), richiamando la visione di Giacobbe e sottolineando la spiritualità del luogo. Anche l’orientamento della struttura risente di influenze esoteriche, è infatti rivolta a sud-est, dove sorge il sole nel periodo dell’anno che festeggia la nascita di Cristo.
A parte la leggenda ben radicata nella credenza popolare, la storia oggi propone un’altra versione su san Miniato, ovvero che fosse un fiorentino di bassa estrazione sociale e che il suo martirio non avvenne nell’anfiteatro, bensì sull’ansa dell’Arno conosciuta come “Gorgo”. È infatti da tempo immemorabile che i fiorentini venerano una Croce, chiamata proprio la “Croce al Gorgo”. Il sacro luogo segnerebbe proprio dove il martire morì.
Oltre che luogo di culto, il complesso fu trasformato in fortezza e servì come lazzaretto durante la peste del 1630.
Entrando nella chiesa di San Miniato e salendo sull’alto presbiterio, si può vedere, nel mosaico dell’abside il martire raffigurato in compagnia della Madonna e di Cristo. Forse l’idea che fosse un re, nasce perché qui furono poste alcune reliquie di un santo probabilmente egiziano piuttosto conosciuto a quei tempi. Un'altra tesi vuole che siano stati i siriaci ad introdurre il culto orientale cristiano di San Miniato nella città. Fu quando si perse il ricordo di questa tradizione, che i devoti cominciarono ad immaginare Miniato come un soldato.
Su questo luogo fu dunque eretto dapprima un santuario, poi, nell’VIII secolo, una cappella. La costruzione dell’attuale chiesa risale invece al 1018, sotto il vescovo Alibrando, ma i lavori proseguirono con l’imperatore Enrico II.
I monaci dell’Ordine Benedettino, che la fondarono, aderirono in seguito alla congregazione Cluniacense, furono poi sostituiti nel 1373 da quelli della congregazione Olivetana ancora oggi presenti, famosi per la produzione di liquori, miele e tisane qui vendute.
Vicino alla chiesa si trova il coevo monastero, questo venne restaurato nel 1426 dall’Arte di Calimala. Aperto al centro da un chiostro, venne decorato da Paolo Uccello insieme ad Antonio Papi, che ritrassero storie di santi eremiti. Uccello prosegui il suo lavoro e nel 1455 decorò anche il refettorio dell’abbazia. Alla decorazione del chiostro partecipò anche Bernardo Buontalenti, che nel 1547 rimpiazzò una scena di Paolo Uccello, con un suo rarissimo Cristo sulla via di Emmaus, ancora oggi conservato.
A fianco del chiostro, nel 1295, il vescovo Andrea de’ Mozzi iniziò la costruzione dell’arcivescovado fortificato, terminato nel 1320 dal vescovo Antonio d’Orso e destinato a residenza estiva dei vescovi fiorentini. Passato poi al monastero nel 1337 venne in seguito usato come scuderia e come ospedale.
Il Cimitero monumentale delle Porte Sante di Firenze è situato all’interno del bastione fortificato della basilica. Qui si trovano tombe molto belle, cappelle e statue che raffigurano angeli piangenti, bimbi sorridenti e figure antropomorfe femminili e maschili molto suggestive. Un luogo romantico e dunque molto visitato, come la tomba quella degli amanti (in realtà fratello e sorella), quella del fante, di Carlo Collodi, inventore di Pinocchio e di Luigi Bertelli, padre di Gianburrasca. Un cimitero ricco di opere artistiche che dà riposo dunque a molti nomi noti.
Il camposanto fu inaugurato nel 1848. Il progetto era dell’architetto Niccolò Matas. Ad opera di Mariano Falcini il cimitero venne poi ingrandito, utilizzando l’area della fortezza Cinquecentesca che si estendeva intorno alla chiesa. La nuova rete viaria del Poggi e l’apertura del viale dei Colli e dello scalone monumentale, creò nuove modalità di accesso alla basilica.
Qui sono sepolte illustre personalità come il politico Spadolini, il produttore cinematografico Cecchi Gori, gli stilisti Coveri e Cavalli, il gastronomo Artusi, l’architetto Coppedè, l’attore, regista e sceneggiatore Francesco Nuti, il generale Pianell, Maria Cafaggi, la madre di Frederick Stibbert, proprietari del famoso museo fiorentino, il regista Zeffirelli e molti, molti altri.
Il luogo merita sicuramente una visita.
