Alphonse Daudet, French writer
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Alphonse Daudet, French writer
“ Cucina e pulizie erano sempre eventi eccezionali con lei, che dipendevano dal suo umore, dall’improvvisa voglia di passare la cera, pulire i muri, preparare una torta per farci una sorpresa. Così, nonostante i conti da fare, le clienti da servire, il magazzino da rifornire, con l’arrivo della bella stagione aveva il tempo di alzarsi alle cinque per sarchiare il terreno dei cespugli di rose e di quel fiorellino rosso, la «disperazione del pittore», e poi venire a svegliarmi e strofinarmi le guance con la rugiada di maggio, «dà un bel colorito». Soprattutto, ovunque, in qualunque momento, poteva immergersi nella lettura. È per questo il motivo che la reputo superiore a mio padre, il quale sfoglia appena le pagine di cronaca locale del giornale prima di cena. A lei invidio l’espressione strana, impenetrabile, distante da me, da noi, il silenzio in cui sprofonda, il corpo di colpo gravato da un’immobilità perfetta. Nel pomeriggio, di sera, la domenica, tira fuori un giornale, un libro preso in prestito dalla biblioteca comunale, o talvolta persino comprato. Mio padre le urla «sto parlando con te!, ma non ti stufi di tutti ’sti romanzi?», lei ribatte «lasciami in pace, devo sapere come va a finire!». Non vedo l’ora di saper leggere, per poter capire quelle lunghe storie senza figure che la appassionano tanto.
Poi arriva il giorno in cui le parole dei suoi libri perdono la loro farfugliante pesantezza. E allora avviene il miracolo, non sto più leggendo, sono in America, ho diciott’anni, servitù nera a mia disposizione, e mi chiamo Rossella, le frasi iniziano a correre verso un finale che vorrei poter rimandare. Il titolo è Via col vento. Davanti alle clienti, lei mi indicava ed esclamava «e pensi che ha soltanto nove anni e mezzo», poi, rivolta a me, «è bello, vero?». Io rispondevo «sì». E basta, non è mai stata brava a spiegare come si sentiva, o quel che pensava. Eppure ci capivamo. A partire da allora abbiamo condiviso quelle vite immaginarie che mio padre ignorava o disprezzava, a seconda, «però pure voi, perdere tempo dietro a quelle balle lì». Mia madre gli rispondeva piccata, sei solo invidioso. Io le presto i miei volumi della Biblioteca verde, Jane Eyre e Storia di un fanciullo di Daudet, lei mi passa i numeri di Les Veillées des chaumières con le storie a puntate, e dal suo armadio rubo i romanzi che mi ha proibito, Una vita e Gli dei hanno sete. Insieme ci fermavamo a guardare la vetrina del libraio di place des Belges, certe volte mi proponeva «vuoi che te ne compro uno?». Come in pasticceria, davanti alle meringhe e ai torroncini, lo stesso appetito, e anche la stessa sensazione che si trattasse di una concessione eccentrica. «Allora che dici, ti fa piacere?» Era il libraio che ci consigliava, che sceglieva per noi, unica differenza rispetto ai dolci dal pasticciere, a parte Delly e Daphne du Maurier si sentiva poco ferrata. La libreria sapeva di asciutto, di polvere secca, piacevole. «Lo dia a mia figlia» diceva lei prima di pagare. Mi prometteva che un giorno mi avrebbe fatto leggere un grande libro, Furore e non voleva o non sapeva raccontarmi di cosa parlasse, «quando diventi grande». Era magnifico, per me, sapere che una storia così bella era lì ad aspettarmi, magari intorno ai quindici anni, come le mestruazioni, come l’amore. Fra le numerose ragioni per voler crescere c’era anche quella di avere il diritto di leggere tutti i libri. “
Annie Ernaux, La donna gelata, traduzione di Lorenzo Flabbi, Roma, L'Orma editore (collana Kreuzville Aleph), 2021¹, pp. 24-26.
[1ª Edizione originale: La Femme gelée, Paris, Éditions Gallimard, 1981]
TARTARIN ON THE ALPS by Alphonse Daudet. (New York/Boston: Crowell, 1894) Illustrated by multiple artists. Translated by Henry Frith.
source (London: Routledge, 1888) [same illustrations]
Le moulin d'Alphonse
People live together for years, they sleep pressed up against each other; a mingling of dreams, a mingling of sweat. They tell each other everything, give each other everything. They take on each other’s habits, each other’s ways of looking at things, ways of talking, even aspects of appearance. In every sense of the word, they belong to each other from top to toe. And then suddenly they leave each other, they tear apart. How do they do it? How do they bring themselves to it?
Alphonse Daudet, from Sapho (1884)
E piei lou matin lou loup la mangé.
'Yazık... Sevdiklerimizin ihanetinin en müthiş yönü bu. Kalbimize başka ihanetlerin şüphesini sokuyorlar.'
Alphonse Daudet ~Eksik Hayatlar
La chêvre de monsieur Seguin (scène finale) – gouache, 1972.