C'era una domanda alla quale Perego, come chiunque possegga molti libri, riusciva raramente a sottrarsi. Domanda che gli sembrava un indice tra i meno conosciuti, ma tra i più inquietanti, della ottusità universale: "Li ha letti tutti?". Aveva sperimentato vari tipi di risposta, pur presago che quella quella più illuminante sarebbe stata il silenzio. Aveva provato, sfidando l'evidenza e partecipando nell'ebbrezza dell'assurdo, a rispondere: «Sì.». L'interlocutore di solito aveva un sussulto di sorpresa, i più ignari chiedevano, tra il dubbio e l'ammirazione: «Ma veramente?» E al secondo "Sì" impavido reclinavano il capo. Ad altri aveva cercato di fare capire che il libro non è un cibo che si deteriora, ma una provvista che si fa per altre stagioni, per inverni rigidi e per estati ombreggiate, e che il piacere dell'attesa non è meno intenso di quello dell'appagamento ed è, se non altro, più certo. Lo guardavano, a questa precisazione, con quella indulgenza che riserviamo a chi svela debolezze meno gravi delle nostre. Altre volte aveva paragonato il rapporto con un libro a quello con l'essere amato: molti pensano che lo si possiede in un modo solo, che chiamano "completo", ma si tratta di una immaginazione angusta e probabilmente illusoria. Che cosa vuole dire possedere? Lo si scambia con lo strappare il sì di una estasi momentanea, in un pullulare di no nascosti nell'ombra. Ma ci sono modi più durevoli di possedere: modi più delicati e allusivi, fondati sul dubbio, o più tenaci e occulti, fondati sull'odio. E poi, è così importante possedere? Ricordava il disagio che aveva provato quando la sua collega di ginnastica, al Liceo Pascoli, gli aveva offerto per la prima volta il suo corpo nel laboratorio di fisica e, ripetendogli intempestivamente "Sono tua!", gli aveva tolto ogni possibilità di ricambiare un'offerta così impegnativa. E che cosa doveva significare il possesso di un libro? Leggerlo dalla prima parola all'ultima? Non era sufficiente, o addirittura preferibile, sfogliare le poche pagine che interessavano e lasciare le altre ad amatori più costanti? Alcuni infatti concepivano la lettura - e l'amore - come un gioco di pazienza e finché non l'avevano portato a compimento, tra applicazione e noia, non desistevano, tradendo così lo scopo per cui l'avevano incominciato.
Giuseppe Pontiggia, Il raggio d'ombra, Mondadori (Oscar narrativa), 1988 [1ª ed. 1983]; pp.100-1.













