Ritorno a Firenze, ritorno a casa
Ritorno a Firenze, ritorno a casa
Il destino è stato, con me e con il babbo, di una beffarda, crudele imparzialità: lui non mi ha vista nascere, io non l'ho visto morire.. So che quando vidi la luce nel letto della nonna in quella grande camera di Via Santa Reparata la mamma, esausta , mi baciò anche per lui, di cui ignorava tutto, persino se c'era ancora.
Il babbo era rientrato due anni prima dall'Albania, dove aveva supportato le sorti dell'Italia e per cui si poteva fregiare del distintivo offerto dal regio governo (più che la vita, la Patria!), quindi aveva ripreso il lavoro in Galileo e, conosciuta la mamma in casa di amici, l'aveva sposata nel luglio successivo, magro come un chiodo ma gonfio di gioia per quella ragazza bruna dal sorriso luminoso...
All'inizio dell'anno 44 avevo bussato io alla porta del loro amore, e si eran fatti su di me i consueti pronostici, non essendoci a quei tempi ecografie rivelatrici per sapere se sarei stata un bambino o una bambina. L'unica cosa certa e indiscutibile era il nome che mi avrebbero messo: Alessandro o Alessandra .Tutto era nato per un film con Marlene Dietrich che erano andati a vedere da fidanzati. In una scena lei correva nel giardino, i biondi capelli sciolti, l'abito bianco leggero sollevato dal vento e lui, l'eroe, il soldato dello Zar, la pregava di tornare, ripetendo con passione: Alessandra... Alessandra...
La mamma si era subito chinata verso il babbo : Come è bello questo nome! - gli aveva sussurrato - Se un giorno avremo la gioia di una bambina. la chiameremo così - e il patto era stato suggellato -.
Firenze, in quel periodo, stava passando un momento molto buio. Gruppi partigiani operanti in città attuavano continue azioni punitive contro fascisti e nazisti e non passava giorno che non venissero colpite zone e locali di loro occupazione. Quel 15 gennaio, appunto, mentre il babbo in bicicletta con la mamma stava andando dai nonni in Via Santa Reparata, l'ufficio approvvigionamenti tedesco di Piazza Indipendenza fu fatto saltare dai gappisti e il tratto che va dalla Fortezza alla piazza venne subito isolato e chiuso al traffico. Meglio sarebbe stato col senno di poi rinunciare alla visita alla nonna e fare ritorno a casa, ma il percorso da fare non era così lungo e il babbo decise di aggirare l'ostacolo raggiungendo la Via Santa Reparata attraverso i viali e Via delle Ruote.
Così fecero, infatti, e tutto filò liscio ma quando, lasciata la nonna, si immisero di nuovo in Via XXVII Aprile, su cui il traffico intanto aveva ripreso a scorrere, arrivati in piazza Indipendenza un gruppo di fascisti li aveva fermati per farsi rilasciare i documenti ..Del babbo avevan preso la carta di identità che avrebbe dovuto ritirare il giorno dopo, e tutto sembrava fosse finito lì, ma i tedeschi, nel frattempo, avevano preteso dal sindacato fascista una lista di lavoratori da deportare in Germania e quando il babbo si presentò per riprendere il documento, ebbe l'amara sorpresa di vedere il suo nome fra la lista dei deportati nei campi di lavoro.
Da qui cominciano per me lembi di ricordi strappati alla famiglia, fatti accennati senza cronologia, catturati con la curiosità golosa dei bambini che sentono la guerra come un film o una fiaba dove il buono vince sempre e l'orco cattivo muore. Solamente da adulti comprendiamo la verità, che la guerra è reale in tutta la sua tragedia, che i buoni son caduti con la bocca nel sangue senza vincere nulla se non disillusioni, e allora quei momenti nei racconti dei vecchi assumono per noi una luce diversa, e lo stupore alimentato da quello che era favola diventa rabbia, dolore, costernazione e pietà.
Come possono i miei aver vissuto ogni giorno la loro precarietà, -mi sono spesso chiesta - come possono essere andati a dormire, ogni sera, ascoltando il silenzio con paura, pronti a scacciare il sonno e buttarsi qualcosa addosso per correre nei rifugi alle prime sirene? Come possono essersi abituati al sangue, ai morti per la strada se non visti con gli occhi, intuiti con terrore camminando a faccia bassa?
