Tristezza e mortificazione della carne, senso della punizione finale, del corrompimento e della verminazione, che si ha girando per le strade e guardando i cartelloni degli spettacoli, le copertine delle riviste e dei libri polizieschi. Tristezza, qui del piccolo sadismo fatto in casa, là dell’esibizionismo più economico, con i modesti modelli che abbiamo e che ricordano balie, ragazze sedotte, prostitute. Oh, perché mai il peccato è così triste, meschino, brutto?
Il caso ci porta a entrare nella chiesa del Gesù, che non visitavamo da tanti anni. Il vasto soffitto è rigurgitante di nudi sani, liberi, volanti verso un piacere o una dannazione suprema. Sono nudi rosei e carnosi, ma si capisce che non poteva essere altrimenti. Il pensiero corre anch’esso al piacere, a quel particolare piacere di propaganda che i gesuiti della Controriforma avevano inventato per rinnovare le loro chiese e adeguarle ai tempi. Era l’epoca dei San Sebastiano, delle Sante Terese in dolce deliquio, delle penitenti nude, l’epoca in cui il corpo non veniva idealizzato soltanto nelle sue forme ma nei suoi turbamenti. Il Baciccio ha fatto miracoli, qui. Rubens diventa una scampagnata in costume, al confronto, e abbastanza faticosa. Fragonard diventa un modesto consigliere di corte. In questo soffitto le membra sono piene di vita, i seni possenti, i fianchi morbidi, gli occhi ti fissano e ti chiamano; e in tutti i corpi c’è una dolcezza, un’irresponsabilità felice. È un saturnale in volo, tra nubi dense che sembrano paraventi. C’è da uscirne turbati e, debbo aggiungere, convertiti.
Ennio Flaiano, La solitudine del satiro







