Vergine Giurata. La storia si sviluppa partendo dal momento in cui Mark/Hana decide di lasciare le montagne albanesi per recarsi nella città italiana di Bolzano e raggiungere la cugina trasferitavisi anni prima nel tentativo di sfuggire alle tradizioni arcaiche del paesino di provenienza. L'arrivo di Mark a casa della sorella è inaspettato ma dopotutto ben accolto.
L'opera filmica viene proposta con grande semplicità e umiltà e non ha grandi pretese nel narrare la storia di una giovane ragazza albanese che per sentirsi libera di agire seguendo i propri istinti ha come unica soluzione quella di seguire la legge arcaica locale detta Kanun.
La legge Kanun, vigente nelle regioni dell'Albania montana, prevede che una giovane donna una volta deciso di conseguire il rito diventi una vergine giurata, ossia assuma un’identità maschile. E’ questo l’unico modo per abbracciare i diritti e le libertà insiti nel sistema patriarcale del luogo.
Il giuramento prevede l'uso di abbigliamento da uomo, il permesso di svolgere
mansioni tipicamente maschili e di non avere rapporti sessuali.
Nonostante ll film di debutto della regista Laura Bispuri affronti una tematica complessa e drammatica, viene esposto in modo leggero. Si sviluppa lentamente ed è perfettamente bilanciato tra immagini montane evocative e sequenze cittadine che accompagnano lentamente e intimamente nella scoperta e la crescita dell'identità femminile della protagonista.
Il film prevede di abbracciare una vasto audience, magari proprio per raggiungere quel pubblico che non conosce certe realtà arcaiche ancora presenti non troppo lontano da noi.
C’è da sperare che nella sua semplice onestà riesca a spingere il pubblico ad approfondire i vari argomenti che vengono trattati, come la parità di genere, l'identità, l'isolamento, la libertà, le tradizioni, ma anche l'immigrazione.
Perché un film non è solo una storia a sé stante, ma può essere anche uno spunto per svegliare la curiosità dello spettatore a voler conoscere di più; una finestra sul mondo che può far scoprire nuovi orizzonti.
Floken, Floking.
In una landa desolata della Svezia una piccola comunità festeggia un matrimonio. Nei giorni successivi un adolescente si comporta in modo distaccato e silenzioso, il motivo sarebbe un aggressione/ stupro subita da un suo coetaneo, pupillo della scuola.
Il tema affrontato è delicato e difficile; la protagonista viene esclusa dalla comunità e lentamente anche la sua famiglia deve fare i conti con chi stenta a crede alla parola della giovane.
È un film psicologico di denuncia verso perbenismo, violenza, bullismo e maschilismo. Solo alla fine si scopre cosa si nasconde realmente dietro la trama e se la giovane stesse raccontando la verità o meno.
Il film della regista Beata Gårdeler fa parte di Generation 14 la sezione dedicata ai giovani del Festival del Cinema di Berlino. Un’opera non pretenziosa, pulita e diretta che evidenzia in modo chiaro delle problematiche che non
appartengono solo ai luoghi desolati dei paesi nordici
Mot Naturen, Out of Nature.
Introspezione psicologica di Martin, un giovane trentenne impiegato e padre di famiglia che decide di passare il week-end da solo immerso nella natura.
Siamo a Stavanger in Norvegia, il film inizia con l'uscita dal lavoro del protagonista e l'inizio della preparazione per il week-end in solitaria.
La colorata e viva natura norvegese fa da sfondo a un’escursione che si rivelerà catartica. La prima notte da origine a un sogno tormentato che fa ritornare il nostro protagonista nella sua infanzia, quando da piccolo bagnava
il letto. La seconda giornata è invece ricca di aspettative che però non andranno a buon fine. In ogni caso l'esperienza escursionistica ha arricchito e maturato il giovane padre.