Riccardo Massaro
Famiglia Infangati 1° parte
Prima parte
Antica nobile famiglia di Firenze, del XII secolo, insieme ad altre famiglie coeve di quell’epoca, hanno iniziato la grande storia della nostra città: Ughi, Catellini, Filippini, Greci, Ormanni, Alberichi, Sanella, Arca, Soldanieri, Ardinghii, Bostichi, Della Pressa, Galigaio, Pigi, Sacchetti, Giochi, Fifanti, Barucci, Galli Chiaramontesi, Lamberti, Adimari, Donati, Caponsacchi, Guidi, Peruzzi e altri.
Di questa famiglia se ne ha notizia nel Canto del Paradiso dell’opera la “Commedia” dell’Alighieri, dalle parole del suo trisavolo Cacciaguida degli Alisei che, raccontando di quell’epoca, ne ricorda il nome. Ne parla anche il cronachista Giovanni Villani, nella “Cronica”, dicendo che la famiglia era formata da buoni cittadini provenienti dal Contado fiorentino, della loro antichissima discendenza da un certo cavaliere romano: Sesto. Parlava di loro dicendo che erano ricchi dinasti feudali, possessori di molti castelli e di case abitate in città presso la chiesa di Santa Cecilia. I documenti ufficiali confermano quanto sostenuto dal Villani, che erano una delle casate consolari più rappresentative degni di fare parte della corte degli Imperatori. Nella storia della nostra città, sono nominati nel “Regesto di Camaldoli” (Regesta Chartarum), si trova il nome il nome di Gerardo detto Infangato abitante vicino alla chiesa di Santa Cecilia nel Sestiere di San Pier Scheraggio come testimone insieme ad un certo Odenrico.
Turno Infangati figlio di Messer Mangino, fu scelto per accompagnare e scortare insieme ad altri cittadini onorevoli, Enrico II “Il Santo” degli Ottoni di Baviera, nel suo viaggio a Roma dal Papa VIII Teofilatto II dei Conti di Tuscolo l’11 febbraio 1014. Come ricompensa per il servizio reso all’Imperatore, l’Infangati, fu armato cavaliere e autorizzato a rivestire le insegne “a Spron d’Oro”.
Questa dignità venne concessa ad un altro Infangati, Messere Alberto, dall’Imperatore Corrado II di Franconia “il Salico” o il “vecchio” e a permettergli di fare parte della magistratura consolare. Un altro esponente della famiglia Umberto, fu eletto Console nel 1182 destinato a ricoprire importanti cariche nel governo cittadino. Suo figlio Infangato fu membro dei consigli del Comune, nell'alleanza con la città di Bologna del 1215, nella guerra contro Pistoia per il possesso delle tre Limentre, dalla Sambuca, Stagno fino a Bargi. Un Messer Verdiano si trova fra i fiorentini partecipanti alla quinta crociata del 1217 indetta dal Papa Onorio III Cencio (forse Savelli), in Palestina e Egitto, con lo scopo di riconquistare Gerusalemme in mano ai musulmani.
Alberto Chiarugi
La peste a Firenze 1 parte
La peste a Firenze
1 parte
La peste fiorentina del 1630, che durerà fino al 1633, sorprende per l’assenza di tumulti, rivolte e follie collettive nella città. Non si perseguitano gli untori, in realtà semplici capri espiatori, e non si verifica il panico collettivo che si diffonde invece in altri luoghi. Anche la mortalità risulta più limitata rispetto ad altri centri.
Il morbo scoppia nell’estate del 1630 e si spegne nei primi mesi del 1631 per poi riaccendersi nella primavera del 1633. Tutto in città è pronto per gestire l’epidemia in arrivo: funzionari di sanità, lazzaretti, fosse comuni, case serrate e quarantena.
La memoria scritta con cui oggi conosciamo gli accadimenti, viene redatta per ordine del Granduca Ferdinando II da Francesco Rondinelli, un suo bibliotecario.
Tentativi di occultare l’epidemia da parte di alcuni cittadini per evitare la quarantena o di essere coattivamente trasferiti nel lazzaretto falliscono. Si impone così una dittatura sanitaria che stabilisce rigidi dettami, tra cui la separazione tra malati e sani e altri rigidi controlli, affinché le regole siano pienamente rispettate.
Non manca la solita processione della Madonna dell’Impruneta, che almeno sul piano simbolico e religioso rasserena gli animi, ma che spesso e volentieri finisce per diffondere il contagio tra i partecipanti.
A causa dell’invasione dei lanzichenecchi nel milanese e della conseguente guerra nel mantovano, il morbo esplode in tutta la zona.
