La Grotta dei Berretti
Com’è dolce dicembre da queste parti, cielo imbrattato di raggi assatanati, pecorelle episodiche e spiragli di tramonti incendiari. Romano è straniero in terra straniera, si adagia in casa altrui come le crisalidi si posano sui boccioli a primavera; la stilografica bagnata d’inchiostro scrive storie violacee, epopee picaresche capestro, lui stesso sembra un personaggio mimetico uscito dalla sua piuma malferma. Romano è alto, è uno spilungone dimezzato, gli occhiali coprono il volto smagrito dall’incuria, un dolcevita consumato all’altezza dei gomiti lo protegge dalle correnti improvvise; ai piedi porta dei mocassini fuori moda, sempre che ai suoi occhi moda abbia un qualsivoglia valore semantico. Romano non è sardo, l’abito non fa il monaco ma il nome sì, almeno in questo caso preciso. Non è sardo e non parla sardo, ci mancherebbe o giustamente, dipende. Giustamente, perché in tempi di utilitarismo linguistico sarebbe stupido rimpinzarsi di idiomi svenuti, se non tramortiti, addirittura trapassati. Ci mancherebbe, perché Romano non parla proprio, scrive, homme de plume. Parlare equivarrebbe ad uno smarrimento dell’esserci, male di vivere, barbaro dominio che puzza di passioni insensate. Romano tace, non sempre acconsente, pena nell’udire quel linguaggio trasformarsi in rozzo raccordo tecnologico, traccia linee e solca appezzamenti d’aria fresca. Si vede il campanile della Cattedrale, scorci di squarci nei sorrisi forzati, osserva la piazza, quella piazza che ha preso il nome della rivolta. Nel 1868, cent’anni prima dell’altro ‘68, bruciavano i documenti nell’archivio municipale, pastori e contadini, mogli madri sorelle e Paschedda lanciavano strali contro i Savoia, contro le chiudende che privavano gli uomini dell’uso tradizionale e comunitario della terra. Torniamo al conosciuto, a Su Connottu, gridavano in coro, e non c’era bisogno di tradurre, ché tutti capivano che significava affermare diritto, dignità, proprietà comunitaria, e la comunità aveva ancora un senso ben definito. Gridavamo non all’imperfetto ma al passato remoto, punti dall’argia, avvelenati, spiritati, posseduti. Non bastava indignarsi. Oggi gridano di tornare a Su Connottu, al massimo per mangiarsi una pizza o per andare in Grotta. E punti dall’argia lo sono ancora, spiriti assetati di ardori infecondi. Romano scruta la piazza sconosciuta del conosciuto, della tradizione consolidata, Illo tempore pensa tra sé e sé ma non può dirlo, non parla. Romano si tira su i calzoni che gli cascano dal culo vuoto, ci vorrebbero delle bretelle, c’è una specie di telaio in ferro scuro dove penzolano foglie di vite senza vita, di vita senza vite, sui banchi pubblici si squaglia cioccolato senza cacao, rumore di bottiglie finite, rutti forzati. Gli avevano detto che questo era il popolo delle chentu concas chentu berrittas, il fascino di una diversità diversa, quasi perversa a tratti. Non cedete alla tirannide del folklore, annota Romano su un cahier dalla copertina vermiglio, nessuno porta più il cappello.
Lo spilungone entra finalmente in Grotta dove un bancone retrò protegge osti sollecitati dalla poesia alticcia di un clientado capillare, nel senso dei capillari che esplodono nel mare candido degli occhi semichiusi. Romano si siede sul freddo metallico, il ragno terribile gira in mezzo alla sala ornata di dipinti raffiguranti un connottu ridondante, mani che proteggono orecchie che proteggono sguardi che proteggono voci che proteggono parole strozzate che proteggono cultura. E Lingua. E Storia. I muri sono gialli, la luce è gialla anch’essa, la musica è un giallo perché non ci sia, una scala riflette il rosso sangue del tunnel che porta al piano di sotto, un piano dove c’è ancora più casino se possibile. Si parla, tutti parlano, tranne Romano ovviamente, che scrive per scelta, per partito preso. Tutti vociferano, cacciano fuori aria stanca, aliti ubriacanti. Nessuno sembra comunicare, chi s’interessa a cosa?, ma di cosa stiamo parlando? sembrano chiedersi alcuni volti smarriti di dolore anodino. C’è odore di pecora in cappotto, come nel peggiore degli stereotipi, dei truismi, c’è la birra che esce direttamente da un vulcano in eruzione continua come lava rovente fresca, le gole sono canyon imperscrutabili, Gorroppu, connottu, cento teste conta Romano, cento teste cento birrette. E i berretti? Un ragazzo tarchiato si avvicina allo spilungone tontu, quello che scrive sempre. Mentre le grida non si placano il tarchiato con la bocca umida di sangue giudaico sfiora i timpani di Romano, gli parla con fermezza, intorno è tutto un fiorire di sopracciglia folte e barbe fino alle occhiaie. I berretti, dice il piccolo nerboruto, li abbiamo lanciati in aria tipo festa di diploma americano. A una certa ora i berretti li lanciamo alle stelle e scendiamo in grotta, perché non è più tempo di pensare. Romano annuisce, un diavolo stanco scaglia un bicchiere di vino nero su un povero cristo scomunicato. I cazzotti volano come fossero berretti in aria, i vetri si infrangono e i cocci vanno ad incastrarsi nelle scanalature del ciottolato esterno; alcune madonne col trucco che cola strillano, sono canti inutili di fronte al fervore taurino degli uomini senza berretto. Romano chiude il cahier vermiglio, non serra gli occhi né apre bocca, un’immagine si frappone tra lui e il conosciuto: cento teste, perché sono cento, e un solo enorme bicchiere. Vuoto.