Le persone che dividono con te le giornate, che pensano a tuo presente, che tessono con rinunce e sacrifici nascosti la trama per un tuo futuro migliore, e che ti fanno talvolta un po' sorridere per la loro bonaria semplicità, sono quelli che non hanno avuto giovinezza, che si sono domandati per giorni e per giorni se quel mattino sarebbe stato l'ultimo, se a quella notte avrebbe fatto seguito il giorno.
Io vedo la mia nonna, morbida, immensa , seduta per anni in quell'angolo di cucina, a raccontare prima a me e poi ai miei figlioli le esaltanti avventure di Cappuccetto Rosso che il lupo minacciava con un gustoso intercalare toscano. Ed è la stessa donna che, in guerra, combatteva ogni giorno la sua battaglia privata per realizzare il poco con niente, per fare di una tessera annonaria quasi una cornucopia di cibo e pane bianco, il Cappuccetto eroe di una favola triste, dai capelli raccolti e striati di grigio ed a cui il lupo parlava ogni giorno con gutturale accento tedesco .
Penso a mia madre che era dolcezza fatta persona e che l'età ha reso come la mia bambina, indifesa, bisognosa di un gesto, di un sostegno che non la facciano sentire mai sola. E la vedo camminare con le scarpe di corda , me nel ventre e il babbo nel cuore, partecipandogli col pensiero e la speranza ogni mio fremito di vita e ogni sua fitta di dolore.
La vedo preparare gli abitini per me e riporli nella valigia che era la prima a prendere con sé, prima di fare le scale col batticuore e scendere in cantina fra gli altri condomini, consapevole di poter perdere tutto, la casa, la vita, la sua e la mia, e forse trascinando quella valigia con sé si sentiva più forte, più sicura. Pareva che portandoli con sé, seguendo il suo destino, lei difendesse con gli abitini e le coperte, e le scarpine fatte di lana la sicurezza annunciata della mia esistenza, e che proprio nella forza della mia vita dentro di lei la morte non la avrebbe potuta toccare!
Il babbo aveva scritto durante i primi mesi, parole di affetto, di nostalgia, quelle poche permesse dai controlli della censura, stralci di pensieri violati dall'inchiostro, un pensiero sempre a me di cui contava lo sviluppo ogni mese Poi le lettere smisero di arrivare e la mamma cominciò da quel momento a rimettere a Dio quel suo affetto lontano, a sperare che ogni giorno aprisse gli occhi alla speranza e che il pensiero del babbo dialogasse col suo pensiero dicendogli: Ci siamo e ti vogliamo bene...
Da lui ho ascoltato racconti duri, forti, espressi sempre con pacata tristezza, intercalati spesso da nomi e paesi e da un pensiero che spesso lo interrompeva per fargli dire più a sé stesso che a noi.: Dove sarà? Sarà riuscito a farcela?
Una volta che un compagno di lavoro era caduto a terra dalla fatica e lui lo aveva aiutato a rialzarsi, una guardia, per punirlo, lo aveva colpito al braccio con un frustino di cuoio. La peluria in quel punto, non era mai ricresciuta e guardando quella linea rosata che la frusta gli aveva disegnato sulla pelle sembrava che quel solco sottile, indebolito dal tempo e dall'età, stesse lì ad indicare la traccia di un percorso e un calvario che non avrebbe dimenticato mai
Tre cose si era portato sempre con sé: l'immagine sacra della Madonna, maculata e ingiallita dal sudore, un santino di Gesù Nazareno, sui cui orli la mamma aveva scritto una preghiera, e una foto della mamma sorridente, logorata soltanto un poco agli angoli, ma perfetta, pulita, intatta, lisciata in superficie da continue carezze.- Mi sono innamorato di lei per il sorriso - diceva quando la levava dal portafoglio - e l'ho portata sempre sul mio cuore, col pensiero di lei, di te, che mi dava il coraggio di resistere.......