Un povero pollaiolo, infettatosi con i soldati che incontra, cerca di raggiungere il capoluogo toscano. Passando per il bolognese arriva finalmente a Firenze entrando sfinito a Porta San Gallo dove incontra un conoscente, che per bramosia di guadagno aiuta il disgraziato condannando esponendo però tutta la propria famiglia.
Anche la Gran duchessa Cristina di Lorena incautamente diffonde il morbo. Acquista da un lanaiolo delle balle di lana infette. Sarebbe così morta con i figli a seguito di questa leggerezza (anche se le fonti datano la sua morte nel 1637 senza specificarne le cause).
Francesco Rondinelli raccoglie queste e altre notizie, tra dicerie, filastrocche e chiacchiere dai sopravvissuti e ne segue gli intrecci: un muratore viene incaricato di svuotare un pozzo maleodorante sito nel convento delle monache dette Poverine. In seguito viene colto dal male che compare come una noce sulla coscia vicino al pube.
Un servo compra delle maniche da un rigattiere. È l’ affittuario della casa del muratore già citato, così anche lui contrae il morbo e lo diffonde a tutta la famiglia del padrone, un ambasciatore della Serenissima. Mentre il muratore guarisce, gli altri finiscono tutti sepolti a Santa Maria Nuova.
Ma la peste non ferma la vita quotidiana, che certamente cambia, si trasforma e continua, come continuano a svolgersi i processi, perché la giustizia non può e non deve fermarsi. I reati infatti continuano ad essere commessi e spesso in correlazione con l’epidemia. Reati contro la proprietà, furti, violenze, trasporti e traslochi illegali da abitazioni o zone contaminate, abusi di potere, corruzione, risse, soprusi da parte del personale sanitario e dei birri e occultamenti di cadaveri infetti, o di malati contagiati.
Molto diffuso è il furto degli abiti, soprattutto da parte dei becchini con lo scopo di farne mercimonio; ma così facendo trasgrediscono ai rigidi bandi sanitari. Una di queste leggi che vieta smercio e uso dei vestiti risale addirittura alla peste del 1348. Lo Statuto dell'Arte dei medici e speziali vieta rigorosamente ai becchini di accettare ricompense per il trasporto del morto e soprattutto il dono da parte dei familiari dei vestiti dello scomparso.
Solitamente quando in una casa entra la peste, il capo famiglia con i figli maschi si trasferisce velocemente nella bottega per portare avanti l’attività, mentre in casa rimangono i figli piccoli e la moglie con il malato. Questo è un modo per nascondere alla Sanità il contagio, ma che spesso viene scoperto dai birri per il continuo e sospetto andirivieni verso la casa dei familiari bottegai.
Altre volte un cerusico o un medico corrotto, firma un certificato falso che attesta la morte di un congiunto non attribuibile alla peste. Questo serve ai familiari per poter seppellire il corpo del loro caro in una chiesa ed effettuare un seppellimento onorato, invece di gettare il congiunto in un’anonima fossa comune. Una fine ritenuta infamante, perché il corpo viene sepolto tra migliaia di altri, in balia di uccelli e cani. Chi può perché economicamente agiato, riesce con questo illegale espediente a dare una degna sepoltura al proprio caro, ponendolo in una tomba che ne riporti il nome. I disgraziati invece si seppelliscono generalmente in un luogo segreto, altri vengono abbandonati addirittura per strada.
Le città per proteggersi chiude le porte di accesso alle mura, mentre i nobili si rifugiano o nei loro palazzi o, ancora meglio, in luoghi isolati, in qualche ameno possedimento di campagna lontano da ogni contatto. Gli altri, i poveracci, si chiudono in case anguste, buie e sporche a stretto contatto con i familiari.
Alle porte delle città rimangono i posti di blocco sanitario che intercettano eventuali forestieri che vogliano intrufolarsi clandestinamente in città, magari portando il contagio.
C’è anche chi per paura della peste sceglie di vivere di stenti, rifugiandosi in campagna e cibandosi di ciò che trova e dormendo all’addiaccio. Spesso però viene rintracciato e fermato dai birri o da qualche funzionario di sanità, quando non viene fermato come possibile untore, denunciato e portato in tribunale.
Si teme chi non si conosce e chi proviene da altri luoghi, specie se ha atteggiamenti o una fisicità particolare, se porta con sé strani oggetti o preparati. Spesso e volentieri si tratta di semplici disgraziati che cercano di vendere rimedi per qualche malanno, ma ci sono anche impostori e truffatori che speculano sulla paura della peste.
Alcuni di loro vengono arrestati e subiscono un processo dopo essere stati sottoposti ad incalzanti interrogatori che mirano a scoprire sia chi sono e se eventualmente hanno compiuto atti illegali.
Riccardo Massaro