Stasera ho la matita e il foglio giusti.
Può sembrare una cazzata, ma solo così riescono i disegni migliori, quelli in cui ti ci perdi dentro. Metto su la musica, mi lascio travolgere dall'estro creativo e dai pensieri che inevitabilmente si porta dietro. Mi viene subito in mente Vittorio Giardino, conosciuto per puro caso a un Lucca Comics di qualche anno fa. Parlava con altri due ragazzi e io, come la scimmia quale sono (!), mi sono intrufolata ad ascoltare. Parlava del disegno con la luce negli occhi e ha detto una cosa, forse banale, ma tremendamente vera: lavorare disegnando è bellissimo, ma si passa molto tempo da soli, in silenzio e questo porta a dover fare i conti con i propri fantasmi. Disegnando si pensa molto.Non potrei che essere d'accordo. Per me è sempre stata, più che altro, una fuga, in fondo ci stavo proprio bene con quei fantasmi. Erano meglio delle persone vere. Crescendo, però, si sono fatti più spaventosi, densi, solidi. Non sono più eteree figure sfumate e inesistenti. Stanno lì e oltre a parlare, mi fissano, mi costringono a distrarmi e a rimuginare su ogni tormento: sensi di colpa, paure, angoscie, rimorsi, rimpianti, frustrazioni. C'è un po' di tutto, lì in mezzo. Dopo aver attraversato quella marea di elucubrazioni, però, torno a respirare. Mi fanno male le gambe e ho i crampi alle dita, il sonno pesa sulle palpebre, ma tutto quello che avevo dentro la testa - e al cuore - l'ho lasciato sul foglio. Resta solo un vago senso di malinconia. E, se proprio devo essere sincera, anche la frustrazione è un pochino più resistente delle altre paranoie. Provo quel senso di mancanza a cui non mi abituerò mai in anni di relazione a distanza. Vorrei poter prendere un treno, una macchina, un monopattino e raggiungerlo ovunque sia, ma non lo posso fare. Così ci penso, lo immagino e ci parlo fino a sfinirmi. Forse dovrei disegnare tutta la notte per buttare via ogni cosa e fare pace con me stessa.