E così passavano i mesi, si lottava ogni giorno, si pregava ogni giorno per non morire. Io scalciavo nella mamma e lei mi amava per due, sotto l'attenta cura della nonna, la forza indiscussa di quella famiglia, forgiata dalle prove e addestrata al dolore. Io credo che la forza della mamma, e la capacità di vivere ogni giorno senza perdersi nel dubbio o cedere allo sconforto sia stata la sua fede, radicata e profonda. Quando mi ebbe tra le braccia, quella mattina del 7 di ottobre e mi baciò due volte, come madre e come padre, cosa sentì nel cuore nessuno lo ha mai saputo. I sentimenti profondi si schermano di pudore, forse sono così immensi, preziosi e confusi, così ricchi e così pieni, così forti e così fragili insieme che nessuna parola può renderne l'idea!
Come vorrei poter sapere il modo in cui mi guardava, con che dolcezza mi chiamava Alessandra, quante volte è riuscita a duplicare ogni carezza, ogni bacio, ogni gesto tenero e bello in nome di una persona lontana o perduta!
Anche il babbo si chiedeva se i suoi c'erano ancora, se io ero già nata, com'ero, cosa ero.
La propaganda anti-americana proiettava falsi filmati con Firenze rasa al suolo, il Ponte Vecchio saltato, la torre di Pisa un cumulo di macerie. Pensare a noi era un conflitto di paura e di fiducia, pensare e non sapere una pena da soffocare, e nella sola certezza di un Dio giusto si trovava la pace per sopravvivere e sperare.
Quando agli inizi del 45 l'esercito tedesco cominciò a ritirarsi e a sentirsi minato dalla imminente sconfitta, i controlli nei campi di lavoro si fecero sempre meno rigidi e attenti e i prigionieri, eludendo la sorveglianza, cominciavano a fuggire in piccoli gruppi e a riprendere la lunga strada del ritorno con l'ausilio provvidenziale dei camion degli alleati che ogni tanto incontravano lungo il cammino.
Il babbo scappò verso i primi di maggio. Quando mi raccontava le fasi del suo ritorno, e mi indicava sull'atlante con la punta dell'indice tutto il percorso dalla Germania fino a casa, da bambina lo vedevo come un eroe, da grande il cuore mi si riempiva di pena. Tornava a piedi verso la sua casa, senza sapere se ci fosse ancora, tornava da una famiglia sognata ogni sera, domandandosi adesso chi avrebbe ritrovato e se qualcuno lo aspettava ancora. Ogni chilometro percorso con la gioia ovattata da oscure incertezze lo avvicinava a una realtà incognita, comunque lo avvicinava a casa. L'ultimo tratto fino a Pratolino lo percorse su un camion di soldati indiani. Quando scese uno di loro gli strinse la mano: Tu arrivato.. - mormorò in un incerto italiano - io, ancora tanto, tanto lontano.
Da una casa a pianoterra si sentiva la musica, la voce alta, sonora della gente ritornata alla vita. Si ballava ricercando e ritrovando nelle piccole cose la identità perduta, gli anni volati e violati. Il babbo si affacciò a una finestra e una ragazza, vedendolo, pur se magro, emaciato e con la barba di giorni lo riconobbe e gli si fece vicina. Sarà stato il suo sorriso a dare al babbo la forza di aspettare per sapere, per chiedere la sorte dei suoi? Si giocava in quell'attimo il suo destino, si sollevava il velo pietoso della speranza sulla gioia più grande o sul dolore più profondo. E quando il babbo raccontava quel momento, la debolezza innata del suo cuore semplice gli incrinava la voce e gli velava lo sguardo.
-Tutto bene, signor Giovanni, tutto bene - si era sentito dire da quella voce benedetta - la sua famiglia è tutta intera e lei ha una bella bambina.
-Come si chiama lo so aveva risposto lui, sciogliendo con le lacrime la pena di quei lunghi mesi. La stanchezza che aveva fiaccato le gambe, le fasce consunte intorno ai piedi feriti, la debolezza delle privazioni parvero scomparire.
- Noi rimaniamo qui stanotte - dissero i suoi compagni - riprendiamo il viaggio domattina. Io no - rispose lui- io vado a casa. Subito!