Il film estremamente ironico e leggero riesce a coinvolgere e toccare la sensibilità dello spettatore. È una realizzazione a basso costo dove il regista Ole Giaever ha voluto sfidare sé stesso in questa sua seconda opera, interpretando l'unico protagonista. Nel film oltre all’attore principale compaiono infatti solo alcune comparse. Giaever riesce a metter in scena un lavoro filmico perfetto dalla fotografia alla sceneggiatura, basata sul susseguirsi di vicende accompagnate da pensieri e dubbi, questi ultimi narrati da voce fuori campo del protagonista. Perfettamente riuscito l'intento di raccontare le difficoltà, le fantasie e i problemi o meglio le paranoie che possono passare nella mente di chiunque e più esattamente in quella di un giovane uomo che sta maturando. Anche le nuove tecnologie trovano la loro parte nel quotidiano.
In definitiva il regista riesce a far emergere situazioni attuali, pensieri dubbi e preoccupazioni che accomunano un po' tutti.
Pod electricheskimi oblakami, Under Electric Clouds non è un film per tutti.
Non solo la sua durata (138') mette alla prova l'attenzione dello spettatore, ma la pellicola richiede anche una certa conoscenza culturale e politica delle Russia contemporanea. Sette capitoli sono narrati in un metodo preciso e pulito attraverso mescolanze d'immagine in stile Tarkowskij, con qualche atmosfera felliniana e sukuroviana. Il film di Alexey German Jr. è un opera incredibile che narra una realtà russa senza più speranza di gloria. Ciò che emerge è un postmodernismo grigio dove i continui riferimenti ai grandi del passato non servono se non per evidenziare che quel passato è passato ed è al futuro che si deve pensare; ma questo futuro è un freddo presagio di desolazione e morte. Film complesso di stampo filosofico/psicologico, ricco di citazioni sia letterarie che artistiche. Siamo di fronte a un opera complessa di grande valore narrativo e artistico.
🎉 Happy birthday to @danedehaan!! Here he is with LIFE Co-star Robert Pattinson at the @berlinale International Film Festival at Grand Hyatt Hotel on February 9, 2015 in Berlin, Germany. 😍❤🎉 • #danedehaan #happybirthday #robertpattinson #lifemovie #jamesdean #dennisstock #berlinale2015 #berlinalefilmfestival
Asem Naser, “From Ramallah/To Gaza/Jericho Finally/In the Levant Desert The Beginning of Darkness”, 4 part film series, 2013/14 (selection)
English below.
Asem Naser macht jetzt Filme.
Spät hat er mit der Kunst angefangen, steht noch am Anfang seines künstlerischen Werdegangs. Kontinuierlich entwickelt er seine Techniken und Taktiken: Zu Beginn seiner ersten Serie von Filmen setzt er noch auf Sprecher/innen aus dem Off. Im letzten Teil lässt er die schon gänzlich weg. „Ich möchte die Leute unabhängig von ihrer Sprache erreichen“, sagt er.
Seine bildliche Sprache ist einzigartig; fragt man ihn nach den Ursprüngen der Metallspäne, Eisenketten, dem Goldstaub und dem silbrig-grauen Fell, die sich anziehen, abstoßen, in der Luft drehen und durch Wasser wirbeln, schmunzelt er. Er wisse es nicht, sagt er. Vielleicht die Begeisterung für physikalische Gesetze. Als er vor einigen Jahren entschied, noch einmal zu studieren, wollte er sich erst für Physik einschreiben. Aber er war ja schon Grafikdesigner. Kunst hatte da irgendwie einen besseren Bezug zu seinem bisherigen Leben.
Die Filmbilder bringen etwas zum Klingen. Musik, Geräusche und Licht weben einen Teppich, der Geschichten erzählt. Grausam sind die Geschichten, schön sind sie auch, und irgendwie abstrakt. Ganz durchschaut man diesen Teppich nicht, manche Fäden führen ins Leere. Das Narrativ: zu ungewohnt.
