Integrazione e pezzi di identità
Facciamo così. Proviamo a immaginare la nostra esistenza isolata e lontana. Lontana dagli altri, lontana dai desideri altrui, lontana dalle parole. Muta, isolata, chiusa. E proviamo a immaginare l’interazione di questa identità. Facile pensare che sarebbe solo con se stessi. Un’interazione a uno. Io guardo, io valuto, io giudico. L’altro non esiste, è lontano, è indifferente. La sua esistenza non mi tocca.
Bene, se questo fosse possibile, cadrebbe uno dei principi costitutivi del nostro essere uomini: il desiderio di essere riconosciuti. L’idea che il riconoscimento sia alla base di qualsiasi teoria identitaria si basa sul presupposto che non possiamo esistere senza l’altro, perché siamo esseri relazionali e lo siamo perché saremmo assolutamente incapaci di “riconoscerci” da soli, senza lo sguardo altrui. Chi ci sta di fronte ci restituisce l’immagine di ciò che siamo e di ciò che non siamo e inizia a tessere una rete, una rete che col tempo si arricchisce di tanti nodi e tanti fili. È un processo di costruzione identitaria. Se qualcuno interrompe questo processo e si pone di fronte a noi in maniera indifferente, ne scaturisce il conflitto, ossia il desiderio di eliminare colui che non ci riconosce.
Se l’altro non ci restituisce un’immagine e non ci dà la possibilità di accoglierla, rifiutarla, discuterla, ricrearla, in un intreccio inesauribile, crolla la relazione e crolla l’identità. È in questa logica, solo apparentemente complessa, che si innesta il concetto così tanto dilatato di integrazione.
Il rischio di questa parola è che venga intesa in assonanza con la sua derivazione etimologica: “integrità”. Se intendiamo l’integrazione solo come la risultante di un processo rischiamo di esporre questa parola a critiche già ormai diffuse. Se, invece, l’integrazione viene vissuta essa stessa come processo, le cose cambiano. E di molto. Come si tesse la maglia dell’identità grazie all’esistenza dell’altro da noi, così si tesse la rete dell’accoglienza. L’integrazione è un processo estremamente delicato, che non implica e non deve implicare l’assimilazione passiva di una cultura a un’altra, la sovrapposizione di un “volto” su un altro, una fusione asettica e indifferente. L’integrazione è possibile se avviene un reciproco riconoscimento, complesso e rispettoso dell’alterità. Una costruzione sociale che sappia dar conto di un equilibrio fragilissimo: io esisto e vengo nel tuo territorio (nel tuo Paese?) e a te chiedo riconoscimento e intanto a te lo restituisco. In questo modo quell’irrefrenabile e costitutivo desiderio di riconoscimento si alimenta e tesse altri fili della rete. Nel momento in cui viene rifiutata questa logica, in quell’istante la rete identitaria si rompe, nascono tante singolarità indifferenti (e appiattite) e l’indifferenza si trasforma in astio (con le sue perverse risultanti sociali).
Sarebbe utopico pensare che io possa scegliere chi è l’altro che deve riconoscermi. Ma per (ri)conoscerci serve la pluralità, una pluralità che rispecchi quella che portiamo dentro e che ci costituisce. Provate a rifiutare l’idea che siamo costituiti da tante parti e che ciascuna parte definisca la nostra identità così tanto complessa e complicata. Provate a rifiutare questo e provate a negare la necessità dell’integrazione come processo dinamico e costruttivo. Vi ritroverete (s)conosciuti. Perché nessuno sarà disposto più a riconoscervi, se non si sentirà per primo riconosciuto da voi.
E perderete pezzi di identità, della vostra stessa identità.
* 📷 Steve McCurry