Quello che accadde poi l'ho immaginato dopo, davanti a quella piccola porta al n. 16, i pomelli di ferro su ambedue le antine, la piccola grata sulla sommità per dare luce all'androne e alle scale. Vi arrivò che era ancora buio. E suonò, stordito, confuso come in un sogno finalmente vissuto e ricacciato con timore nelle lunghe ore di prigionia. Suonò, e quando sentì il portone che si apriva e che cedeva sotto le mani, volò sui gradini di pietra abbattendo la debolezza, gridando e balbettando: Mamma, sono io! - come un bambino che chiede coraggio e aiuto a colei che soltanto può gestirgli un dolore o dividere con lui l'intensità di una gioia!
La nonna stava all'ultimo piano. Le scale finivano su un pianerottolo a balconcino, su cui dava la sua porta e quella della vicina e in un momento quel ballatoio diventò il palco affollato di un teatro, affacciato sulla scena di quel piccolo, stanco protagonista che arrancava sulle scale annullando ogni distanza.
- E' tornato il signor Giovanni, è tornato, è lui. - balbettava piangendo la loro vicina, stringendosi contro il petto i lembi della vestaglia. E la nonna, il nonno e gli zii erano li a piangere la loro gioia, la nonna certo a ringraziare Iddio che Le aveva risposto ancora una volta. La mamma gli volò incontro sulle scale con addosso soltanto la camicia da notte ripetendo il suo nome: Giovanni, Giovanni e a questo punto non le ho chiesto più niente, non l'ho pregata mai di descrivermi quell'attimo, quelle scale che scorrevano sotto le sue pantofole annullando ad ogni passo mesi di agonia.
Nessuno può dividere o immaginarsi di dividere quello che i loro occhi e i loro cuori, le loro mani si saranno scambiate quando più nessun gradino li dovette separare , quando la loro fisicità si confuse nell'abbraccio e nella piena coscienza di sentirsi vivi e veri.
Quando raggiunsero gli altri sulle ultime scale il babbo abbracciava tutti, come impazzito. Ritrovava in ognuno un po' di sé stesso, ritrovava la misura e l'equilibrio della sua vita, la completezza degli affetti, la sua ragione d'essere, la sua dimensione umana.
-Ho una bambina, vero?- disse, più che chiedere - e il nome che le hai messo nemmeno lo domando.
Intervenne la zia, precedendolo verso la stanza da letto della nonna: Preparati a vederla bellissima - gli disse con un sorriso. E lui venne da me, si chinò, mi guardò serena nel sonno. - Come somiglia al mio babbo. - disse piano, sfiorando la coperta che mi copriva. Io mi destai e aprì gli occhi su di lui. E GLI SORRISI, ancora confusa nei sogni. Cosa avrò visto? mi son chiesta tante volte - cosa avrà visto una bambina di appena otto mesi per non provare almeno turbamento per quel viso sconosciuto e chino su di lei, forse sporco, sudato, scavato dalla stanchezza? Sicuramente nel profondo del mio essere, ho capito che ero una parte di lui, che lui era me per avermi concepito nell'amore e per avermi permesso di venire al mondo. Lui ritrovava me, dopo giorni mesi di attesa. Io ritrovavo lui, senza sapere di averlo mai avuto.
Quando il babbo raccontava questo momento così importante e bello della sua vita, amava ricordare la sensazione meravigliosa che aveva provato a ridormire, quella sera, fra lenzuola fresche di pulito, dopo tante e tanti notti su brande maleodoranti, cedendo al sonno solo per la stanchezza e domandando ai sogni la memoria dei suoi. I poeti hanno scritto che la speranza ha un suo profumo, ma forse la certezza di riavere un domani ha anch'essa la fragranza del bucato appena steso, che sa di sole e di casa e dei semplici gesti di ogni giorno.
Dice un poeta indiano che la felicità non è ottenere quello che si cerca, ma ritrovare quello che si è perduto. E credo che il babbo, quella notte, abbia davvero compreso in tutta la sua grandezza cosa vuol dire veramente essere felici.