Oggi mi è stato affibbiato un nuovo appellativo: “Poetessa Metropolitana”, che devo confessare mi piace un casino anche se mi fa un po’ paura, poiché non so se ne sono all’altezza. Tuttavia prendo e porto via.
Grazie Max! 🙏🏻🤗
@elenascrive

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Oggi mi è stato affibbiato un nuovo appellativo: “Poetessa Metropolitana”, che devo confessare mi piace un casino anche se mi fa un po’ paura, poiché non so se ne sono all’altezza. Tuttavia prendo e porto via.
Grazie Max! 🙏🏻🤗
@elenascrive
"Non ricordarmelo: sono consapevole di essere una sfigata. Non c’è alcun bisogno di ribadirlo."
Prima di usare i social (ambiente creato da nerd e prettamente da nerd), un corso da nerd va fatto: non puoi rispondere, nel 2024! - dopo decenni di "era informatica" diffusa ovunque, - su un social network (struttura che collega utenti in modo aperto, per lo scambio continuo), "Chi cazzo sei?" ad un altro utente.
Se lo fai, vuol dire che sei una merda di capra, cresciuta in un bunker, e questo non è un posto per te, in quanto involuto: devi tornare a penna e carta e SMS.
Penso che l'unico fattore in grado di non trasformarci in boomer, a qualsiasi età, sia l'essere dei nerd: il mantenere la mente attiva, su molti argomenti e attività pratiche soddisfacenti, differenti tra loro, è la chiave per non invecchiare precocemente: per non cadere nella vomitevole tradizione, che emerge di generazione in generazione, di accusare i più giovani di rappresentare i "mali del mondo": il governo Meloni dimostra che sono le vecchie generazioni a fare sempre le scelte peggiori.
L'appellativo di 𝗯𝗼𝗼𝗺𝗲𝗿 non viene utilizzato, specificatamente, per indicare una persona nata in un certo periodo storico, ma rivolta a chi mostri atteggiamenti di bullismo nei confronti delle nuove generazioni, nonché si dimostri una scimmia ritardata davanti ai prodotti del progresso, ai mutamenti sociali, rifiutandoli e criticandoli aspramente, per mancanza di voglia di applicarsi ed adattarsi.
Si può essere, quindi, boomer (asociali, presuntuosi, pigri, incivili) a qualsiasi età.
CERIMONIA - Origine dell'appellativo
CERIMONIA – Origine dell’appellativo
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Mazinga è meglio del Prozac. Quattordicesima puntata
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Poi, ultimo esempio che vado a citare, ma non certo il più edificante, le creature che mi hanno tolto per sempre il gusto di andare lietamente per boschi. Monocromatici. Petulanti. Asessuati, o almeno, c’è da sperarlo, perché la sola idea di sorprenderli a fare sesso è sufficiente a farmi rivoltare lo stomaco. Quattro dita per mano, come la Cosa dei Fantastici Quattro; perennemente impegnati in…
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IL TITOLO
[ Titolo: nome, breve indicazione posta in cima a uno scritto, nel frontespizio di un libro o in calce a un'opera d'arte per farne conoscere il soggetto o il contenuto; appellativo, nome, qualificazione. ]
[ Investire: appropriarsi un titolo. ]
Se io, in un momento particolarmente inteso, comincio a scrivere come una pazza e cerco, faticosamente, di spiegare al meglio un concetto che nella mia testa è chiarissimo, ma che non è così facile da rendere tale per chi nella mia testa non c'è, perché, dopo esserci riuscita, devo arrabattarmi ulteriormente per cercare un titolo che non sminuisca o che, addirittura, non svii da quello che ho scritto?
Come faccio a sintetizzare un concetto che ho già fatto fatica a tradurre con le poche parole che conosco?
Mettere un titolo a una storia, a una canzone, a un racconto, a qualunque altra cosa vogliate, è un po' come andare al cinema con gli amici, scegliere il film, comprare i pop corn, la coca-cola, o saltare questo passaggio perché avete portato il vino da casa (credetemi, c'è chi lo fa), trovare i vostri posti, sedervi e, anzi che la solita pubblicità, vedete spuntare sullo schermo un simpatico ometto, magro, con gli occhiali tondi, i baffi e una pelata prorompente che, con infinito candore, vi dice che l'assassino è il lattaio.
Tornando a parlare di cose serie; ho letto un libro dal titolo bizzarro, uno di quei titoli che non sai se prendere sul serio o se anticipano un romanzo comico-umoristico. Quella che ho trovato scritta all'interno, invece, era una delle più vere, belle e struggenti storie d'amore che si possano immaginare. Vi sto raccontando de "La donna di scorta" di Diego De Silva. L'uomo e la donna di cui racconta, rappresentano la purezza di un sentimento che non pretende, un sentimento che vive di vita propria e che non si nutre di investiture e apprezzamenti ma della reciprocità del desiderio. L'autenticità del sentimento descritto in questo romanzo non è da legare esclusivamente ai rapporti amorosi, anzi; e allora perché la scelta di un titolo che, nella mente, si lega ad un'immagine di dipendenza, di asservimento, di rassegnazione, di sottomissione? Perché non un titolo che renda giustizia alla bellezza del sentimento descritto, all'altezza di quest'uomo e di questa donna che hanno saputo donarsi senza remore? Davvero un'investitura ha il potere di cambiare ciò che una cosa è realmente?