In seiner vierteiligen Filmserie erzählt Naser die Geschichte eines Bordells in Ramallah, das in den Zwanziger Jahren vor allem von Britischen Mandatsoffizieren besucht wurde. Da die Prostituierten zuviel von den Staatsgeheimnissen mitbekamen, sah sich General Bols 1922 gezwungen, das Bordell abzubrennen und alle Angestellten zu ermorden. An dem Ort, an dem das Bordell stand, steht heute Al Moqata’a – der Bürokomplex von Präsident Abbas. Evita, eines der Kinder des Bordells jedoch, entkam und floh Richtung Mittelmeer, um im damals christlichen Gaza Zuflucht zu suchen. Da sie als Heidin aber auch hier nicht sicher war, schloss sie sich einem Konvoi an, um nach Jericho zu gelangen. Der letzte Film ist abstrakt – Marschschritte, Waffenrasseln und Allahu-Akbar-Rufe sind zu hören, die in Krähenschreie überblenden.
Zwei Dinge spielen für Asem Naser, wie er im Interview sagte, eine wichtige Rolle: Er möchte seine Kunst so machen, dass sie allen zugänglich ist. Und Geschichte anders lesen. Ein Widerspruch? Britische Soldaten in Ramallah, christliches Gaza, Evita aus Syrien – einfach nachzuvollziehen sind die erzählten Geschichten für niemanden, egal mit welchen Mythen sie aufwuchsen.
Doch geht es in Nasers Werken nicht um den Inhalt der Geschichten – darum, dass sie möglichst deckungsgleich weitererzählt werden können. Es geht um die sensorische Erfahrung, um die Fragmente, die sich im Kopf der Betrachtenden einnisten, um den Moment, in dem die Realität aus einem anderen Blickwinkel betrachtet wird.
Für mehr Information zu den Filmen: http://idiomsfilm.com/
Asem Naser is doing films now.
Four years ago, the 1975 born graphic designer decided to become an artist. Already in his forties, he is still at the very beginning of his artistic career – this might be the reason why he pushes so much on the development of his artistic tactics. Even within a series he prefers improvement rather than continuity. For the last part of his “From Ramallah” film series, he removed the voice-over that guided his spectators through his story. “I want people to understand my films no matter what language they speak”, he decided.
His visual language is unique; being asked about the origins of the cuttings, iron chains, the golden dust and the argentine fur that whirl through the air and through the water, he just smiles. He doesn’t know. Maybe his fascination for physical properties. He actually wanted to study physics. But art somehow had a better connection to his previous life, he thought.
Music, noise and light in Nasers films weave tight carpets, carpets that tell stories. Very often it is impossible to see through it. Some threads do not lead to something we could understand. And the narrative is to unfamiliar to be understood.
In his 4 part film series Naser tells the story of a brothel in Ramallah that was well-attended by British mandate officers in the 1920s. The prostitutes caught so many of the state’s secret affairs that General Bols decided in 1922 to burn the brothel and slaughter all its employees. The place where the brothel once stood is nowadays occupied by “al-Moqata'a”: President Abbas's office.
One of the children who were born in the brothel, Evita, could escape the massacre and went in direction of the Mediterranean Sea, to seek refuge in Christian Gaza. Being a pagan, she was not safe there either, joined a convoi and left for Jericho. The fourth film leaves unclear what happened next – people marching, the rattling of metal and “Allahu Akbar” shouts can be heard. All of this crossfades into crow's cries.
British soldiers in Ramallah, Christian Gaza, Evita fro Syria – this is hard to follow, no matter what myths you grew up with.
But Nasers works are not about a clear narrative, one that can be told in exactly the same way to two different persons. His works cause sensory experiences, they form images that stay in the viewer’s head. They create a moment where reality can be seen from a new perspective.
FOR MORE INFORMATION PLEASE VISIT http://idiomsfilm.com/