Marcia verso la prigione (parte2)
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E poi pensava a Lucile.
Ai suoi capelli ramati, al profumo della sua pelle che sapeva di qualcosa che non aveva saputo nominare allora e che adesso gli mancava come l’aria. Alle sue lentiggini sparse come stelle sulla pelle chiara, al modo in cui le sfuggiva lo sguardo, come se si vergognasse di qualcosa che invece lo aveva salvato. Non le aveva mai detto che l’amava. E non sapeva se l’avrebbe mai più potuto fare.
Avrebbe voluto baciare ogni lentiggine, chiederle perdono per ogni silenzio, ogni parola non detta, ogni volta che aveva preferito obbedire piuttosto che scegliere.
Così, con il cuore gonfio di tutte queste immagini — come un carico troppo grande da sostenere — Bruno vide la prigione stagliarsi nella neve: una struttura grigia e bassa, senza bandiere, senza segni, come un buco nella terra dove il tempo e la dignità andavano a morire.
Non c’era più forza per ribellarsi, solo la lenta, inevitabile discesa verso il fondo.
Ma dentro di sé, lui lo sentiva: una scintilla. Fioca, sepolta, ma viva. Forse era il pensiero di Lucile. O forse qualcosa che stava nascendo dalle macerie di tutto ciò che era stato.
Una possibilità. Un giorno. Forse.
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“Questo racconto è ispirato liberamente ai personaggi di Suite Française di Irène Némirovsky. È un’opera originale e non affiliata all’opera ufficiale.”












